Animali

Chimere: squali fuori dal comune

Quando si parla di chimere, molte persone potrebbero pensare alla famosa bestia della mitologia greca. Tutti avranno visto almeno una volta una foto della Chimera di Arezzo, statua etrusca in cui il mostro appare nella sua fisionomia tradizionale: duplice capo di leone e capra e un serpente come coda. Non tutti sapranno, però, che le chimere esistono davvero. Per quanto non siano quadrupedi sputafuoco, possiedono indubbiamente un aspetto “fantastico”: si tratta di un particolare gruppo di squali. Nei paragrafi successivi, le scopriremo assieme.

L’evoluzione degli squali

Gli squali sono una delle classi più antiche presenti sul nostro pianeta assieme agli Osteitti, ovvero i pesci ossei. Tra i parenti stretti degli squali troviamo anche i Placodermi, i “pesci corazzati” che predavano voracemente negli oceani del Devoniano.[1]

Filogenesi dei Condroitti (Benton, M. J. (2005) Vertebrate Palaeontology, Blackwell, 3rd edition, Fig 7.13 page 185), Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0

Nel gergo tecnico gli squali sono Condroitti, in quanto possiedono uno scheletro interno interamente cartilagineo; che a volte può presentarsi più o meno calcificato per irrobustire la struttura corporea. La maggior parte degli squali odierni appartiene agli Elasmobranchi, sottoclasse che comprende molte linee estinte più i Neoselaci. Questi ultimi si distinguono a loro volta in Galeomorfi, Squaliformi e Batoidei. I primi due rientrano nell’immagine collettiva di “squalo”, gli ultimi comprendono razze, mante e torpedini.[1]

Esiste poi una seconda sottoclasse, più piccola, degli Olocefali, che comprende l’ordine Chimaeriformes – per l’appunto, le chimere.[1]

Caratteristiche morfologiche delle chimere

Le chimere condividono ovviamente diverse caratteristiche comuni a tutti gli squali, come tipo di scaglie, morfologia ossea delle pinne e la dotazione di un importante organo utile alla caccia, le “ampolle di Lorenzini”.[1]

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Esse, però, possiedono un profilo unico. Anzitutto, il loro cranio si presenta più compatto e tondeggiante, con un opercolo carnoso a nascondere le branchie (non tipico degli squali). Il rostro è tozzo, leggermente rivolto all’insù; per questo vengono anche chiamati “pesci coniglio”. La coda è di tipo leptocerca, ovvero a forma di frusta lunga e sottile (ciò ha ispirato un secondo soprannome, “pesci topo”). Sulla cima della testa, poco avanti alla pinna dorsale, presentano una spina velenosa che usano per difendersi. Non hanno una cloaca come la maggior parte dei pesci: apertura anale e urogenitale sono distinte.[1]

Illustrazione di una chimera (Illustrations de Ichtyologie ou histoire naturelle générale et particulière des Poissons Bloch, Marcus Elieser, J. F. Hennig, Plumier, Kruger, Pater, Schmidt, Ludwig, Bodenehr, Moritz 1795-1797) Wikimedia Commons, Public Domain

Altre due caratteristiche distinguono squali e chimere sotto al profilo anatomico e comportamentale. Per comprende la prima, bisogna tornare su alcune nozione d’anatomia comparata riguardanti il cranio animale. In base al modo in cui il complesso mascellare si articola alla scatola cranica – in gergo, neurocranio – si possono distinguere diversi tipi di sospensione, ovvero di posizionamento delle ossa. Essa si ripercuote sulle modalità di foraggiamento e sulle abitudini alimentari dell’animale. Negli squali, come nella maggior parte dei pesci, la mascella è articolata solo a una porzione cartilaginea detta cartilagine iomandibolare, risultando staccata dalla scatola cranica (sospensione iostilica). Ciò permette una grande mobilità delle fauci nella caccia. Le chimere, invece, hanno il complesso mascellare ben saldato al neurocranio (sospensione olostilica o autostilica primitiva); l’iomandibolare qui perde il suo contributo nel sostegno della bocca.[1]

La seconda caratteristica riguarda il comportamento sessuale. Tutti gli squali compiono fecondazione interna, sfruttando le pinne pelviche maschili modificate in organi copulatori chiamati pterigopodi.[1] Anche le chimere li possiedono, ma presentano anche tre paia di appendici retrattili chiamate tentacula: il primo paio sta sulla fronte e àncora le pinne pettorali della femmina, mentre le altre due protrudono da una tasca antistante le pinne pelviche. Sono dotate tutte di seghettature che permettono una presa ferma durante la copula.[4]

Habitat e nicchia trofica delle chimere

Le chimere vivono per lo più in zone abissali dal clima continentale.[4] Hanno dieta durofaga: si nutrono di crostacei, ofiure e altri invertebrati marini triturandone i gusci o i carapaci; eccezionalmente, predano anche anellidi. La loro mascella porta una solida placca dentaria simile a quella delle razze, mentre la mandibola possiede file di denti sostituibili.[7] La geometria del cranio autostilico delle chimere stabilizza la giunzione mascellare, permettendo una distribuzione omogenea delle forze e la generazione di un morso potente capace di frantumare i rivestimenti più resistenti[9]. Date le alte profondità alle quali vivono, sono poche le informazioni a disposizione in merito alla nicchia ecologica e al comportamento di questi animali.[8]

Conservazione e minacce

Molti squali vengono attivamente commercializzati come risorsa alimentare o industriale, e in passato le chimere non erano da meno: l’olio estratto dal loro fegato veniva usato per produrre lubrificanti.[4] La loro carne è commestibile, ma attualmente possiede uno scarso valore economico; sono poche le zone geografiche in cui ancora vengono pescate assiduamente.

Ciononostante, le chimere non possono essere considerate fuori pericolo. La pesca a strascico rappresenta una grande minaccia per questa come per altre specie abissali: non è raro che alcuni esemplari vengano catturati per sbaglio, provocandone la morte. La scomparsa di specie da un habitat peculiare come il fondale abissale può a lungo termine avere importanti ripercussioni di natura ecologica. Per gli squali, si è anche ipotizzato che ciò possa venire esacerbato dal fenomeno della sexual segregation, secondo cui all’interno di una popolazione gli esemplari adulti si raggruppino in maniera differente in base al sesso. Nel caso delle chimere, le femmine tendono a posizionarsi a profondità maggiori rispetto ai maschi. In questo contesto la pesca a strascico causerebbe una vera e propria alterazione della sex ratio, ovvero del rapporto maschi-femmine all’interno delle singole popolazioni, andando potenzialmente a inficiare con le possibilità riproduttive.[8]

La storia evolutiva delle chimere: il caso di Dwykaselachus

Quando si tratta di studiare l’evoluzione degli squali, la prima difficoltà che si riscontra è la fragilità degli scheletri cartilaginei, che raramente lasciano testimonianze fossili. Spesso si salvano al tempo solo i denti o poche porzioni che sono andate incontro a calcificazione o mineralizzazione.

Uno degli ordini di pesci cartilaginei del tardo Devoniano è quello dei Symmoriiformes, nominato da Zangerl nel 1981. Egli li considerò antenati degli Elasmobranchi, teoria portata avanti da molti autori successivi. Le cose però cambiarono quando Roy Oosthuizen, paleontologo amatoriale, rinvenne nel 1986 il fossile di una nuova specie di antico squalo. Dato che l’aveva trovato nel gruppo sedimentario denominato Dwyka Group (sudest africano), lo chiamò Dwykaselachus oosthuizeni. Viste le spiccate affinità morfologiche, il fossile fu posto nell’ordine dei Symmeriiformes. Col passare degli anni e l’avanzamento delle tecniche d’indagine, fu possibile sottoporre il cranio a un esame di microtomografia, che permise che osservane per la prima volta la struttura interna. I risultati ottenuti, pubblicati su Nature, stupirono gli studiosi: molte porzioni – tra cui orecchio interno, cavità orbitali e percorsi dei principali nervi cranici – ricalcavano nella forma quelle dei moderni Olocefali.[3]

La conseguenza di questa scoperta avrebbe portato alla completa rilettura dell’albero evolutivo dei pesci cartilaginei. Fino a quel momento s’era pensato che gli squali propriamente detti fossero stati i capostipiti della classe, quando invece il primo gruppo a comparire fu proprio quello delle chimere.[3]

Squalo-razza: un sorprendente antenato

Fino ad ora abbiamo sottolineato come le chimere appartengano a un ramo evolutivo distaccato da quello di squali e razze. Eppure, un genere estinto di Chimaeriformes è stato denominato per le proprie caratteristiche morfologiche Squaloraja, ovvero “squalo-razza”.

L’unica specie finora accertata è S. polyspondyla, di cui esistono diversi reperti. Genera invece perplessità il fossile di una ipotetica giovane femmina ritrovato in Italia, a Osteno (CM). Risale al Tardo Giurassico e potrebbe appartenere a S. polyspondyla o, eccezionalmente, a una nuova specie dello stesso genere. L’esemplare ha suscitato l’interesse di molti studiosi del campo ed è stato descritto in toto per la prima volta nel lavoro di Christopher J. Duffin, Alessandro Garassino e Giovanni Pasini del maggio 2023.[2]

Schemi di pesci chimeriformi, tra cui Squaloraja polyspondila (Fig. 6), illustrati da Otto M. Reis. Fig. 12 – tentaculum cefalico. Fig. 8 – Cranio di Chimaera monstrosa, Wikimedia Commons, Public Domain.

Dubbi filogenetici a parte, tutti gli esemplari condividono un aspetto “ibrido”: si tratta di squali con rostri estremamente espansi e allungati a ricordare la forma di una razza. È inoltre presente una netta differenza tra sessi: i maschi possiedono una lunga e aguzza protuberanza sulla testa, usata probabilmente come l’appendice frontale delle chimere nel corso dell’accoppiamento.[2]

Una scoperta al femminile

La scoperta del primo Squaloraja è legata a una figura dimenticata nella storia della paleontologia, Mary Anning.[5]

Donna inglese della prima metà dell’Ottocento, riuscì a stento a inquadrarsi nel panorama scientifico dell’epoca nonostante numerosi ritrovamenti fossili: il primo ittiosauro (ordine Ichthyosauria) ufficialmente identificato lo scoprì proprio lei all’età di dodici anni.[5] Fu anche una delle prime figure a dedicarsi allo studio dei coproliti, escrementi fossili grazie ai quali si possono dedurre informazioni in merito all’alimentazione e alla vita della fauna del passato.[6]

Conclusioni

Si conclude qui l’essenziale identikit delle chimere, “cugini” meno noti dei predatori pelagici che incutono da secoli timore. Conoscerli non solo ci permette di comprendere al meglio questi animali – liberandoci, quando presenti, degli oscuri stereotipi su di loro – ma può anche aiutare a sviluppare una visione d’insieme del mondo che ci circonda e che ci ha circondati.

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Referenze

  1. Stingo, V. (a cura di) (2016). Anatomia Comparata, Edi. Ermes;
  2. Duffin, C. J., Garassino, A., Pasini, G. (2023). Squaloraja Riley 1833 (Holocephala: Squalorajidae) from the Lower Jurassic of Osteno Konservat-Lagerstätte (Como, NW Italy). Natural History Sciences, 10(1);
  3. Coates, M., et al. (2016). A symmoriiform chondrichthyan braincase and the origin of chimaeroid fishes. Nature, 541(7636):208-211;
  4. Bhutia, T. K., Lotha, G., Rafferty, J. P. (2017). Chimera. Encyclopedia Britannica;
  5. Rafferty, J. P. (2025). Mary Anning. Encyclopedia Britannica;
  6. Sadurní, J. M. (2022). Mary Anning, la paleonotologa dimenticata. National Geographic;
  7. Newell, G. E. & Roper, H. D. G. (1935). A Note on the Feeding Habits of Chimaera monstrosa. Journal of the Marine Biological Association of the United Kingdom, 20(1):99-102;
  8. Holt, R. E., Foggo, A., Neat, F. C., Howell, K. L. (2013). Ditribution patterns and sexual segregation in chimaeras: implications for conservation and management. ICES Journal of Marine Science, 70(6):1198-1205;
  9. Huber, D. R., Dean, M. N., Summers, A. P. (2008). Hard prey, soft jaws and the ontogeny of feeding mechanics in the spotted ratfish Hydrolagus colliei. J R Soc Interface, 5(25):941-953.

Immagine in copertina di NOAA Ocean Exploration (via Flickr) CC BY-SA 2.0

Mi chiamo Denise, ho 22 anni e attualmente frequento il corso di Laurea Magistrale in Biologia e Tecnologie Cellulari presso La Sapienza. Ho deciso di avvicinarmi al mondo della divulgazione scientifica per unire le mie due più grandi passioni: la scienza e la scrittura.

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