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L’intelligenza animale

Un viaggio tra esempi delle abilità cognitive delle altre specie

L’intelligenza è una delle qualità che riteniamo più caratteristiche degli esseri umani. Per secoli abbiamo pensato di essere l’unica specie capace di attività cognitive che definiamo “intelligenti”, come risolvere problemi complessi, fare deduzioni e realizzare strumenti. Abilità molto importanti per noi, che permeano le nostre vite, mentre ci sembrano assenti o poco sviluppate in altre specie. Ma, anche se la definizione di intelligenza animale e il modo per studiarla sono dibattute, dopo oltre un secolo di esperimenti sul tema è certo che non possiamo ritenerci così intellettualmente superiori ad altre specie. Infatti, sempre più ricerche mostrano che queste abilità, seppure in modi diversi, sono comuni nel mondo animale[1, 2].

Cos’è l’intelligenza animale

Negli anni, gli scienziati hanno fornito molte diverse definizioni di intelligenza, spesso contrastanti tra loro perché includevano capacità differenti, sia sommate sia separatamente. Oggi tendiamo a considerare l’intelligenza come l’abilità di apprendere dall’esperienza e adattarsi, modificare e selezionare con successo gli ambienti, vedendola come un prodotto di diverse abilità cognitive. Per esempio, risoluzione di problemi e ragionamento inferenziale[3]. Infatti, ogni abilità cognitiva si sviluppa in un contesto diverso e con funzioni ecologiche diverse[1, 2].

Secondo questa definizione, ogni specie può presentare intelligenza a seconda del contesto e dell’ambiente, anche se non possiede una grande complessità cognitiva. D’altronde, dal punto di vista evolutivo sarebbe poco realistico se le capacità “intelligenti” fossero emerse improvvisamente nella nostra specie. Così, la filogenesi e l’ecologia assumono ruoli fondamentali per studiare l’intelligenza. E diviene poco logico chiedersi: “Qual è l’animale più intelligente di tutti?”[1, 2].

Un punto di discussione riguarda la consapevolezza. Alcuni autori sostengono che gli altri animali non possano essere considerati intelligenti se non mostrano intenzionalità nelle loro azioni. Si tratta di un’argomentazione usata da secoli: per esempio, nel suo Discorso sul metodo Cartesio scrisse: “Come un orologio, fatto solo di ingranaggi e molle, può contare le ore e misurare il tempo più accuratamente di quanto possiamo fare noi con tutta la nostra saggezza”. Tuttavia, altri autori sostengono che diverse specie presentino azioni che mostrano consapevolezza, per esempio la pianificazione nel futuro, per cui è ragionevole assumere che anche altre specie ne siano capaci. In ogni caso, è bene studiare l’intelligenza animale con un approccio possibilista[1, 2].

Ma studiare l’intelligenza animale non è semplice.

Un problema di metodologia

Ciò che osserviamo non è la natura in sé,
bensì la natura esposta al nostro metodo di indagine.
—Werner Heisenberg

La prova di trazione (string pulling test) è un test di intelligenza molto usato nell’ambito della psicologia comparata. L’animale deve tirare un cordino per portare verso di sé un premio (per esempio, del cibo) che altrimenti sarebbe irraggiungibile. Possono poi essere aggiunti elementi che rendono il compito più complesso, per esempio la possibilità che tirando la corda l’oggetto cada in un buco, in modo che l’individuo debba ingegnarsi per ottenere la ricompensa[4].

Secondo i reperti storici, questo test potrebbe risalire anche a Plinio il Vecchio (23-79 d.C.), ed è stato utilizzato per studiare la cognizione di almeno 160 specie. Tra queste, ci sono stati anche i gibboni (genere Hylobates), che sembravano non riuscire nell’impresa. Tuttavia, i ricercatori hanno capito che si trattava di una difficoltà meccanica: questi animali usano la mano a mo’ di uncino e non hanno il pollice opponibile, per cui non possono prendere oggetti che si trovano su superfici piatte. Quando gli studiosi hanno messo il cordino più in alto, questi animali sono riusciti a tirare il cordino[4].

Questo è solo uno dei molti esempi che mostrano come i test vadano adattati alla specie animale che si sta studiando, dato che ognuna può variare molto per morfologia, percezione e altri aspetti. Anche se, ovviamente, questo rende più difficile compararne le abilità cognitive. Per esempio, i touchscreen sono molto utili per studiare animali che possono interagire con essi toccandoli o beccandoli, ma è applicabile principalmente alle specie che fanno un buon uso della vista; in un certo senso, questi test svelano di più sulla percezione che sull’intelligenza. Ci sono poi animali più difficili da studiare con questi metodi, come gli animali sessili[1, 2 ,5].

Interpretare i risultati

Prima di dedurre che un animale sia “meno intelligente” di altri, occorre anche tenere in considerazione un altro aspetto: alcune specie sono più studiate, per cui è possibile che su altre si abbiano troppo pochi dati a disposizione. Mammiferi e uccelli sono maggiormente oggetto di ricerche, mentre gli artropodi sono più trascurati. Relativamente alle performance cognitive, l’animale non umano più studiato è il topo (Mus musculus)[5].

Secondo il canone di Morgan, formulato nel 1903, “In nessun caso l’attività di un animale dev’essere interpretata come un processo psicologico superiore se può essere interpretato in modo accettabile in termini di processo più in basso nella scala evolutiva e dello sviluppo”. Questo approccio, che ricalca il principio del rasoio di Occam, è sempre valido, ma occorre prestare attenzione a quando è accettabile dedurre che un comportamento sia più o meno complesso. (Questo termine oggi viene usato per sostituire la dicitura “superiore”, semplicistica ed errata)[1]. Per esempio, secondo alcuni scienziati, come Frans de Waal, è facile interpretare in modo scorretto un comportamento di un’altra specie se ci basiamo sulla nostra esperienza, ma potrebbe essere saggio avere questo approccio se la specie in questione è filogeneticamente vicina alla nostra[2].

Effetto Clever Hans

All’inizio del Ventesimo secolo, uno degli esseri viventi più famosi in Germania era Hans, un cavallo. Il suo proprietario, Wilhelm von Osten, era un insegnante di matematica e lo faceva esibire perché si era accorto che l’animale capiva le domande che gli venivano rivolte e rispondeva. Se gli si chiedeva che ore fossero, quante persone fossero nella stanza o quale fosse il risultato di una somma, batteva per terra con lo zoccolo il giusto numero di volte o indicava l’opzione corretta tra quelle che gli venivano date. Riusciva anche in assenza del proprietario e altre persone conosciute che potessero suggerire. Così, dopo uno studio di un anno e mezzo, un gruppo di scienziati concluse che il cosiddetto “Clever Hans“, Hans l’intelligente, non nascondeva alcun imbroglio[2, 6].

Nel 1907, però, Oskar Pfungst scoprì che le cose non stavano proprio come si pensava. Infatti, il biologo e psicologo tedesco scoprì che il cavallo diventava incapace di rispondere se chi poneva le domande non conosceva la risposta o se c’era uno schermo fra loro. Dimostrò, quindi, che Hans era capace di capire la riposta corretta in base a segnali microscopici del viso o della postura che svelavano l’eccitazione o il rilassamento dell’esaminatore quando il cavallo indicava il numero giusto. Pfungst stesso non riusciva a controllare questi indizi, svelando la risposta all’animale. Hans provò così di avere un altro tipo di intelligenza rispetto a quella che si pensava: riusciva a capire benissimo il linguaggio del corpo umano[2, 6].

Il “Clever Hans Phenomenon” oggi

Clever Hans insieme a Wilhelm von Osten (davanti a lui).
Clever Hans insieme a Wilhelm von Osten (davanti a lui). Immagine di, condivisa secondo la licenza CC BY 2.0.

L’abilità degli sperimentatori di influenzare i soggetti che partecipano agli esperimenti oggi è nota come “Clever Hans phenomenon” (fenomeno Hans l’intelligente). Questa storia è una lezione preziosa sull’importanza degli studi in cui nemmeno gli sperimentatori conoscono le risposte, gli studi in doppio cieco, e, per sicurezza, di evitare il contatto vis-à-vis tra sperimentatori e animali studiati[6].

Le abilità che studiamo per misurare l’intelligenza animale

In genere, per valutare quanto è “intelligente” un animale ne esaminiamo le abilità cognitive che consideriamo il massimo dell’intelligenza nella nostra specie, come uso di strumenti e ragionamenti complessi, ponendo noi stessi come riferimento. Questo approccio oggi è criticato, anche perché valutare ogni specie a sé consente di capirne meglio le condizioni evolutive, genetiche e ambientali che la caratterizzano. Ma gli studi sull’intelligenza animale sono comunque spesso focalizzate su questi aspetti[1, 2].

Per esempio, una definizione di intelligenza molto accreditata, pubblicata sul Wall Street Journal da Arvey e colleghi nel 1994, la descrive come “una capacità più ampia e profonda per capire il nostro intorno”, che “tra gli altri aspetti, coinvolge la capacità di ragionare, pianificare, risolvere problemi, pensare in modo astratto, comprendere idee complesse, apprendere velocemente e dalle esperienze”.

Vediamo alcuni esempi di queste abilità cognitive nel mondo animale.

Capacità numeriche

La matematica è una questione complicata. Ma se fare calcoli è una capacità complessa che spesso coinvolge il linguaggio, e quindi è ritenuta prerogativa umana, quando abbiamo a che fare con i numeri la nostra cognizione si basa innanzitutto su certe abilità innate che in parte condividiamo con altre specie. Infatti, alcuni animali non umani risultano capaci di:

  • Capire a colpo d’occhio quanti sono gli elementi di un insieme (subitizing). In particolare, molti animali possono riconoscere a colpo d’occhio quantità da uno a quattro elementi (numerosità relativa), come i pulcini di pollo domestico (Gallus gallus domesticus), che distinguono gruppi di due da gruppi di tre chicchi.
  • Distinguere, grosso modo, le numerosità di gruppi diversi (approximate number system). Questa abilità è evidentemente vantaggiosa per la sopravvivenza, poiché per esempio consente di confrontare la ricchezza di fonti di cibo o di gruppi di predatori e agire di conseguenza.
  • Associare un simbolo a una precisa quantità (principio della cardinalità) e ricordare questi simboli in un ordine preciso (principio dell’ordinalità). Queste capacità si osservano molto bene negli scimpanzé (Pan troglodytes), come hanno evidenziato, tra le altre, una ricerca del 2007 guidata dal primatologo Matzumawa e una del 2014, in cui questi animali effettuavano dei test di memoria. Su un tablet, per meno di 300 millisecondi vedevano apparire numeri in ordine casuale; poi dovevano selezionare i punti dov’erano apparsi i numeri nel loro ordine corretto. Non solo gli animali coinvolti nello studio imparavano e ricordavano l’ordine giusto dei numeri, ma erano più rapidi degli esseri umani a indicare dove si trovassero prima di scomparire (è possibile eseguire un test simile qui).

Gli animali sanno contare?

Alcune specie hanno mostrato possibili capacità di effettuare somme e sottrazioni. Talvolta, persino di calcolare le probabilità che una situazione abbia un determinato esito. Per esempio, studi suggeriscono che certe specie di carnivori sociali sarebbero in grado di valutare le probabilità di avere la meglio in uno scontro ed entrarvi solo se hanno buone possibilità di vittoria[1]. Anche le formiche, secondo alcuni studi, effettuerebbero “calcoli” per capire se un possibile nido è abbastanza grande perché la sua colonia ci si trasferisca. Infatti, un’ipotesi è che calcolino la grandezza del luogo in base alla frequenza di volte in cui coprono il luogo con segmenti di una certa lunghezza.

I risultati relativi alle capacità numeriche negli altri animali presentano diversi limiti, poiché negli esperimenti occorre controllare molte variabili che variano in base alla specie. Più che le numeriche, potrebbero essere più rilevanti le aree per gatti e delfini, i feromoni per altri mammiferi, il movimento per le salamandre eccetera. In effetti, sembra che molti animali non umani utilizzino i numeri come ultimo parametro di scelta tra quelli che hanno a disposizione.

Approfondisci leggendo: I pesci sanno contare? Intervista a Robert Gerlai

Uso di strumenti

La definizione più utilizzata di uso di strumenti indica questo comportamento come “l’esercizio del controllo su un oggetto esterno liberamente manipolabile (lo strumento) con l’obiettivo di (1) alterare le proprietà fisiche di un altro oggetto, sostanza, superficie o mezzo (l’obiettivo, che può essere l’utente dello strumento o un altro organismo) tramite un’interazione meccanica dinamica, o (2) mediare il flusso di informazioni tra l’utente dello strumento e l’ambiente o altri organismi nell’ambiente”[7].

In questa definizione ricadono alcuni comportamenti di diverse specie, come:

  • Scimpanzé e corvi della Nuova Caledonia (Corvus moneduloides), che per esempio possono trasformare bastoncini in uncini per scavare e stanare prede.
  • Alcuni macachi. Per esempio, alcune popolazioni di macaco cinomolgo delle Isole Nicobare (Macaca fascicularis umbrosus) usano strumenti come foglie e rami per foraggiamento, igiene, comunicazione, gioco e comportamenti auto-diretti[8] (come grattarsi).
  • Le scimmie cappuccine (genere Sapajus), che usano pietre per rompere i gusci delle noci di cui si nutrono. In particolare, il cebo dai cornetti (Sapajus apella) usa pietre di diverso peso per alimenti diversi. Invece, alcune popolazioni di cebo striato o cebo barbuto (Sapajus libidinosus) sfruttano strumenti anche per scavare e per altre funzioni[9].
  • Un altro esempio potrebbe essere quello dei firehawk, rapaci australiani che lascerebbero cadere bastoncini incendiati per stanare le prede (come sembra essere stato confermato anche di recente).

    6 macachi con alcuni sassi usati come strumenti
    Esemplari di Macaca fascicularis con i loro strumenti. Foto dei macachi di Michael D. Gumert, foto delle pietre di Michael D. Gumert e Michael Haslam (da qui), condivise secondo la licenza CC BY 2.5 DEED.

Casi limite nell’uso di strumenti

Alcuni autori contestano in parte questa definizione di uso di strumenti, perché possono esserci dei casi limite. Per esempio, l’oggetto può non essere lontano dal corpo dell’animale o un’azione può lasciare inalterata la posizione o la forma di un oggetto[7]. Qualche esempio di caso limite:

  • alcuni delfini naso a bottiglia (Tursiops truncatus) strofinano spugne contro il fondale marino per stanare le prede senza ferirsi il muso con eventuali oggetti taglienti;
  • le lontre di mare (Enhydra lutris), che spaccano i gusci dei crostacei sbattendo questi ultimi contro scogli o sassi appoggiati sopra il proprio ventre;
  • alcune formiche che, per esempio, usano oggetti a mo’ di spugne per trasportare alimenti liquidi;
  • in almeno due specie dell’ordine Crocodilia, alcuni individui tengono dei bastoncini sui propri musi quando per diverse specie di uccelli è il periodo di costruzione dei nidi, in modo da attrarli e predarli;
  • i polpi (Octopus vulgaris), che tra le loro numerose abilità cognitive (come aprire barattoli) si possono anche ricoprire di conchiglie o altri oggetti per celarsi a possibili predatori.

E si può considerare uso di strumenti l’abilità dei pesci arcieri di colpire con grande precisione una preda grazie a uno spruzzo d’acqua?

Nonostante i suoi limiti, dare una definizione così precisa aiuta a evitare descrizioni poco significative e fonte di discussioni, come “altera la condizione dell’utilizzatore”[7].

Risoluzione di problemi complessi

Tra gli esperimenti più comuni per verificare l’intelligenza di una specie ci sono i test che richiedono all’animale di risolvere dei rompicapi per raggiungere un oggetto desiderato (in genere del cibo). Così, i polpi (Octopus vulgares) e i topi hanno mostrato di imparare a uscire da labirinti; svariati primati ad aprire scatole puzzle e risolvere quiz di logica; bonobi e corvidi a usare acqua e oggetti per riempire tubi mezzi vuoti in modo da raggiungere noccioline; e così via.

L’abilità di risolvere problemi complessi include diversi fattori. In effetti, i corvi della Nuova Caledonia sembrano essere gli uccelli più abili a usare metastrumenti, quindi di usare degli oggetti per realizzare degli strumenti, anche se risultano essere altrettanto abili nei movimenti rispetto ad altri corvidi[1].

Un elemento da considerare è, per esempio, l’abilità di collegare causa ed effetto, che varia in base alla situazione e alla specie. Per esempio, i corvi della Nuova Caledonia nei test in cui occorre tirare dei fili performano peggio dei kea (Nestor notabilis). È possibile che ci siano in gioco fattori ecologici-evolutivi[1]. Invece, alcuni scimpanzé che dovevano risolvere dei puzzle imparando da un istruttore umano che illustrava anche movimenti inutili hanno dimostrato di apprendere solo i passaggi utili a risolvere il problema, mostrando un’ottima capacità di collegare causa ed effetto.

Un fattore ulteriore da considerare nella risoluzione di problemi complessi è il ragionamento astratto. Per esempio, alcuni esperimenti suggeriscono che, oltre alle grandi scimmie e ai corvidi, ne siano capaci i piccioni (Columba livia) e i pappagalli cinerini (Psittacus erithacus).

Pianificazione del futuro

L’abilità di prepararsi in vista di un’azione futura è stata per lungo tempo considerata una prerogativa umana. Tuttavia, alcune specie animali, come scimpanzé, ratti, cornacchie grigie (Corvus corax) e corvi della Nuova Caledonia, mostrano di raccogliere oggetti che possono utilizzare solo a distanza di diverso tempo[1, 2, 10]. Lo avrebbero dimostrato anche un piccione e l’elefante Kandula, portando una scatola sotto a una fonte di cibo per salirci sopra e raggiungere l’obiettivo. E i cebi dai cornetti, poiché scelgono con anticipo le pietre da usare per aprire le noci, anche centinaia di metri prima del luogo dove hanno precedentemente posizionato il cibo.

Il ritardo della gratificazione

L’abilità di pianificazione del futuro può essere indagata da test che verificano la capacità di un animale di resistere a una “tentazione”. Nei bambini, questo esame è detto “marshmallow test” o “Stanford marshmallow experiment“: un bambino viene messo in una stanza insieme a questo dolce e gli viene detto che, se nei successivi 15 minuti non lo mangerà, gliene sarà dato un secondo. Versioni simili dell’esperimento, noti come delay of gratification task (“compito del ritardo della gratificazione”) hanno dimostrato la capacità di aspettare un premio più succoso in alcune specie di primati, cani, corvidipappagalli cenerini (Psittacus erithacus) e seppie (Sepia officinalis). Invece, roditori, piccioni e pollo domestico sembrano fallire[11]. Altri studi suggeriscono però che topi e ratti siano capaci di proiettarsi nel futuro, per esempio per scegliere il percorso da fare in un labirinto.

La “pazienza” di scimpanzé e bonobo sembra in effetti essere superiore a quella degli esseri umani (soprattutto quando occorre attendere del cibo) e di tutte le altre specie sottoposte a esperimenti in questo senso. In alcuni di questi test gli scimpanzé superano i bonobo. Questo si può spiegare con il fatto che i bonobo vivono in ambienti dove il cibo è sempre a disposizione, mentre gli scimpanzé sono abituati a una bassa disponibilità di risorse alimentari. Aspetto che, peraltro, potrebbe aver stimolato la loro maggiore propensione a realizzare strumenti per alimentarsi[1].

Intelligenza animale e cultura

Si può parlare di cultura quando degli individui imparano dei comportamenti gli uni dagli altri, e ne deriva una diversificazione di comportamenti tra gruppi diversi. Si riscontra questo in diverse specie. Per esempio, tra le scimmie si osserva che, probabilmente a causa dei neuroni specchio, gli individui possono imparare dagli errori altrui grazie alla sola osservazione. Possono però contribuire l’insegnamento attivo e il linguaggio[1, 2, 13].

Celebre caso di cultura animale è quello studiato dagli studenti dell’ecologo e primatologo giapponese Kinji Imanishi in alcune popolazioni di macachi giapponesi (Macaca fuscata) dell’isola di Koshima. Imo era una giovane femmina che iniziò a lavare le patate dolci nell’acqua prima di mangiarle. Sua madre iniziò a imitarla, poi iniziarono i coetanei e le loro madri, e infine il comportamento si diffuse al resto dei macachi giapponesi dell’isola. Quindi, la rete di apprendimento aveva seguito la rete di relazioni sociali, diffondendosi di generazione in generazione. Oggi si tramanda di madre in cuccioli e a Imo è stata dedicata una statua[2].

Trasmissione culturale nel mondo animale

La trasmissione culturale si può osservare anche in altre specie, come:

  • negli oranghi (con la realizzazione di ombrelli usando grandi foglie) e altri primati;
  • nei corvi della Nuova Caledonia e la capacità di aprire scatole puzzle;
  • in varie specie di cetacei e altri predatori che tramandano tecniche di caccia in gruppo;
  • in specie che cantano e hanno veri e propri dialetti a seconda della popolazione a cui appartengono;
  • in suricati (Suricata suricatta), alcune specie di pesci, invertebrati come api e moscerini della frutta, eccetera[13].

Infatti, la trasmissione di informazioni può essere molto vantaggiosa per una popolazione e la specie a cui appartiene, fornendo aiuto nel nutrimento, nella difesa dai predatori e in altri ambiti. Questa capacità di adattamento culturale, che si affianca all’eredità genetica, potrebbe avere quindi un importante ruolo evolutivo, compensando gli alti costi della vita sociale (per esempio vivere in gruppo facilità la diffusione delle infezioni)[1, 13]

Due corvi seduti su un ramo.
In Giappone, una popolazione di corvi della specie Corvus macrorhynchos sfrutta il traffico per rompere le noci e poterne mangiare il contenuto. Le fanno cadere di fronte alle auto negli incroci, poi vanno a raccogliere il gheriglio quando i semafori diventano rossi[12]. In foto, due corvi di questa specie. Scatto di Isana Chiba, condiviso secondo la licenza CC BY-SA 4.0.

Outperformer: “intelligenze” superiori

Per quanto ne sappiamo e con tutte le limitazioni degli esperimenti attuati, alcune specie superano in specifiche abilità cognitive le altre. (Noi inclusi.) Per esempio, gli uccelli hanno elevatissime capacità di elaborazione delle informazioni, come nella memorizzazione spaziale e nel riconoscimento delle differenze tra immagini (pattern recognition). Abilità probabilmente molto importanti per animali volanti[1]. Ma alcuni topi e primati risultano intraprendere anche scelte più razionali degli esseri umani in dei test di intelligenza. I piccioni ci superano in test in cui cambiare scelta fa ottenere vantaggi più spesso (ma noi facciamo valutazioni che ci penalizzano).

Un altro esempio è quello dei cani (Canis familiaris). Questi, infatti, superano le altre specie nella capacità di capire le indicazioni degli esseri umani e cooperare con loro. Un record che non sorprende, considerando che sono stati selezionati in questo senso. Ma non cooperano altrettanto bene tra conspecifici, cosa in cui riescono molto meglio i lupi (Canis lupus), loro parenti più stretti. Questo è un esempio di come le abilità sociali siano almeno parzialmente differenziate le une dalle altre e quindi possano svilupparsi in modo indipendente[1].

Come per noi esseri umani e le nostre capacità eccellenti in alcuni ambiti, questi casi mostrano repertori comportamentali caratteristici delle singole specie, che dipendono dall’ambiente in cui si sono evolute. L’approccio più corretto, quindi, potrebbe essere quello di eliminare il concetto di “intelligenza” e trattare solo la “cognizione”, considerando tutte le diverse abilità cognitive in modo più neutro[1].

Chissà cosa potremmo scoprire se riuscissimo a effettuare esperimenti che non possiamo immaginare perché testano sensi e abilità non umani.

Referenze

  1. Bräuer J., Hanus D., et al., 2020. Old and New Approaches to Animal Cognition: There Is Not “One Cognition”. J Intell 2;8(3):28. Doi: 10.3390/jintelligence8030028.
  2. de Waal F., 2017. Are We Smart Enough to Know How Smart Animals Are? Norton & Co Inc. ISBN-13: 978-0393353662.
  3. Sternberg R. J., 2012. Intelligence. Dialogues Clin Neurosci 14(1):19-27. Doi: 10.31887/DCNS.2012.14.1/rsternberg.
  4. Jacobs, I. F., & Osvath, M., 2015. The string-pulling paradigm in comparative psychology. J Comparative Psychol 129(2), 89–120. Doi: 10.1037/a0038746.
  5. Shaw R. C., & Schmelz M., 2017. Cognitive test batteries in animal cognition research: evaluating the past, present and future of comparative psychometrics. Animal cognition20(6), 1003-1018. Doi: 10.1007/s10071-017-1135-1.
  6. Samhita L., & Gross H.J., 2013. The “Clever Hans Phenomenon” revisited. Communicative & Integrative Biology 6(6), e27122. Taylor & Francis. Doi: 10.4161/cib.27122.
  7. St Amant R. & Horton T.E., 2008. Revisiting the definition of animal tool use. Animal Behaviour 75(4), pp. 1199-1208, ISSN 0003-3472. Doi: 10.1016/j.anbehav.2007.09.028
  8. Mazumder J., & Kaburu S.S.K., 2020. Object Manipulation and Tool Use in Nicobar Long-Tailed Macaques (Macaca fascicularis umbrosus). Int J Primatol 41, 141–159. Doi: 10.1007/s10764-020-00141-y
  9. Falótico T., Valença T., Verderane M.P. et al., 2022. Stone tools differences across three capuchin monkey populations: food’s physical properties, ecology, and culture. Scientific Reports 12, 14365. Doi: 10.1038/s41598-022-18661-3
  10. de Waal F., 2019. The Surprising Complexity of Animal Memories. The Atlantic.
  11. Schnell A.K., Boeckle M., et al., 2021. Cuttlefish exert self-control in a delay of gratification task. Doi: 10.1098/rspb.2020.3161
  12. Andersen R., 2019. A journey into the animal mind. The Atlantic.
  13. Whiten A., 2021. The burgeoning reach of animal culture. Science 372, eabe 6514. Doi: 10.1126/science.abe6514.
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