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Perché piangiamo?

La prima cosa che facciamo quando nasciamo, è piangere. Nel corso della nostra esistenza, ognuno di noi piangerà a causa di dolore, tristezza, disperazione, ma anche per via di travolgente gioia o altre emozioni positive. Nonostante la lacrimazione in risposta a irritazioni degli occhi sia diffusa tra molti animali, pare che il pianto emotivo sia un’esperienza prettamente umana. Alla domanda “perché piangiamo?” abbiamo dato, nei secoli, svariate risposte.

Se Darwin nel 1872 sosteneva che il pianto emotivo fosse un evento accidentale e senza alcuna funzione biologica, pochi decenni più tardi divennne chiaro, invece, che le lacrime hanno un significato evolutivo. Nel secolo scorso alcune teorie, oggi confutate, suggerivano che il pianto fosse un residuo di un nostro ipotetico antenato la cui esistenza non è mai stata provata – la presunta “scimmia acquatica”. Altre ipotesi non confermate suggerivano che le lacrime fossero una via per espellere ormoni dello stress, accumulati in situazioni di malessere[1,2].

Ma al netto di queste teorie ormai sorpassate, oggi sappiamo a cosa serve piangere?

Cosa sono le lacrime?

Le lacrime sono una secrezione delle ghiandole lacrimali, poste a lato di ogni occhio. Queste ghiandole sono sempre in attività e possono rilasciare tre tipi di prodotti[3]:

  • Lacrime basali: servono a lubrificare gli occhi per evitare che si secchino e hanno una composizione simile a quella della saliva, dato che contengono acqua, muco e sali. Sono prodotte costantemente e possono finire per evaporare o venire riassorbite dall’organismo dopo aver viaggiato lungo il dotto lacrimale, che porta all’interno del naso.
  • Lacrime riflesse: sono prodotte per pulire gli occhi in risposta a una sostanza irritante. Ne sono un esempio le lacrime prodotte quando si taglia una cipolla. La loro composizione chimica è simile a quella delle lacrime basali, con l’aggiunta di anticorpi.
  • Lacrime emotive: sono prodotte in risposta a dolore, stress o forti emozioni, quali tristezza, gioia e paura. Rispetto agli altri due tipi di lacrime contengono molte più proteine, come diversi tipi di ormoni.

La lacrimazione emotiva non è un evento semplicemente fisico, bensì strettamente legato a diversi stati d’animo. Le lacrime emotive sono spesso accompagnate anche da specifiche espressioni facciali, talvolta da singhiozzi, cambiamenti del ritmo respiratorio e nel tono della voce.

Perché piangiamo?

Pianto nei neonati e nei bambini

Fino al primo mese di vita, i neonati piangono senza versare lacrime poiché i loro dotti lacrimali non sono ancora completamente sviluppati. Anche dopo l’inizio della produzione delle lacrime, gran parte del pianto nei bambini si manifesta come vocalizzazione, simile al richiamo che i cuccioli dei mammiferi o i pulcini degli uccelli usano per richiedere attenzione. Essendo la modalità con cui i cuccioli comunicano i propri bisogni come fame o dolore, è possibile, sopratutto per i caregiver, distinguere i pianti in base alla frequenza delle vocalizzazioni intervallate da silenzio, in base all’intensità, alla durata etc.

Se per i bambini il pianto rappresenta una necessità da cui può dipendere la loro stessa sopravvivenza, a cosa serve il pianto negli adulti?

Qual è la funzione del pianto negli adulti?

Nella maggior parte dei casi, gli adulti piangono per stress, dolore, tristezza o disperazione. Più raramente piangono di gioia o di fronte a situazioni di estrema bellezza, soddisfazione o affetto. Nei bambini il pianto è sempre correlato a malessere, ma con l’avanzare dell’età aumenta la propensione a piangere di gioia. Infatti le persone anziane tendono a commuoversi, ovvero piangere per eventi positivi, più spesso dei giovani[4].

Le teorie riguardo alla funzione del pianto emotivo negli adulti possono essere categorizzate in due gruppi, a seconda che il pianto sia visto come una sorta di “valvola di sfogo” che dà un senso di benessere personale, oppure come mezzo di comunicazione.

Pianto come valvola di sfogo personale

Piangere può aiutarci ad autoregolare il nostro stato emotivo, ovvero serve ad auto-calmarci, riportandoci a un livello “base” sia che partiamo da uno stato di travolgente gioia o di estrema tristezza. Un bel pianto riduce, infatti, i livelli di ormoni dello stress come il cortisolo, e incrementa quelli dell’ormone del benessere ossitocina.

Inoltre, dopo il pianto si riscontra una più alta tolleranza al dolore, come se l’emozione travolgente venisse intorpidita. Questo effetto non necessariamente subentra subito, ma può impiegare anche molti minuti o addirittura ore. Alcuni esperti parlano di questo fenomeno come di un effetto “catartico”, che si riscontra indipendentemente dal contesto sociale in cui siamo: da soli o in compagnia, piangere ci fa calmare fisiologicamente. ma c’è di più:

Scoppiare a piangere in presenza di altre persone, però, può essere letto con un ordine di ragionamento ben diverso.

Pianto come richiesta di aiuto

La vista di qualcuno che piange scatena in noi una reazione empatica nei suoi confronti. Questo innesco di compassione nasce dalla visione delle lacrime sul viso, della peculiare alterazione della mimica facciale e dall’ascolto della voce “rotta”. La risposta innata è di riduzione dell’aggressività e di promozione di comportamenti altruisti. Dopotutto siamo animali sociali, e spesso esprimiamo il bisogno di sostegno tramite la comunicazione non verbale.

Ricevere o meno conforto a seguito di un pianto determina lo stato emotivo legato all’esperienza stessa del pianto. Ad esempio, venire giudicati per le nostre lacrime peggiorerà il nostro stato d’animo. Come si può prevedere se qualcuno ci verrà in soccorso quando piangiamo? Nonostante non ci sia una risposta universale, la probabilità di ricevere sostegno dipende, tra le altre cose, dal genere di entrambe le parti. Infatti, se a piangere è una donna, la spinta ad aiutarla verrà da tutti indistintamente; se invece a piangere è un uomo, le donne osservatrici saranno più portate a dargli supporto rispetto a uomini osservatori. La minore propensione degli uomini a sostenersi a vicenda potrebbe derivare da schemi culturali, ma questi non annullano completamente le funzioni sociali del pianto: i benefici di un pianto davanti ad altri uomini esistono, e sono solo meno marcati rispetto a quando sono delle donne a osservare[5].

Perché proprio le lacrime?

Posto che il pianto abbia una valenza sociale, perché è associato all’emissione di lacrime? Esiste una teoria secondo cui le lacrime, sfocando la vista e quindi impedendo di vederci bene, manderebbero un segnale di vulnerabilità. In altre parole, un potenziale aggressore saprebbe che non potremmo contrattaccare o difenderci fintantoché la nostra vista è appannata, attenuando così la sua aggressività[6]. L’importanza delle lacrime emotive è evidenziata anche dal loro alto contenuto proteico, il quale le rende più aderenti al viso per più tempo: un modo per prolungare il messaggio di vulnerabilità e per chiedere aiuto senza bisogno di parole.

Crediti foto: The 5th Ape

Referenze

  1. Why do humans cry? A new reading of the old sob story, The Guardian
  2. Why we cry, Time
  3. Facts About Tears, American Academy of Ophthalmology
  4. Is crying a self-soothing behavior?, Frontiers in Psychology
  5. The gender-specific impact of emotional tears, Motivation and Emotion
  6. Emotional Tears as Biological Signals, Evolutionary Psychology
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