Sindrome di Stendhal: storia, sintomi e trattamento

La sindrome di Stendhal, conosciuta anche come Sindrome di Firenze perché spesso si è manifestata in questa città, è molto nota anche perché ha ispirato un famoso film girato nel 1996 da Dario Argento. Questa sindrome è caratterizzata dalla comparsa di vari sintomi che vanno dall’attacco di panico al manifestarsi di allucinazioni visive o uditive in soggetti che si trovano al cospetto di opere d’arte di straordinaria bellezza.

Stendhal, scrittore francese, nel 1817 nella sua opera “Roma, Napoli, Firenze” descrisse come, durante una visita alla Basilica di Santa Croce a Firenze, sperimentò di fronte a tanta magnificenza un malessere che lo costrinse ad abbandonare quel luogo per potersi risollevare, da qui il nome della sindrome.

Nel 1979, Graziella Magherini, psichiatra e psicoanalista, per anni direttrice del dipartimento di salute mentale di Santa Maria Nuova a Firenze, descrive nella sua opera “La sindrome di Stendhal. Il malessere del viaggiatore di fronte alla grandezza dell’arte” il quadro clinico di questa peculiare sindrome. La psichiatra fiorentina condusse uno studio in cui furono osservati soggetti che si recavano in ospedale, in preda a malori, dopo aver visitato gli Uffizi. I pazienti erano per lo più di sesso maschile, di età compresa tra i 25 ed i 40 anni, con un buon livello di istruzione scolastica, che viaggiavano da soli, provenienti dall’Europa Occidentale o dal Nord-America e avevano scelto l’itinerario di viaggio seguendo i propri interessi artistici.

La Magherini, commentando la sua ricerca, afferma che: “l’analisi della sindrome di Stendhal ha messo in evidenza le complesse interazioni psicosomatiche che possono attivarsi in alcuni individui, con particolari condizioni psichiche predisponenti, quando il contesto ambientale favorisce gli aspetti di sradicamento rispetto alle proprie abitudini di vita. La bellezza e l’opera d’arte sono in grado di colpire gli stati profondi della mente del fruitore e di far ritornare a galla situazioni e strutture che normalmente sono rimosse.”

Percezione estetica, neurofisiologia e psicologia

Secondo gli studi di Neuroestetica, il processo di percezione estetica da parte di un osservatore ha sia basi neurofisiologiche che evolutive. Molte ricerche si sono concentrate sugli effetti prodotti dal livello di familiarità dello stimolo percettivo nell’attribuzione di un giudizio estetico positivo sull’opera d’arte che si sta prendendo in considerazione. Si è ipotizzato che la percezione della bellezza e l’insorgenza del piacere estetico in chi osserva possono essere influenzati, se non determinati, da specifici elementi (detti edonici, cioè in grado di suscitare piacere) presenti nell’opera stessa.

I fattori edonici sarebbero in grado di attivare aree cerebrali predisposte alla percezione e al riconoscimento della bellezza di un oggetto, inducendo la comparsa del piacere estetico. Gli studi suggeriscono che l’osservatore sembra essere già dotato di una sensibilità percettiva che l’opera d’arte attiva attraverso i suoi elementi intrinseci. Lo stimolo estetico scuote l’assetto emozionale dell’osservatore, lo allontana dalla realtà esterna e lo avvicina alla realtà psichica.

Negli ultimi trenta anni, la ricerca ha chiarito la modalità nella processazione degli input visivi emotivamente significativi. È ormai chiaro che stimoli visivi neutri vengono elaborati in maniera diversa rispetto a sollecitazioni emotivamente significative. Queste ultime evocano risposte intense e precoci nell’amigdala, nella corteccia orbito-frontale e nelle strutture sottocorticali deputate ai livelli attentivi e ai movimenti oculari. Con particolare riguardo all’amigdala un importante numero di lavori riconosce il suo ruolo nel facilitare il riconoscimento di stimoli visivi ad alto contenuto emozionale e nel coordinare la risposta a tali input.

Recentemente varie ricerche neurofisiologiche hanno evidenziato il ruolo dei neuroni a specchio nella percezione delle emozioni. Questa popolazione di neuroni è stata scoperta nel cervello delle scimmie, sono cellule che si attivano non solo quando l’animale compie un’azione ma anche quando osserva la stessa azione compiuta da altri. Anche il cervello umano è dotato di neuroni a specchio che controllano le esecuzioni delle azioni e ne consentono la comprensione. Questa popolazione cellulare sembra anche essere alla base della capacità di condividere con gli altri le emozioni e le sensazioni. Attraverso il meccanismo della simulazione mediata dai neuroni a specchio, l’osservazione di un’opera d’arte potrebbe indurre nell’osservatore in maniera automatica stati emozionali così intensi da generare in soggetti predisposti la sindrome di Stendhal.

Secondo le teorie psicoanaliste, sulle quali la Magherini ha basato i suoi studi, la fruizione artistica può essere indicata dalla seguente formula che tenta di spiegare il rapporto tra osservatore e opera d’arte:

FRUIZIONE ARTISTICA = Esperienza estetica primaria + Perturbante+ Fatto scelto

L’esperienza estetica primaria è legata al rapporto madre-bambino e si riferisce al primo incontro che il bambino ha con il volto, la voce, il seno della mamma. Questo è il primo contatto con la bellezza. Il perturbante consiste in un’esperienza conflittuale rimossa e particolarmente significativa dal punto di vista emotivo che viene riattivata dall’incontro con l’opera d’arte. Il fatto scelto è legato alla particolare opera sulla quale il soggetto si concentra, poiché riattiva particolari vissuti e dona a quell’oggetto un particolare significato emozionale in grado di scatenare la reazione e la sintomatologia psichica.

Definizione, sintomatologia e trattamento della sindrome di Stendhal

La sindrome di Stendhal non viene inquadrata nei manuali di psicopatologia e quindi non può essere considerata una vera e propria malattia. La si può definire come un disturbo psicosomatico transitorio che si manifesta con attacchi di panico, depersonalizzazione e derealizzazione con dispercezione del mondo esterno che viene interpretato come persecutorio. Il tutto si realizza quando una persona mentre visita un museo rimane in una sorta di estasi contemplativa delle opere in esposizione tanto da immedesimarsi nei capolavori stessi.

I sintomi cardine sono:

  • tachicardia
  • vertigini
  • confusione mentale
  • allucinazioni

Dal punto di vista clinico si possono individuare tre differenti quadri sintomatologici:

  • il primo è meno grave e consiste nell’attacco di panico. La persona avverte palpitazioni, difficoltà respiratorie, dolore toracico, vertigini, senso di svenimento, depersonalizzazione e derealizzazione;
  • il secondo è caratterizzato da stati depressivi, crisi di pianto, senso di colpa immotivato, angoscia o, al contrario, da sovreccitazione, euforia ed esaltazione di sé;
  • la terza forma, che spesso compare in soggetti con precedenti problemi psicopatologici, è caratterizzata da allucinazioni visive e uditive e l’ambiente esterno diviene persecutorio. Generalmente prima dell’esordio della sindrome di Stendhal le persone non sono nella fase acuta della loro psicopatologia di base.

Di solito, la sintomatologia ha una durata relativamente breve e tende a scomparire nel giro di qualche ora. Tuttavia sono stati riportati casi in cui i sintomi perdurano anche per una settimana. Tutti i disturbi sono maggiormente presenti nelle persone che hanno una labilità emotiva. L’incidenza della sindrome è piuttosto bassa, alcuni studi indicano che ad esserne affetti sono principalmente gli europei (difficilmente italiani) e i giapponesi. A volte, le manifestazioni della sindrome possono rappresentare l’esordio di un vero e proprio disturbo psichiatrico e perdurano nel tempo oltre la contemplazione delle opere artistiche.

In molti casi, non è necessario alcun trattamento; la stessa dottoressa Magherini sottolinea come, spesso, sia sufficiente allontanare semplicemente i soggetti dalle opere d’arte per avere una remissione dei sintomi. Quando la sintomatologia è più severa e non tende ad autorisolversi richiede un trattamento specialistico in genere di tipo farmacologico che consiste nella somministrazione di ansiolitici e/o antidepressivi e stabilizzatori del tono dell’umore. Se alla sindrome si associano altri tipi di disturbi psichiatrici, il trattamento farmacologico può prevedere anche l’utilizzo di antipsicotici e si può associare ad una psicoterapia.

Sintomi simili a quelli presenti nella sindrome di Stendhal sono stati descritti da diversi psichiatri in turisti che hanno visitato Parigi e Gerusalemme, sono state così identificate le sindromi di queste due città. La sindrome di Gerusalemme, a differenza di quella di Stendhal e di Parigi, sembra essere scatenata da stimoli religiosi più che artistici.

Conclusioni

Chi soffre della Sindrome di Stendhal non vive soltanto un’esperienza estetica, legge nel linguaggio artistico del capolavoro emozioni e conflitti profondi che non riesce a gestire così  la percezione del bello genera angoscia o più raramente euforia. Si tratta di disturbi acuti per lo più transitori e nella maggior parte dei casi non legati ad una psicopatologia. La sindrome colpisce prevalentemente i viaggiatori solitari, le condizioni psichiche durante un viaggio sono generalmente più delicate, sopratutto quando ci si confronta con realtà e culture diverse. Tuttavia l’esistenza di questa sindrome rivela la potenza straordinaria della bellezza. Recente è la scoperta che anche la musica possa essere causa di disturbi analoghi a quelli generati dalle arti figurative.

Referenze

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