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Stambecco, storia di un salvataggio riuscito

Lo stambecco (Capra ibex) è sicuramente uno degli animali più affascinanti della nostra fauna, simbolo carismatico della catena alpina. Bovide di medie dimensioni (90 kg i maschi e 50 kg le femmine), lo si riconosce soprattutto per le tipiche corna, che nei maschi possono raggiungere i 2 metri di lunghezza (30 cm nelle femmine). Animale d’alta quota, popola le praterie alpine e le pareti rocciose oltre i 2000 metri di altitudine, spingendosi regolarmente anche a quote vicine ai 4000 metri. Vederli muoversi con grazia su pareti a strapiombo, o arrampicarsi agevolmente sulle dighe per leccare il sale (video), è uno spettacolo affascinante.

Conservazione

La popolazione di stambecco è oggi stimata in circa 50000 capi (De Danieli e Sarasa, 2015), diffusi in numerose popolazioni lungo l’arco alpino, frammentate sulle Alpi orientali e più continue su quelle occidentali. La specie è classificata come “a rischio minimo” di estinzione nella lista rossa IUCN, a causa della sua consistenza, dell’ampio arale e della crescita numerica tutt’ora in atto.

La storia, tuttavia, non è sempre stata così, e questa carismatica specie è stata a lungo sul baratro dell’estinzione, per poi divenire oggetto di uno dei più riusciti interventi di conservazione della fauna italiana.

Distribuzione

Diffuso su tutto l’arco alpino fino al XVII secolo, la popolazione di stambecco andò incontro ad una drammatica riduzione dovuta alla caccia a cui era soggetto questo animale, e che portò alla scomparsa della specie in tutta la catena alpina, anche al di fuori dei confini italiani. L’ultima popolazione di stambecco rimasta nella prima metà dell’800 era quella del Gran Paradiso, in Val d’Aosta, ridotta ad un numero di esemplari probabilmente inferiore al centinaio.

Un po’ di storia

E poi la svolta, ironicamente dovuta alla volontà dei re di casa Savoia di poter continuare a cacciare questa specie: fu così che, nel 1856, Vittorio Emanuele II dichiarò l’area del Gran Paradiso Riserva Reale di Caccia, assumendo un nutrito numero di guardiacaccia che impedissero il bracconaggio dello stambecco, la caccia al quale divenne prerogativa reale.

Forse una non nobile ragione per proteggere la specie, ma tanto bastò per garantirne la sopravvivenza. Nel 1919, Vittorio Emanuele III regalò l’area della Riserva di Caccia allo Stato italiano, garantendo la nascita del Parco Nazionale del Gran Paradiso, il primo in Italia (1922). Con vicende alterne, legate alla gestione del parco e alla seconda guerra mondiale, la popolazione di stambecco aumentò numericamente, e dalla seconda metà del ‘900 fu oggetto di prelievo allo scopo di reintrodurre la specie in tutto l’arco alpino.

E’ grazie a queste reintroduzioni, perfettamente riuscite, che oggi possiamo ammirare questi animali in gran parte di quello che è stato il loro areale storico. Una storia emblematica, dunque, da un lato dell’impatto che può avere l’uomo sulle specie selvatiche, ma dall’altro del successo che possono avere gli sforzi conservazionistici e le correte politiche gestionali nel rimediare ad errori del passato.

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