I vegetariani vivono più a lungo?

Un numero crescente di persone si è avvicinato al vegetarianismo nella speranza di trarne beneficio per la salute. Ma è effettivamente vero che adottare una dieta vegetariana corrisponde a migliorare il proprio stato di salute e longevità? Scopriamolo.

E’ vero che adottare una dieta vegetariana corrisponde a migliorare il proprio stato di salute e longevità? Cosa dicono le evidenze scientifiche? A cosa è imputabile un migliore stato di salute?

Perché vegetariani?

La scelta vegetariana è, negli ultimi tempi, spinta dal marketing e dalla moda. Ma, storicamente, i reali motivi che spingono a questa scelta sono etici: il vegetariano e il vegano non vogliono l’uccisione, la sofferenza o lo sfruttamento di altre specie animali.

La copertina dell’album “Meat is murder” (“La carne è assassinio”) della band inglese The Smiths, 1985.

In seguito, un numero sempre più crescente di persone si è gradualmente avvicinato alle diverse forme di vegetarianismo (vegetariani, vegani, e in alcuni casi più estremi –  che in questa trattazione escluderemo – crudisti e fruttariani) nella speranza di trarne beneficio per la salute. Vi sono anche motivazioni socio-economiche, come quelle affrontate dall’ecologia della nutrizione, scienza che si occupa delle conseguenze locali e globali della produzione, commercio e consumo di cibo, quindi dell’impronta ambientale generata da un certo stile alimentare e della sua sostenibilità.

Storia del vegetarianismo

La prima organizzazione da parte dei vegetariani prese forma nel 1847 in Inghilterra, dove fu fondata la Vegetarian Society e, di lì a poco, se ne cominciò a parlare anche in Francia e Germania. Quarantadue anni dopo, nel 1889, fu coniato in Italia il termine vegetarismo, attualmente sinonimo di vegetarianismo. Nella nostra nazione, la prima forma organizzata nacque nel 1952 e fu la Società Italiana Vegetariana, fondata da Aldo Capatini e successivamente rinominata Associazione Vegetariana Italiana dal suo successore Ferdinando Delor (attualmente presieduta da Carmen Nicchi Somaschi) (1). Negli anni Sessanta e Settanta del Novecento cominciò a diffondersi un movimento culturale vegetariano, ed è stato in questo periodo che molte persone hanno compiuto questa scelta. Da allora il numero di persone che si sono avvicinate alla dieta vegetariana è decisamente aumentato – lo vediamo ogni giorno intorno a noi – fino ad arrivare a oltre 4 milioni di italiani nel 2018, il 7% della popolazione dai 18 anni in su (2).

Cosa significa essere vegetariani?

Il significato di questo termine non è così scontato come si può pensare: esistono infatti, come già accennato, diverse forme di vegetarianismo, e ciascuna presenta problematiche nutrizionali differenti e a sé stanti.

I vegetariani escludono gli alimenti che prevedono l’uccisione dell’animale  –  cioè carne, pesce e qualsiasi derivato, compresi formaggi realizzati con caglio di origine animale, strutto e prodotti che lo contengono  –  ma consumano latte e derivati, uova, miele. Alcune persone che si definiscono vegetariane consumano però, in maniera occasionale, pesce, prodotti ittici e carni bianche.

I vegetariani si suddividono ulteriormente in ovo-latto-vegetariani, di cui sopra; ovo-vegetariani – che non consumano latte e derivati e talvolta, sempre per motivi etici, non consumano uova fecondate; latto-vegetariani – che consumano latte e derivati ma non uova.

I vegani o vegetaliani escludono non soltanto gli alimenti che prevedono l’uccisione dell’animale, ma anche tutti quei prodotti – alimenti compresi – che ne prevedono lo sfruttamento, come: latte e derivati, uova, miele, capi d’abbigliamento in pelle, pelliccia o lana, farmaci e/o prodotti cosmetici testati su animali. In questo caso, la motivazione etica è molto forte, accresciuta ulteriormente dalla consapevolezza che, nei tempi moderni, la concorrenza industriale abbia spinto l’allevamento a livelli e modalità tali di indifferenza e di atrocità, inimmaginabili per il consumatore medio.

L’uomo è vegetariano?

Ogni specie animale ha la sua nicchia alimentare, cioè un insieme di alimenti fra cui scegliere a seconda della disponibilità ambientale e stagionale. Ciascuna specie è adattata alla propria nicchia, presenta cioè caratteristiche anatomiche e fisiologiche in relazione al tipo di cibo che abitualmente consuma in natura, come denti, unghie, artigli, muscolatura fatti in un certo modo, ma anche apparato digerente e metabolismo atti a svolgere determinate funzioni digestive.

Infatti, gli animali carnivori si nutrono esclusivamente di altri animali –  per questo presentano caratteristiche come: dentatura con canini per lacerare, muscolatura massiccia atta a inseguire e abbattere la preda, olfatto, udito e vista sviluppati in un certo modo, intestino corto. Gli erbivori, al contrario, si cibano esclusivamente di vegetali – per cui presentano i denti molari e altri adattamenti atti a strappare e triturare erbe varie e altro materiale fibroso, intestino lungo per la digestione delle fibre. Gli onnivori, dal loro canto, presentano caratteristiche intermedie e possono mangiare quasi tutto. Questa è chiaramente una semplificazione, in quanto ciascuna specie tende a preferire solo alcuni cibi, ed esistono specie anche fortemente specializzate nel consumo di un determinato alimento.

L’uomo (Homo sapiens, appartenente alla classe dei Mammiferi, ordine dei Primati – cioè le scimmie) si configura come onnivoro, con un intestino la cui lunghezza si avvicina più a quella tipica degli erbivori che non dei carnivori (la lunghezza dell’intestino è, in ambito evolutivo, proporzionale alla quota di fibre vegetali consumate nella dieta). Non a caso, dietisti e biologi nutrizionisti mettono sempre in evidenza l’importanza delle fibre nell’alimentazione, che in media vengono consumate in maniera scarsa dalla popolazione occidentale. L’essere umano è quindi considerato un onnivoro tendenzialmente –  e non esclusivamente –  vegetariano.

Vegetariano è più salutare?

Le proteine animali sono indispensabili? Non lo sono, poiché, se è vero che le fonti vegetali hanno proteine di valore biologico medio-basso, a confronto delle proteine di origine animale che presentano compresenza di tutti e 8 gli amminoacidi essenziali – e sono quindi ad alto valore biologico, è pur vero che abbinando in un unico pasto legumi e cereali si ottiene anche in questo caso la presenza di tutti gli amminoacidi essenziali (3). Basare il proprio apporto proteico esclusivamente sulle proteine di origine vegetale può però rendere difficoltoso soddisfarne il fabbisogno senza eccedere nel consumo di carboidrati.

Una dieta vegetariana ben pianificata porta comunque maggiori benefici sulla salute rispetto ai potenziali rischi, sebbene ci sia tuttora molto da studiare riguardo ai reali motivi di questo effetto (4). Ad esempio, un recente studio condotto su un campione di 269 donne taiwanesi non ipertese ha dimostrato che la dieta ovo-vegetariana è associata a livelli di pressione sanguigna significativamente più bassi rispetto a una dieta vegana o onnivora (5).

L’esclusione totale dei prodotti di origine animale è invece più rischiosa per quanto riguarda le carenze, soprattutto quelle di micronutrienti quali: vitamina B12, vitamina D, calcio, acidi grassi omega 3, e in alcuni casi anche ferro e zinco, poiché presenti in forme a biodisponibilità ridotta negli alimenti di origine vegetale (6). Stando all’ideologia vegetariana, le persone che seguono una dieta vegetariana hanno una migliore salute e vivono più a lungo rispetto ai non-vegetariani, perché il consumo di latticini, carne, uova e pesce porta rischio cardiovascolare. Ma quali sono le evidenze scientifiche?

Uno studio del 1999 riporta che la mortalità è significativamente più bassa in chi consuma carne occasionalmente (meno di una volta a settimana), in chi consuma pesce regolarmente e nei latto-ovo-vegetariani, ma non nei vegani, rispetto a chi consuma carne regolarmente (almeno una volta a settimana) (7). Si è anche osservato, però, che le popolazioni europee più in salute sono gli abitanti dell’Islanda, Svizzera e Scandinavia, i quali consumano grandi quantità di alimenti di origine animale, e le meta-analisi di diversi studi – più e meno recenti – hanno mostrato che non ci sono differenze significative fra vegetariani e onnivori attenti alla salute per quanto riguarda la mortalità causata da infarto o da cancro del colon-retto, dello stomaco, dei polmoni, della prostata o del seno.

La specificazione “onnivori attenti alla salute” è d’obbligo in quanto è, molto più probabilmente, l’ampio consumo di frutta, verdura e cereali integrali (e quindi l’introduzione di molte componenti vegetali benefiche, quali fibre, antiossidanti, fattori protettivi…) – e non l’esclusione della carne a rendere i vegetariani più sani, e si tende a considerare l’onnivoro come una persona disattenta e con scarsa consapevolezza di ciò che mangia (8).

Dieta vegetariana e longevità

La scienza al momento ci dice che sono tre i fattori (stile di vita, minor consumo di carne, maggior consumo di vegetali) che concorrono a mantenere uno stato di buona salute a lungo termine, ma il ruolo che ciascuno di questi tre fattori gioca non è possibile determinarlo: non è possibile distinguere in ciascun partecipante di uno studio quanta attività fisica pratichi, quanto stia attento alla salute, se fumi o meno, se sia in sovrappeso, quale sia il suo stato socio-economico… tutti fattori che influiscono su salute e longevità (3).

In ogni caso, il vegetarianismo è una forma di restrizione alimentare e, in una società sovralimentata come quella occidentale, una restrizione è un plus, a meno che non causi carenze (8). La preoccupazione per le conseguenze di una dieta ricca di carne e altri prodotti animali sulla salute, sull’ambiente, sull’economia ha focalizzato l’attenzione su chi esclude alcuni o tutti questi alimenti dalla propria dieta. C’è stata molta ricerca sull’adeguatezza nutrizionale delle diete vegetariane, ma si sa meno della salute di vegetariani e vegani a lungo termine.

La longevità per i vegetariani sembra essere buona e per alcune patologie risulta persino migliore rispetto ai corrispettivi onnivori. C’è un rischio minore per patologie quali obesità, cardiopatia ischemica, diabete (9), diverticolite, cataratta, artrite degenerativa e sindrome metabolica, ma non si osservano differenze per ictus e tumori (10). C’è invece bisogno di più ricerca per quanto riguarda la longevità per i vegani. Nei vegani c’è aumentato rischio di fratture, quando non raggiungono un adeguato apporto di calcio.

Una meta-analisi (10) ha evidenziato un maggiore rischio di fratture del polso in donne anziane che non consumavano mai carne, e anche un maggiore rischio di fratture dell’anca sia in uomini sia in donne; è stato preso in considerazione anche uno studio in cui si è evidenziato il ruolo protettivo delle proteine – sia che esse fossero di origine animale, sia vegetale – nei confronti della densità ossea (11). Si è osservato che la densità minerale ossea era ridotta del 2% nei latto-ovo-vegetariani, del 4% nei vegetariani e del 6% nei vegani rispetto agli onnivori, in riferimento a diversi distretti corporei (12).

C’è da sottolineare che questi studi sono stati focalizzati maggiormente sui vegetariani nella popolazione occidentale, mentre i vegetariani nella popolazione non occidentale potrebbero non denotare gli stessi benefici. A rimarcare ciò, se consideriamo l’India, ad esempio, la prevalenza di obesità e diabete è praticamente la stessa fra vegetariani e onnivori (10), per cui le conclusioni tratte dalla maggior parte degli studi sono applicabili solo ai paesi occidentali.

Concludendo, l’adozione di una dieta vegetariana o di uno stile di vita vegano in sé non sembrano essere necessariamente fautori di un miglior stato di salute e longevità, non più di quanto possa esserlo una attenta dieta onnivora abbinata a un corretto stile di vita.
Né viceversa – stando ai dati attualmente disponibili – sembrano esserci reali rischi per la salute nell’adottare questi stili alimentari, quando la dieta vegetariana o vegana è ben bilanciata e correttamente integrata ove necessario e quando, più opportunamente, ci si fa seguire da un professionista della nutrizione (quale un dietista o un biologo nutrizionista).

Bibliografia

Collegamenti esterni

Referenze

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