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Un lavoro da Biologo: il Tecnico di Acquacoltura

Che lavoro si può trovare con Biologia? E con Biotecnologie e Scienze Naturali? Se lo domandano molti studenti di questi corsi di laurea perché le Scienze della Vita non hanno uno sbocco noto e preferenziale.

La rubrica Un lavoro da Biologo nasce appunto per rispondere a queste domande e permettere una scelta consapevole del proprio percorso di studi, per orientare in corso d’opera quei professionisti che intendano cambiare rotta e mostrare quanto siano polivalenti i laureati in Scienze della Vita.

Le professioni che richiedono un background di tipo biologico sono infatti veramente tante, così come lungo sarà il nostro viaggio per scoprirle! Oggi parliamo di una professione legata alla biologia acquatica applicata in chiave produttiva, cioè il Tecnico di Acquacoltura. Ci racconta della sua esperienza Marco Ezra Marangon.

In che ambito è inserito il Tecnico di Acquacoltura

Se parliamo di allevamenti, subito il pensiero va ai grandi mammiferi addomesticati e al pollame, cioè gli “animali della fattoria”. Alleviamo però anche animali acquatici come mitili, rane, gamberi, oppure dei vegetali come le alghe. Questo tipo di allevamento è detto acquacoltura. La sua declinazione più prolifica è l’allevamento di pesci di acqua salata e dolce, l’itticoltura. Lo scopo dell’itticoltura è lo stesso degli allevamenti di animali terrestri, cioè produrre cibo. Lo si produce per i clienti al dettaglio ma anche per fornire materia prima alle industrie alimentari. In questo l’itticoltura costitusce un’alternativa più ecosostenibile alla pesca, talvolta ancora legata a pratiche distruttive per i fondali marini come l’uso delle reti a strascico.

Altri mercati più marginali sono l’allevamento di pesci a scopo ornamentale, come pesci rossi e carpe koi, e per effettuare ripopolamenti. Capita infatti che la pesca eccessiva oppure l’inquinamento diminuiscano la biodiversità dei pesci negli habitat naturali. Ad esempio, capita che trote e salmerini scompaiano da torrenti e laghi alpini dopo anni di pesca sportiva e debbano essere reintrodotti. Un allevamento ittico viene anche detto un impianto di pescicoltura e può essere sia di acqua salata che di acqua dolce.

I primi sono, essenzialmente, grandi cilindri di metallo o di rete posti direttamente in mare e ancorati al fondale. Gli animali vivono in questi cilindri, come nel caso delle tonnare nostrane e negli allevamenti di salmoni dei fiordi islandesi. Marco può parlarci però con maggior dettaglio delle acquacolture di acqua dolce, nelle quali ha lavorato.

I pesci di allevamento devono essere cresciuti in un’acqua che abbia le stesse caratteristiche chimico-fisiche rispetto al loro ambiente naturale. Per questo i pesci di acqua dolce vengono allevati in vasche che captano acqua direttamente dai torrenti o dai laghi. L’acqua viene poi riutilizzata con un sistema di ricircolo interno fino a che non ne serve altra. L’itticoltura è quindi un settore produttivo difficilmente delocalizzabile, in genere si allevano specie locali con acque locali.

Le vasche di pescicoltura di acqua dolce sono ricoperte di reti, per impedire l’ingresso di uccelli da preda come gli aironi. Sono, inoltre, poste in serie: ognuna è collegata alla precedente e alla successiva. Solo la prima e l’ultima comunicano invece con un bacino o un torrente. Questo fa da sorgente di acqua esterna tramite un canale di entrata e uno di uscita. Gli impianti più piccoli consistono di circa quattro vasche. In ogni passaggio ci sono dei filtri che hanno il compito di pulire l’acqua dai detriti vegetali e di altro tipo. Per motivi di semplicità gestionale si tende a prediligere allevamenti monospecifici. Ogni vasca è infatti adibita a contenere fasi differenti del ciclo vitale dei pesci: riproduttori, uova, avannotti, giovani in crescita. Specie diverse hanno tempi diversi di maturazione e idealmente richiederebbero più vasche per essere separati.

Il tecnico di acquacoltura è il primo responsabile della gestione dell’impianto. È lui che accompagna il ciclo biologico dei pesci; dalla deposizione e fecondazione delle uova al raggiungimento della maturità sessuale e della taglia desiderata.

Il tecnico di Acquacoltura

La giornata di un tecnico di acquacoltura inizia e finisce invariabilmente con la pulizia delle vasche e dei filtri di ricircolo dell’acqua per rimuovere fogliame, alghe, liquami e altri detriti. Ciò è importante soprattutto per le vasche finali, che tendono a raccogliere anche i liquami delle precedenti. Di mattina gli capiterà di dover raccogliere capi morti durante la notte. I pesci sono molto sensibili alle variazioni di temperatura, acidità e concentrazione dei gas disciolti nell’acqua: quando queste sono eccessive portano anche a morie generalizzate. Questa possibilità impone al tecnico di acquacoltura di tenere monitorare attentamente questi e altri parametri chiave. Dovrà poi agire tempestivamente per tamponare le variazioni indesiderate.

L’elevata concentrazione di ossigeno nell’acqua di laghi e torrenti deriva principalmente dal suo rimescolamento. Viene, però, anche influenzata dalle condizioni ambientali, come l’apporto di acqua piovana e le variazioni di temperatura. Questo fatto rende l’itticoltura un settore sensibile alla crisi climatica, l’innalzamento della temperatura media terrestre dovuto all’attività industriale umana. Temperature elevate possono infatti determinare un calo dell’ossigeno disciolto nelle vasche. Per bilanciare questo squilibrio l’acqua dell’impianto è tenuta costantemente agitata da dei mulinelli che favoriscono l’ingresso dell’ossigeno atmosferico.

Settimanalmente il tecnico di acquacoltura verifica il buon andamento con kit che misurano la concentrazione di ossigeno nell’acqua, il suo pH e le concentrazioni di ammonio, nitrati e fosfati. La gestione ordinaria degli animali consiste nell’assistere lo svolgimento del loro ciclo biologico, nutrirli e controllare che la loro crescita proceda correttamente. I tecnici manipolano i riproduttori che abbiano raggiunto la maturità sessuale per estrarre uova e sperma. Per permettere la fecondazione, li mettonono a contatto in una vasca separata, con parametri chimici e fisici differenti rispetto alle vasche d’ingrasso. Vi resteranno fino alla schiusa.

Gli avannotti, nutriti con mangime più fine rispetto agli adulti, verranno poi trasferiti nella vasca di accrescimento, restandoci fino all’età adulta. Per acclimatarsi alle acque più calde che vi troveranno, vengono per prassi tenuti in un periodo di quarantena.

Preparare e somministrare loro la dose giornaliera di mangime è uno dei lavori più faticosi per il tecnico di acquacoltura, che si trova a dover trasportare dei sacchi molto pesanti lungo il perimetro di ciascuna vasca. Se somministra una quantità di mangime non corretta, possono sorgere dei problemi: un eccesso di mangime favorisce le fioriture algali, se invece è scarso i pesci rimarranno affamati e diventeranno più aggressivi, predandosi l’un l’altro.

Invece che acquistare mangimi appositi, alcuni allevatori preferiscono allevare da sé dei piccoli crostacei. Questi sono le prede naturali dei pesci e gli vengono, quindi, somministrati vivi. Per assicurarsi che il livello di accrescimento dei pesci corrisponda correttamente alla loro età, i tecnici misurano i loro dati biometrici, cioè peso e lunghezza. Per calcolare il loro peso medio prelevano con un retino dei campioni da alcune decine di esemplari (nel caso di Marco si tratta di 30 capi) e possono pesarli singolarmente oppure in un’unica soluzione.

Il tecnico di acquacoltura ha anche il compito di controllare il loro stato sanitario per rilevare segni clinici, principalmente a carico della pelle e delle branchie, che non ha però la facoltà di interpretare per emettere diagnosi sul loro stato di salute. Per questo avrà cura di spedire gli animali ad un veterinario specializzato, che potrà prescrivere un trattamento farmacologico adeguato.

Per arrivare dal veterinario, racconta Marco, mettono gli animali in sacchetti resistenti riempiti di acqua delle vasche, arricchita in ossigeno per l’occasione, e li spediscono per posta urgente. Spostano, inoltre, i pesci tra una vasca e l’altra durante l’arco del loro ciclo vitale che termina con il raggiungimento del peso ideale per la vendita. Questa può anche essere al dettaglio se si presentano dei piccoli compratori. Gli animali pronti per la vendita vengono tenuti preventivamente a digiuno per svuotare il loro apparato gastrointestinale e poi uccisi con una potente scossa elettrica, la cui entità dipende dal loro peso. Questo metodo ha il vantaggio di stordirli evitando loro sofferenze inutili.

Infine vengono aperti ed eviscerati, “puliti” esattamente come succede nei supermercati al banco del pescivendolo, per essere consegnati alla catena della distribuzione e al ciclo del freddo. Per via di queste operazioni sul pesce il tecnico di acquacoltura non è solo un allevatore ma anche un addetto alla trasformazione alimentare e in quanto tale è tenuto ad operare nel rispetto delle normative atte a tutelare a salubrità dei cibi, come dotarsi di un piano di autocontrollo HACCP.

Per prevenire questi rischi, che nel caso del pesce possono venire da Listeria monocytogenes, un’ulteriore precauzione è sottoporre l’acqua a trattamenti per abbatterne la carica microbica prima di immetterla nell’impianto. Completano il mansionario del tecnico di acquacoltura una serie di attività di manutenzione generale dell’impianto, quali rabboccare l’acqua delle vasche a partire dalla sorgente esterna, tagliare l’erba all’interno del perimetro e fare alla bisogna lavori di manutenzione.

Chi lo può fare

Per imboccare questa mansione non è necessario avere uno specifico background di studi, purché non si esuli dall’ambito “bio”. Tra i tecnici di acquacoltura infatti si trovano ovviamente biologi marini e altri biologi con curricola ecologici ma anche biologi di differente specializzazione, agronomi, laureati in zootecnia, veterinaria, diplomati in agrotecnia, scienziati naturalisti e ambientologi. Nell’esperienza di Marco non è stato nemmeno necessario perseguire con costanza un percorso di approfondimento della biologia acquatica per costruirsi una expertise pregressa, ci dice anzi che ciò che fa la differenza è solamente il trovare l’opportunità da cogliere e avere una predisposizione alla mansione.

Questa predisposizione significa allo stesso tempo prestanza fisica, una grande precisione ed accuratezza nei calcoli per somministrare le giuste dosi di mangime, farmaci e disinfettanti, la capacità di prendersi responsabilità in autonomia e non avere problemi a dare disponibilità ad orari che per altre professionalità sono considerati improbi.

Cosa aspettarsi

Le pescicolture sono sempre delle piccole o medie imprese, vanno dai 5 ad un massimo di 15 operai, e chi ci lavora viene descritto da Marco come un lupo solitario. Ciononostante un buon professionista del settore deve essere in grado di saper interagire col pubblico, i clienti, e con le autorità con le quali si interfaccia per, ad esempio, richiedere captazioni periodiche di acqua esterna. Un tecnico di acquacoltura non ha orari. Marco ci fa l’esempio di un’occasione in cui si sono guastati gli areatori delle vasche alle tre di mattina di un giorno nevoso. Dal momento che il rischio di perdere i pesci era concreto, il tempo atmosferico e l’orario non dispensavano dall’intervento.

A differenza di altri settori l’acquacoltura è una nicchia più limitata che presenta un elevato rischio d’impresa. Non esiste quindi un’adeguata copertura assicurativa dedicata al settore, rendendo il rischio di morie un’eventualità ancor più pericolosa. Per via delle mansioni spiccatamente fisiche si tratta di un duro lavoro di fatica. Oltre al trasporto quotidiano di sacchi di mangime da 25 kg può infatti capitare anche di dover spostare tra le vasche in una giornata migliaia di pesci da alcuni kilogrammi l’uno. Il contatto con i pesci espone ovviamente a odori forti che restano sui vestiti e seguono i professionisti anche una volta che hanno smontato.

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