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Un Lavoro da Biologo: lo Stabularista

Riprende la rubrica “Un lavoro da biologo”, nella quale esploriamo tutte le alternative di carriera disponibili per i laureati in scienze della vita, in primis Biologi, Biotecnologi e Scienziati Naturalisti. Pochi, tra noi, hanno in mente quali porte aprano questi corsi di studio. Sia le scuole superiori, sia le università non ci aiutano a far luce sulle reali prospettive una volta conclusi gli studi, a parte i più famosi esempi come la figura del ricercatore o del nutrizionista. Oggi parliamo di un Lavoro da Biologo poco noto ai più, cioè della figura dello Stabularista.

Il contesto

La ricerca biomedica si occupa, tra le altre cose, di studiare come funzionano gli organismi viventi: la loro fisiologia, i meccanismi molecolari che si svolgono all’interno delle loro cellule, la loro risposta ai parassiti e ai patogeni, agli agenti tossici o cancerogeni e le malattie di causa genetica che li affliggono. L’intento di queste ricerche è spesso quello di trovare cure e trattamenti o di sperimentare pratiche chirurgiche.

I benefici delle nuove scoperte vanno soprattutto a vantaggio della nostra specie e, solo in misura minore, degli animali da reddito o da affezione. Sperimentare direttamente su esseri umani, però, è problematico dal punto di vista etico e ha molti altri limiti di carattere tecnico e scientifico.

È per questo motivo che, nelle fasi precliniche della ricerca, vengono utilizzati gli organismi modello: “specie animali diverse dall’uomo, più facili e rapide da allevare e che condividono con l’uomo le caratteristiche di interesse per la ricerca in atto.

Gli organismi modello possono essere i più disparati: i più famosi sono certamente Escherichia coli che funge da modello per i batteri, Caenorabdytis elegans per i vermi cilindrici, Drosophila melanogaster in rappresentanza degli insetti, il rospo Xaenopus laevis per gli anfibi, Arabidopsis thaliana per le piante dicotiledoni e il topo (Mus musculus) per i mammiferi.

Se la tendenza è ad aumentare il numero delle specie modello per avere una conoscenza più accurata della biodiversità esistente, troppo elevata per poter essere esemplificata da un ridotto club di organismi, nei mammiferi la situazione è complicata anche dal fatto che sono oggetto di una ricerca con ricadute importantissime sulla nostra salute perché… noi siamo mammiferi!

Quello che accade è quindi che esistono diversi organismi modello per i mammiferi, uno per ogni specifica area di ricerca biomedica, e che vengono scelti in base alla loro somiglianza con l’uomo sotto un particolare aspetto fisiologico o anatomico.

Ad esempio, i criceti sono organismi modello per studiare le carie dentali perché accumulano il cibo nelle loro sacche guanciali prima di ingerirlo. I gerbilli sono predisposti all’epilessia e vengono usati per studi neurologici. I suini sono invece utilizzati per testare nuovi metodi di chirurgia interna e protocolli di trapianto per via delle loro dimensioni comparabili con quelle umane.

Tutto questo ricade sotto la definizione di “Sperimentazione Animale”, considerata al momento passaggio indispensabile di ogni iter sperimentale destinato a produrre ricadute sulla salute umana.

Il compito di scegliere un organismo modello, ideare i disegni sperimentali ed eseguirli – con le relative procedure sugli animali – e interpretare i risultati sono compiti che spettano a ricercatori e dottorandi. Negli istituti di ricerca più piccoli sono sempre loro a gestire le proprie colonie di organismi modello in stanze dedicate, dette stabulari, mentre negli istituti più grossi e nelle industrie il ricercatore è affiancato nella gestione degli stabulari dalla figura dello stabularista.

Lo stabularista

Condurre una sperimentazione biomedica efficace richiede condizioni il più possibile standardizzate: chi gestisce uno stabulario tiene sotto rigoroso controllo ogni variabile capace di influire sulla salute degli animali, per impedire che vari troppo dai valori ottimali.

Nello specifico significa che gli stabulari sono ambienti il più possibile controllati, con temperatura e umidità costanti, luci temporizzate per simulare il naturale alternarsi delle giornate e stringenti procedure di biosicurezza, capaci di evitare il diffondersi di malattie tra gli animali.

Gli stabulari di ricerca più comuni contengono roditori, soprattutto topi, ed è a questo tipo di stabulari che faremo riferimento.

La giornata di uno stabularista inizia con l’accesso allo stabulario. Per non veicolare microorganismi dall’esterno, si deve vestire seguendo le regole di biosicurezza. Dopo aver indossato gli abiti da lavoro, vi aggiunge uno strato di vestiario protettivo, i cui dettagli variano tra le strutture. Un esempio può consistere in: una tuta antitraspirante, un paio di calzari, due paia di sovrascarpe, due paia di guanti in nitrile, una cuffia e una mascherina chirurgica. Il personale così bardato accederà allo stabulario tramite una doccia d’aria, che elimina le particelle di polvere provenienti dall’esterno.

Il compito principale di uno stabularista è accudire gli animali. Questo significa cambiare loro la lettiera di segatura, rabboccare l’acqua nelle bottigliette, aggiungere il mangime in pellet.

I topi vivono nelle cosiddette gabbie-filtro, il cui coperchio cioè filtra l’aria per escludere particelle indesiderate, oppure in gabbie differenti dette IVC (“Individually Ventilated Cages”). Queste ultime li isolano dall’ambiente della stanza e sono collegate a un sistema che filtra l’aria esterna per farla circolare nelle gabbie con più ricambi all’ora.

Cambiare la lettiera ai topi comporta quindi trasferirli da una gabbia vecchia a una nuova prendendoli per la coda. Per farlo si possono utilizzare le mani oppure delle pinzette di metallo che evitano il contatto con l’operatore.

Durante la manipolazione per il cambio, lo stabularista deve controllare lo stato di salute degli animali. Sarà sua cura segnalare al ricercatore cui appartengono sintomi patologici, lesioni da lotta, nidiate cannibalizzate, esemplari morti oppure casi di sovraffollamento.

Acqua, segatura e mangime forniti ai roditori devono essere rigorosamente sterili. Acqua e segatura possono essere sterilizzate da un’autoclave, una sorta di enorme pentola a pressione che produce temperature e pressioni elevatissime.

Le operazioni di cambio degli animali lasciano una grande quantità di gabbie e bottigliette usate, che richiedono di essere svuotate, pulite e nuovamente riempite. Ogni stabulario è dotato di un’area lavaggio chiusa ai ricercatori che si divide in una zona sporca e una zona pulita. Nella prima, gabbie e bottigliette sporche vengono svuotate del loro contenuto e pulite grazie a un macchinario lavagabbie; nella seconda, posta dall’altro lato della lavagabbie stessa,le gabbie pulite vengono riassemblate e riempite di nuova segatura e le bottiglie riempite di acqua sterile. Entrambe sono, così, pronte per essere riutilizzate.

Questo ciclo continuo di cambio-svuotamento-lavaggio-riempimento-distribuzione è accompagnato da un incessante opera di pulizia, essenziale per mantenere le condizioni di biosicurezza dell’area.

Chi può fare lo stabularista?

Come sta accadendo in diversi settori vi è una discrepanza tra le professionalità dei “vecchi assunti” e delle nuove leve. Un tempo gli stabularisti non avevano, infatti, una formazione accademica. In seguito alla crisi economica del 2008 vengono assunti principalmente laureati in Scienze della Vita, dotati di una conoscenza dei principi di base della genetica. Le lauree più richieste sono Veterinaria, Biotecnologie, Biologia e Scienze Naturali. In particolare tra queste la più apprezzata per l’attinenza risulta essere Biotecnologie Veterinarie.

Cosa aspettarsi?

Come risulta dalla descrizione della mansione, lo stabularista è un operaio specializzato.
È un lavoro molto fisico che richiede capacità organizzative, velocità esecutiva e sopportazione degli odori sgradevoli dovuti allo stretto contatto con gli animali e le loro deiezioni.

Uno stabularista si trova talvolta a dover compiere scelte che richiedono un forte senso etico e di pietà verso gli animali. Un esempio è la necessità di eseguire procedure di eutanasia sugli animali che si trovassero a soffrire inutilmente – cosa che non deve accadere, MAI.

Se un tempo le strutture di ricerca – università, ospedali, centri – assumevano direttamente i propri stabularisti, ora si sta diffondendo il modello dell’esternalizzazione. Gli stabularisti sono cioè, sempre di più, dipendenti di società appaltatrici che li mettono a disposizione dei propri clienti in outsourcing.

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