La nostra storia è tempestata di emergenze sanitarie dalla natura infettiva: dalla peste alla tubercolosi, dal colera all’ebola, ognuna di queste patologie ha causato ingenti difficoltà umanitarie ed economiche, soprattutto nei paesi in via di sviluppo. Se nella maggior parte dei casi i protagonisti di tali sventure sono microrganismi, bisogna ricordare che esistono anche altri “inquilini scomodi” delle comunità umane e animali: i vermi parassiti. Oggi conosceremo insieme Dracunculus medinensis, verme parassita che ha accompagnato la storia umana fin dagli albori, scoprendone le caratteristiche principali e indagando il suo rapporto con l’ambiente.
Cos’è il Dracunculus medinensis
Il Dracunculus medinensis appartiene al gruppo dei Nematodi, anche detti vermi piatti. Si tratta di animali che hanno colonizzato numerosi ambienti, sia terrestri sia acquatici, adattandosi spesso alla vita parassitaria. Una specie ben nota è senza dubbio Enterobius vermicularis, meglio conosciuto come ossiuro, diffuso nelle scuole dell’infanzia. Si ritiene che a determinare il loro grande successo evolutivo sia stata la capacità di intraprendere processi metabolici diversi in base alle condizioni ambientali e il possedere la cuticola, un rivestimento al corpo flessibile ma resistente capace di proteggerli.[1]
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Il Dracunculus medinensis è noto anche come filaria di Medina, zona geografica dove è endemico. Ampiamente diffuso in Asia e in Africa, degli esemplari colpisce anzitutto il forte dimorfismo sessuale. Il maschio raggiunge appena i 4 cm, mentre la femmina può arrivare a più di un metro di lunghezza.[1]
L’infestazione da esso causata prende il nome di dracunculiasi e inizia con l’ingestione di acqua contaminata da larve. Una volta arrivate nel tratto digestivo, le larve attraversano la parete intestinale e si stabiliscono nei tessuti dell’ospite. In particolare, occupano torace e addome.[1] Dopo un periodo di 60-70 giorni [2], gli esemplari sono sessualmente maturi e possono accoppiarsi. Successivamente la femmina migra nella zona sottocutanea degli arti inferiori. Qui, tramite il rilascio di liquido uterino [2], provoca una risposta infiammatoria con generazione di pustole purulente. Il prurito e il dolore portano l’ospite a cercare istintivo sollievo nell’acqua. È un caso di evoluzione adattativa: bagnandole, le ferite si apriranno e libereranno le larve. Nell’ambiente esse verranno prima ingerite da un ospite intermedio, un piccolo crostaceo appartenente alla categoria dei copepodi, e solo successivamente potranno tornare nell’ospite definitivo, ovvero un mammifero come l’uomo.[1]
Dracunculiasi: un quadro ecologico
I nematodi dracunculoidi sono parassiti di ogni categoria di vertebrati: i Dracunculus attaccano mammiferi e rettili (soprattutto serpenti), mentre gli Avioserpens per lo più uccelli. Ne esistono altri che contemplano nel loro spettro d’ospite anche anfibi e pesci.[2] Delle 14 specie di Dracunculus oggi validamente descritte la maggior parte appartengono al vecchio continente. Le informazioni maggiori riguardano proprio D. medinensis, la specie più rilevante da un punto di vista medico.[2]
L’emergenza umanitaria
La dracunculiasi (in inglese Guinea Worm Disease, GWD) è forse una delle malattie meglio note all’uomo fin dall’antichità. La patologia è dolorosa e debilitante, costringendo i pazienti a numerose settimane di assistenza. Pur non essendo fatale in sé, non è raro che complicazioni e infezioni secondarie aumentino gravemente la mortalità.[3] La dracunculiasi, infatti, è spesso legata a cellulite infettiva, artrite, contratture tendinee e ulcerazioni croniche.[4] Si conoscono inoltre rari casi in cui i vermi rimasti nel tessuto connettivo, morendo, sono andati incontro a calcificazione nel corpo dell’ospite, causando gonfiori anomali nelle regioni interessate.[5]
A fronte di ciò, dal 1986 gli scienziati del US Center for Control and Disease Prevention (CDC) hanno riconosciuto il GWD come potenziale target di una campagna di eradicazione, simile a quella poco prima attuata nei confronti del vaiolo. L’obiettivo era l’eliminazione globale della patologia e l’estinzione del parassita responsabile. Sebbene il D. medinensis non si sia estinto, la campagna ha permesso di arginare notevolmente il problema: nel 2019 i casi registrati di GWD in esseri umani sono stati solo 54 in tutto il mondo. L’eradicazione è stata possibile attraverso l’applicazione di alcuni interventi locali: segnalare tempestivamente casi di persone malate, tenere lontani gli infetti da fonti d’acqua comuni, procurare acqua pulita agli altri residenti e usare per essa appositi filtri.[3]
Un nuovo bacino di diffusione
Nonostante il graduale miglioramento del contesto epidemiologico, l’attenzione sul rischio dracunculiasi nei Paesi d’interesse non è mai calata. È stato proprio il continuo monitoraggio a far emergere, negli anni più recenti, una seria minaccia: la nascita di un nuovo bacino di diffusione. I casi di D. medinensis riscontrati in animali non umani nel passato sono stati attribuiti per lo più a errori di identificazione, rimanendo una nicchia poco esplorata. Poco dopo l’eradicazione delle infezioni nell’uomo, però, si è cominciato a osservare un preoccupante trend di infezioni nel cane domestico (Canis lupus familiaris), soprattutto nel territorio africano del Ciad.[5] Analisi genetiche attuate su campioni umani e animali hanno permesso di confermare che la stessa popolazione di Dracunculus stava causando la GWD in entrambe le specie.[3]
Questi stessi studi hanno evidenziato come i cani abituati a vivere in casa, ai quali veniva fornita acqua dai padroni, risultavano meno proni a sviluppare infezioni. Discorso molto diverso invece per gli animali soliti abbeverarsi da fonti esterne, probabilmente contaminate da copepodi infetti.[6]
Il ruolo svolto dalla fauna acquatica
L’indagine, però, non si è fermata alle fonti idriche. Andando infatti a indagare le abitudini locali, è emerso che molti cani domestici venivano nutriti con grandi quantità di pesce. Nel Ciad durante il periodo sfavorevole all’agricoltura (che va da luglio a novembre) è comune basare gran parte della dieta, sia umana che animale, sul pescato fluviale. Anche anfibi, come rane, vengono spesso catturati e sfruttati come fonte alimentare. Le analisi in entrambi gli animali a sangue freddo hanno evidenziato, in diverse occasioni, un’ampia presenza di larve. Questa osservazione ha permesso di ampliare le conoscenze in merito al reservoir del D. medinensis, ovvero l’insieme delle specie animali che le larve del parassita sfruttano come “domicili temporanei” per crescere e raggiungere i propri ospiti definitivi dove riprodursi e completare il ciclo vitale.[7-8]
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Il Dracunculus nella storia umana
Il D. medinensis ha attanagliato le popolazioni umane fin dai tempi più remoti: se ne leggono testimonianze nei papiri dell’Antico Egitto risalenti anche al 1550 a.C., e vi sono tracce del parassita persino in alcune mummie. Claudio Galeno, importante medico dell’Antica Grecia, ha appreso proprio presso Alessandria d’Egitto dell’esistenza del Dracunculus e come trattare i pazienti affetti (II secolo d.C.).[9]
Una vera descrizione zoologica è arrivata però solo nella seconda metà dell’ottocento dal naturalista russo Aleksej Fedchenko. Negli anni della sua gioventù viaggiò molto in Asia Centrale, dove ebbe modo di osservare e descrivere nel dettaglio l’eziologia della dracunculiasi. Oltre a ciò, egli diede un enorme contributo alla comprensione del ciclo vitale del Dracunculus. Per secoli infatti era rimasto un mistero come il verme riuscisse ad arrivare dentro l’organismo umano, e molti ritenevano addirittura che vi si generasse in modo soprannaturale.[10]
Il nome, “dracunculi”, allude al sintomo principale dell’infezione: un bruciore forte e persistente, simile a quello generato da “piccoli draghi”.[10]
Le testimonianze culturali della dracunculiasi
Del D. medinensis sono rimaste ampie testimonianze anche nell’arte. San Rocco, patrono di ammalati e viandanti, viene a volte rappresentato con una filaria che gli spunta da una gamba.[9] Strano ma vero, anche il simbolo per eccellenza della medicina potrebbe essere legato al Dracunculus. Si ritiene che l’animale attorcigliato attorno al bastone di Asclepio, tradizionalmente definito un serpente, nascesse in realtà come filaria: è infatti riscontrabile una grande somiglianza tra le rappresentazioni del bastone e la forma che assume il verme quando viene tirato fuori dalle ferite.[11]
Referenze
- Argano, R., et al. (2007). Zoologia. Diversità animale, Monduzzi Editoriale;
- Cleveland, C. A., et al. (2018). The wild world of Guinea Worms: A review of the genus Dracunculus in wildlife. IJP: Parasites and Wildlife, 7:289-300;
- Durrant, C., et al. (2020). Population genomic evidence that human and animal infections in Africa come from the same populations of Dracunculus medinensis. PLoS Negl Trop Dis, 14(11):e0008623;
- Muller, R. (1971). Dracunculus and dracunculiasis. Adv Parasitol, 9:73-151;
- Athavale, V., et al. (2024). Guinea Worm Disease Presenting as a Subcutaneous Calcification. Cureus, 16(6): e62733;
- McDonald, R. A., et al. (2020). Ecology of domestic dogs Canis familiaris as an emerging reservoir of Guinea worm Dracunculus medinensis infestion. PLoS Negl Trop Dis, 14(4): e0008170;
- Garrett, K. B., et al. (2020). Dogs and the classic route of Guinea Worm transmission: an evaluation of copepod ingestion. Scientific Reports, 10(1430);
- Cleveland, C. A., et al. (2018). A search for tiny dragons (Dracunculus medinensis third-stage larvae) in aquatic animals in Chad, Africa. Scientific Reports, 9(375);
- Simonetti, O., et al. (2023). Dracunculiasis over the centuries: the history of a parasite unfamiliar to the West. Le infezioni in medicina, 2:257-264;
- Zimmer, C. (2013). The Guinea Worm: A Fond Obituary. National Geographic;
- Rogers, K. (2011). Guinea Worm Disease. Encyclopedia Britannica.
Immagine di copertina: Bastone di Asclepio (Antranias, Pixabay)





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