Animali

Scimmia di mare (Artemia salina): tra scienza e acquacoltura

Artemia salina, una specie comunemente nota come “scimmia di mare”, è stata un gioco per i bambini degli anni 80 o 90. Molti ricorderanno l’emozione nel far schiudere le sue cisti e l’incanto di vedere crescere questi crostacei particolarissimi. In realtà rappresenta molto di più! Questo piccolo organismo, infatti, può essere impiegato in molteplici usi: acquacoltura, ricerca scientifica e ha anche una funzione da sentinella per lo stato degli ambienti estremi.

Ecologia, distribuzione e habitat

Artemia è un piccolo crostaceo branchiopode in grado di sopravvivere in condizioni estreme. È in grado di vivere in ambienti con salinità molto alta (tra 60 a 300 ppt), in condizioni di mancanza di ossigeno, e può tollerare temperature da 6 °C a 35°C [1]. Queste caratteristiche permettono all’Artemia di essere presente in tutti i continenti , trovando un habitat ideale tra le saline, le lagune costiere e i laghi salati. Il segreto del suo successo risiede anche nella sua dieta generalista, utilizzando come fonte nutritiva batteri, protozoi e alghe [2]. Quando il cibo è abbondante, riduce la sua velocità di nuoto per concentrarsi sull’alimentazione, che avviene per filtrazione. Inoltre, prospera solitamente in luoghi dove la salinità estrema tiene lontani i predatori [3].

Morfologia

Gli adulti di Artemia salina raggiungono mediamente una lunghezza di 10 mm per i maschi e di 12 mm per le femmine [1]. Il corpo è segmentato ed è suddiviso in capo, torace e addome, ed è rivestito da un esoscheletro di chitina. Nelle femmine il processo di rinnovamento dell’esoscheletro non è continuo. Una caratteristica molto interessante della biologia delle Artemie è lo stretto legame tra la riproduzione e la crescita. La muta (o ecdisi) precede ogni ovulazione, e non serve solo a rinnovare il carapace, ma anche a rimodellare le strutture genitali e del sacco ovarico per prepararsi alla successiva ovulazione. Questo meccanismo rende la crescita strettamente associata agli eventi riproduttivi, le cui dinamiche possono cambiare a seconda delle condizioni ambientali [4].

Riproduzione

La riproduzione può avvenire sia per via sessuata sia per partenogenesi. Quest’ultima è una modalità di riproduzione che permette alla femmina di non avere necessità della fecondazione del maschio e di dare vita a popolazioni di soli individui femminili geneticamente identici alla madre. La scelta della riproduzione dipende da caratteristiche come la stagione e la temperatura. Sembra infatti che a temperature elevate, idonee alla sua sopravvivenza, Artemia salina si riproduca per partenogenesi, mentre a temperature più basse si riproduca per via sessuata [2].

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In condizioni ambientali sfavorevoli, Artemia si riproduce attraverso delle uova particolarmente resistenti, dette cisti. Queste rimangono metabolicamente inattive in assenza di acqua o in condizioni non ottimali e ne garantiscono la sua sopravvivenza in ambienti estremi, rimanendo quiescenti anche per anni [4]. Nel momento in cui trovano un ambiente idoneo, o successivamente all’immersione, diventano sferiche e riattivano il metabolismo. Dopo soltanto 20 ore la membrana esterna si rompe e fuoriesce l’embrione. Appena uscita dall’uovo, Artemia appare come una piccola larva dal colore marrone-arancio con un occhio rosso (detto occhio naupliare). In questa fase iniziale, il crostaceo presenta due paia di appendici con funzioni differenti: la prima è utilizzata per esplorare l’ambiente circostante, mentre la seconda viene usata per il movimento e per filtrare l’acqua in cerca di nutrienti. Crescendo, la larva subisce una serie di modifiche e attraversa diversi stadi larvali prima di raggiungere la forma adulta, dopo circa 3 settimane. [4].

Artemia salina e scienza: un organismo modello fondamentale

Nonostante la capacità di resistere a condizioni estreme, Artemia salina presenta un’altissima sensibilità a molti composti. È presente in molte aree del mondo, ma in presenza di inquinanti la sua abbondanza cala drasticamente, aspetto che la rende un ottimo indicatore ambientale di inquinamento. Artemia è anche utilizzata come organismo modello in numerosi studi scientifici, sfruttando la sua capacità di riprodursi generando delle cisti in particolari condizioni ambientali. Metabolicamente inattive, possono essere conservate a lungo senza necessità di colture e attivate solo al momento dell’esperimento, garantendo standardizzazione e riproducibilità dei test. In meno di 24 ore si possono ottenere larve (dette naupli) e procedere con attività sperimentali. Possono inoltre essere allevate in spazi ridotti e richiedono soltanto tre settimane per raggiungere lo stadio di adulti. Negli studi ecotossicologici, quando Artemia viene sottoposta ad una sostanza potenzialmente tossica, la sua attività natatoria tende a ridursi rapidamente. Entro due ore dall’esposizione è possibile misurare l’effetto e valutare in modo sensibile e precoce la tossicità [5]

Artemia: un pilastro dell’acquacoltura globale

Le larve appena schiuse sono un alimento vivo essenziale per larve di pesci marini e crostacei in acquacoltura, grazie al loro alto contenuto proteico e alla capacità di essere arricchite con acidi grassi omega-3. La specie più utilizzata a livello commerciale è Artemia franciscana, originaria del Great Salt Lake (USA), da cui deriva la maggior parte della produzione mondiale [6]. Il consumo globale di cisti secche è in costante crescita. Attualmente, la media supera le 3000 tonnellate annue, rendendola un pilastro fondamentale per l’economia dell’acquacoltura.

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Conclusioni 

Artemia è un organismo “strategico” sia per l’ecologia degli ambienti estremi sia per l’economia dell’acquacoltura moderna. È un modello perfetto per studiare stress ambientale, adattamento evolutivo e tossicità di contaminanti. La sua capacità di produrre cisti quiescenti rappresenta una delle strategie di sopravvivenza più straordinarie documentate in zoologia. Le sue applicazioni stanno evolvendo: non solo nutrizione, ma anche potenziale vettore per somministrazione di farmaci e vaccini in acquacoltura [2].

Referenze

  1. Munteanu, C., Dumitrașcu, M., & Biosafety, S. C. (2011). Artemia salina. Balneo Research Journal, 2, 119–122. 
  2. Nunes, B. S., Carvalho, F. D., Guilhermino, L. M., & Van Stappen, G. (2006). Use of the genus Artemia in ecotoxicity testingEnvironmental Pollution, 144(2), 453–462.
  3. Van Stappen, G., Sorgeloos, P., & Rombaut, G. (Eds.). (2024). Manual on Artemia production and use. FAO.
  4. Abatzopoulos, T. J., Beardmore, J., Clegg, J. S., & Sorgeloos, P. (Eds.). (2013). Artemia: Basic and applied biology. Springer. 
  5. Michael, A. S., Thompson, C. G., & Abramovitz, M. (1956). Artemia salina as a test organism for bioassay. Science, 123(3194), 464. 
  6. Dhont, J., & Van Stappen, G. (2003). Biology, tank production and nutritional value of Artemia. In J. G. Støttrup & L. A. McEvoy (Eds.), Live feeds in marine aquaculture (pp. 67–70). Blackwell Publishing. 

Immagine di copertina: Artemia salina, Hans Hillewaert, Wikimedia Commons CC BY-SA 4.0

La mia fortissima passione per il mare e la sua straordinaria diversità mi ha spinto a conseguire una laurea magistrale in biologia marina. Diamoci l'opportunità di immergerci completamente nel mondo affascinante della scienza.

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