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Superstizioni scientifiche – Terza parte

Ogni epoca produce le sue religioni e le sue superstizioni. La scienza non ne è immune, in un intreccio di grandi uomini, grandi scoperte e di grandi dogmi. Come per gli articoli precedenti di questa serie continueremo con l’elenco di alcune ‘superstizioni scientifiche‘. Un tipo di superstizione che vede coinvolti anche esponenti accademici nella doppia veste di inquisitori e inquisiti, proprio come Lavoisier nella brillante confutazione della tesi del flogisto e contemporaneamente dimostrando i suoi limiti e saccenza con le meteore.

La carnivora Dionaea

La prima descrizione di una Dionaea è attribuita ad Arthur Dobbs (1689-1765), nato in Scozia, cresciuto in Irlanda e quindi trasferitosi nel nuovo mondo. Ricco proprietario terriero del Nord Carolina e governatore dello stato dal 1754 al 1765.

Collinson, membro della Royal Society ed avido giardiniere, riuscì ad ottenere nel 1763 alcuni campioni di Dionaea da John Bartram (1699-1777) di Philadelphia, botanico ed orticulturalista definito da Linneo “il più grande botanico naturalista del mondo”.

I campioni vennero passati per essere studiati a John Ellis (c1710-1776) e Daniel Solander (1733–1782) con altri di piante nord-americane. Ellis comprese l’affinità con la Drosera, ma trattandosi di campioni secchi e non di piante vive non fu in grado di comprendere il meccanismo sensitivo di queste piante fino a quando William Young portò esemplari vivi in Inghilterra nel 1768.

Nel 1769 Ellis fu il primo ad intuire la natura “carnivora” della Dionaea: intuizione che comunicò al grande Linneo in una lettera contenente la prima descrizione botanica della dionea, pubblicata nel 1770 con una tavola a colori.

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Lo scetticismo di Linneo

Quest’ultimo non condivise l’opinione di Ellis sulle capacità carnivore della pianta, ritenendo il suo movimento una irritabilità analoga a quella della Mimosa pudica e che le prede venissero poi liberate dalla pianta appena avessero smesso di muoversi.

Nonostante ciò il 16 Ottobre 1768 egli risponde alla lettera di Ellis, risposta di fuoco: l’idea che una pianta sia in grado di intrappolare ed uccidere insetti è assolutamente contro l’ordine naturale voluto da Dio.

In seguito Linneo citò la Genesi, libro 1 versetti 29 e 30, in cui viene descritto che Dio ha creato le piante affinchè gli animali e gli uomini potessero nutrirsene. Impossibile invertire lo stato delle cose ed accettare che un vegetale possa nutrirsi di un animale.

Chi era Linneo?

Linneo era la maggiore autorità botanica dei suoi tempi ed egli stesso stava contemporaneamente, nel 1753, descrivendo proprio i generi che oggi noi riconosciamo come carnivori tra cui Drosera, Sarracenia, Pinguicula ed Utricularia nel suo testo “Specie Plantarum”. Linneo non era quindi l’ultimo arrivato a discutere di botanica.

Era un grande studioso ma anche un uomo di profonda fede religiosa che lo portò a tacciare di blasfemia i botanici che sostenevano la carnivora di alcuni vegetali. Era però anche sotto gli occhi di Linneo che alcune piante erano in grado di attrarre e catturare insetti ma la sua conclusione fu che la cattura era del tutto accidentale e probabilmente necessaria per difendersi da eventuali parassiti o predatori, di certo non per nutrirsene. Punto.

Le parole di Linneo hanno messo a tacere numerosi studiosi fino alla seconda metà del 1800. Il ruolo fecondante del polline non era ignoto nell’antichità. Ne sono una testimonianza i bassorilievi nel palazzo di Assurbanipal (9° secolo a.C.) in cui dei personaggi mitologici, agitando delle infiorescenze maschili, praticano la fecondazione artificiale dei datteri. Anche Erotodo (nel 5° secolo a.C.) riferiva che questa pratica era in uso presso gli Assiri. Tuttavia Aristotele respinse l’idea del sesso nelle piante, in quanto queste non si possono muovere. Malgrado ciò, fu proprio un discepolo di Aristotele, il filosofo Teofrasto, in seguito, ad affermare l’esistenza di un’azione fertilizzante delle palme femmine da parte delle palme maschili ed a ipotizzare un ruolo fecondante ad opera degli insetti anche per la pianta del fico. Anche Plinio il vecchio, nel I secolo dopo Cristo, affermò che gli alberi e le erbe siano dotati di sesso e che il polline costituiva il materiale di fecondazione.

Malgrado queste antiche conoscenze, ancora nel XVI secolo gli scienziati discutevano tra loro sull’esistenza del sesso nelle piante.

Solo Charles de l’Ecluse (1526-1609) e Conrad Gessner erano d’accordo sull’ipotesi dell’esistenza di sessi distinti tra le piante. Fu poi alla fine del XVII secolo che Rudolph Jakob Camerarius dimostrò, nel 1694, con i suoi esperimenti, l’azione fecondante del polline sull’ovulo della pianta. In seguito la scoperta del microscopio ottico permise all’inglese Grew ed all’italiano Malpighi di iniziare lo studio morfologico del polline, di cui esposero i loro primi risultati in una riunione alla Royal Society di Londra nel 1671.

Fu poi il botanico tedesco Joseph Gottlieb Koelreuter, nel 1766, il primo a descrivere l’impollinazione anemofila ed entomofila delle piante ed a produrre degli ibridi artificiali ed inoltre a definire la struttura del granulo pollinico come un nucleo centrale ricoperto da due rivestimenti.

Infine fu Carolus Linnaeus, medico e botanico svedese, a dettare i criteri classificativi delle piante. Stabilì la nomenclatura binomiale anche se l’idea originale era già presente negli scritti di Teofrasto.

Nel 1812 Sprengel chiarì il meccanismo della fecondazione crociata e nel 1822 Giovanni Battista Amici, di Modena, scoprì il meccanismo di germinazione del polline. Più tardi, nel 1827, Adolphe Théodore Brongniart, giudicato il padre della paleobotanica, pubblicò il primo studio sullo sviluppo del polline. Nel 1833 Fritche pubblicò la prima classificazione dei pollini basata su studi morfologici e chimici delle pareti dei granuli pollinici. Certo che da Teofrasto a Sprengel la scienza e il metodo scientifico ne hanno fatta di strada.

Si può dire lo stesso per l’ostilità basata su preconcetti?

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(Jöns Jacob Berzelius)

Il barone Jöns Jacob Berzelius (1779-1848) è stato un insigne chimico svedese seguace di Dalton che, nel tentativo di mantenere in vita le teorie che era riuscito a formulare e che attraverso gli esperimenti aveva cercato di dimostrare, ostacolò per cinquant’anni il progresso della chimica. Egli si era intestardito nel ritenere che il legame fra gli atomi dovesse essere sempre e in ogni caso di natura elettrica; non poteva quindi ammettere che due atomi uguali potessero unirsi a formare una molecola come aveva suggerito il chimico torinese Amedeo Avogadro (1776-1856). Due atomi uguali, ad esempio due atomi di idrogeno – egli diceva – dovrebbero, infatti, avere carica dello stesso segno e quindi respingersi e non attrarsi per formare una molecola di H2, la quale pertanto non poteva esistere. Berzelius godeva, a quel tempo, di fama e prestigio indiscussi tanto da scoraggiare gli altri chimici all’approfondimento del problema.

Con un oppositore influente e autoritario come fu Berzelius l’ipotesi molecolare di Avogadro non venne accettata dai chimici fino a quando un’irrimediabile confusione nella ricerca della struttura della materia non li costrinse a farlo. Fu nel famoso congresso internazionale di Karlsruhe nel 1860 che un altro chimico italiano, Stanislao Cannizzaro (1826-1910) originario di Palermo ma insegnante nell’Università di Genova, dimostrò l’enorme valore delle conclusioni cui era pervenuto Avogadro.

Dall’Atomo di Democrito non era cambiato poi molto. Il Cardinale Bellarmino diceva a Galileo: “Non ho bisogno di guardare nel tuo telescopio, lo so benissimo che ho ragione io“.

Louis Victor de Broglie. Nel 1923 un giovane francese di nobile famiglia presentava una tesi di dottorato in cui esponeva un’ipotesi audacissima: “le particelle materiali, oltre che oggetti solidi, sono anche onde”. All’inizio nessuno credette ad un’idea tanto originale e strana e qualcuno tentò di ridicolizzarla chiamandola “Comedie Française”; alcuni parlarono anche di “seconda rivoluzione francese”; la solita saccenza degli scettici pigri.

Immediatamente i fisici sperimentali si misero al lavoro per confutare l’ipotesi e alcuni anni più tardi alcuni ricercatori osservarono effettivamente l’aspetto ondulatorio delle particelle e in effetti una certa rivoluzione avvenne..
Fra questi fisici sperimentali va ricordato Sir George Thomson, figlio di Joseph John Thomson: il padre ricevette il premio Nobel per avere dimostrato che l’elettrone è una particella e il figlio, trent’anni più tardi, per aver dimostrato che l’elettrone è un’onda.

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