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Selvicoltura

Secondo il più recente rapporto della FAO sulla valutazione delle risorse forestali mondiali, il nostro pianeta al giorno d’oggi è coperto da 4,06 miliardi di ettari di foreste, che corrispondono circa un terzo della superficie mondiale totale[3]. Data la sovrapposizione dell’areale forestale con quello delle civiltà, l’uomo ha fatto un uso sempre più articolato delle risorse naturali e boschive, portando talvolta alla distruzione di una moltitudine di ecosistemi differenti. Quando invece l’uomo ha reputato necessario conservare o ricostruire la foresta per assicurarsi una fornitura a lungo termine di determinati prodotti, ha elaborato una serie di soluzioni tecnico-pratiche che possono essere racchiuse nel termine selvicoltura.

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Che cos’è la selvicoltura?

La selvicoltura è quella scienza che si occupa di coltivare i boschi e che applica i principi dell’ecologia forestale all’impianto di alberi e alla loro rinnovazione naturale. L’obbiettivo della selvicoltura è quello di subordinare e conservare la composizione specifica dei popolamenti forestali[1].

Nelle pratiche selvicolturali, la conoscenza ecologica deve entrare in armonia con quella ingegneristica ed economica dato che uno degli scopi finali è quello di ottenere un ritorno monetario dalla vendita di beni e servizi forniti dal bosco. In questo senso, deve essere garantita la continuità produttiva e quindi anche la conservazione delle risorse forestali, coltivandole in modo sostenibile e permettendo quindi alle generazioni future di poterne usufruire ugualmente.

Dal punto di vista pratico, il selvicoltore organizza il bosco e le sue attività in maniera tale da raggiungere svariati obiettivi, tra cui:

  • garantire il rinnovamento naturale del bosco;
  • mantenere elevati i livelli di biodiversità;
  • garantire la stabilità dei popolamenti forestali;
  • produrre beni, come ad esempio legname e prodotti non legnosi (funghi, frutti di bosco ecc.), e servizi quali il sequestro dell’anidride carbonica, la riduzione del rischio idrogeologico e opportunità per l’uomo di ristoro e di contatto con la natura.

Pratiche e tecniche della selvicoltura

I mezzi della selvicoltura

Molto semplicemente, la principale azione con cui il selvicoltore interviene nel bosco è l’eliminazione di uno o più alberi, con lo scopo principale di creare uno spazio abbastanza grande ed illuminato da favorire la crescita di altre piante. In questo modo, si va a controllare la competizione intraspecifica ed interspecifica tra vegetali che hanno la stessa età, o comunque la stessa dimensione. Dal punto di vista ecologico, si parla di controllo della struttura spaziale orizzontale e verticale del bosco.

Non sempre con la selvicoltura si vanno ad eliminare delle piante dato che, mediante il processo di rinnovazione artificiale, il selvicoltore ricorre all’impianto di nuovi alberi laddove si riveli necessaria la loro presenza.

Attraverso queste procedure di eliminazione ed impianto di alberi si è quindi in grado di orientare il flusso di nutrienti e di energia verso determinati gruppi di piante, favorendone la loro crescita, con lo scopo di raggiungere gli obbiettivi primari della selvicoltura.

Le forme di governo

L’insieme delle tecniche e delle operazioni adottate durante i processi di coltivazione del bosco prende il nome di sistema selvicolturale. Il meccanismo con cui invece si decide di rinnovare il bosco definisce la forma di governo[2].

Nel governo a ceduo si fa ricorso alla formazione di nuovi alberi attraverso lo sviluppo di rami (polloni) che si originano da gemme posizionate alla base del fusto. Il principale vantaggio del ceduo è che garantisce la conservazione di un determinato genotipo che nel corso del tempo si è rivelato resistente o particolarmente efficiente dal punto di vista produttivo.

È praticabile solamente con le piante a fiore (angiosperme), dato che le conifere non sono dotate delle gemme dormienti in grado di rigenerare la pianta in seguito alla recisione del fusto.

bosco ceduo
Bosco ceduo. (Fonte: Fondazione Edmund Mach)

Nel governo a fustaia, la parte superficiale del terreno (soprassuolo) è formata da piante che nascono da seme. Esso consente la formazione di nuovi genotipi all’interno del popolamento forestale, i quali possono adattarsi con estrema plasticità ai mutamenti ambientali. Per questo motivo, in generale, garantisce una maggiore resilienza da parte del bosco.

bosco a fustaia
Bosco a fustaia (Fonte: Pixabay)

Queste forme di governo possono essere imposte dall’uomo o costituirsi spontaneamente in base alla situazione fito-climatica in cui il bosco si sta sviluppando. In natura, generalmente, la propagazione sessuata (con seme) viene preferita dalle piante nel momento in cui ci sia abbondanza di acqua e nutrienti; la propagazione vegetativa, invece, si verifica spesso ove la possibilità di accumulare sostanze per la fruttificazione è piuttosto ridotta e le condizioni di vita per i semenzali sono proibitive. Non è comunque raro trovare un bosco in cui ceduo e fustaia coesistano: in questo caso si parla di ceduo composto.

Le forme di trattamento

All’interno di una determinata forma di governo, poi, la coltivazione del bosco avviene mediante l’applicazione di una forma di trattamento. Essa fa riferimento al sistema di operazioni grazie al quale il selvicoltore riesce a gestire e a regolare la crescita del bosco a seconda delle necessità. A questo proposito esistono i tagli rinnovazione e i tagli intercalari.

Con i primi si modifica la struttura interna del bosco e si va a regolare la concorrenza tra piante di dimensioni e di età molto differenti tra loro. In pratica, gli alberi che appartengono a una generazione vecchia vengono abbattuti per consentire l’affermazione di una nuova generazione di alberi che occuperà il terreno lasciato libero.

Con i tagli intercalari invece, si va ad agire in popolamenti giovani cercando di aumentare lo spazio disponibile per radici e chiome, dando così la possibilità ai singoli alberi di entrare in contatto con maggiori quantità di acqua, nutrienti e luce. Dal punto di vista pratico, ad esempio, si interviene con operazioni di diradamento in maniera tale da diminuire la densità del bosco e da consentire lo sviluppo di piante più resilienti.

Tipologie di selvicoltura

L’approccio da adottare durante la coltivazione di un bosco viene determinato in base al contesto in cui ci si trova ad operare. Alcuni tecnici lavorano in ambienti poco antropizzati e quindi adottano sistemi più naturali o che comunque tendono a simulare i processi naturali. Altri, agendo in contesti completamente alterati dall’uomo, seguono maggiormente i criteri propri delle colture agrarie. Infatti, le principali tipologie di selvicoltura sono essenzialmente due.

Selvicoltura naturalistica

Le parole chiave su cui si fonda questa tipologia di selvicoltura sono biodivesità, sostenibilità, multifunzionalità e rinnovazione naturale. Essa infatti considera il bosco come un sistema in grado di autoregolarsi e, dove necessario, si prevede l’impianto solamente di specie che siano autoctone (ossia originarie di quella data area geografica).

Vengono completamente evitati i tagli a raso su ampie superfici e quindi tutte quelle pratiche che prevedono l’abbattimento degli alberi presenti in una determinata area. Sono invece favoriti interventi più blandi come ad esempio i tagli successivi[2]. Con quest’ultima tecnica, infatti, il bosco viene tagliato in vari step, consentendo alla rigenerazione naturale di potersi affermare senza alcun tipo di problema. Infine, è bene notare come la selvicoltura naturalistica possa essere conveniente anche dal punto di vista economico, dato che implica costi di mano d’opera molto ridotti.

Selvicoltura agronomica

La selvicoltura agronomica segue maggiormente i criteri propri delle colture agrarie e come scopo principale ha quello produttivo. Nei casi più spinti non si parla nemmeno di selvicoltura ma bensì di arboricoltura da legno. Quest’ultima è una coltivazione reversibile di specie arboree e/o arbustive, generalmente condotta su suoli agricoli, in pianura, e che ha come fine ultimo la produzione di quantitativi precisi di legname.

arboreto
Arboreto  (Fonte: agricoltura.regione.emilia-romagna.it)

Storia della selvicoltura

La selvicoltura, molto semplicemente, è nata quando si è manifestata la carenza di legname a causa della crescente domanda di questo materiale da parte di una popolazione mondiale sempre più in espansione. Inizialmente, si trattava quindi di una disciplina pratica che aveva il solo scopo di sfruttare in maniera controllata il bosco.

Successivamente, a partire dal  XVIII secolo e soprattutto in Europa, essa ha ricevuto un’impostazione di tipo scientifico in quanto ha ottenuto supporto dallo sviluppo di conoscenze sempre più approfondite nei campi della fisica, della botanica, della chimica ma anche dell’agronomia. Questo approccio scientifico, purtroppo, non si è ancora diffuso completamente, dato che l’evoluzione delle pratiche selvicolturali è stata diversa nelle varie aree geografiche, in funzione di diversi fattori come la disponibilità di risorse forestali e le differenze nelle strutture socio-economiche.

È chiaro che la selvicoltura non è necessaria all’esistenza della foresta, ma è necessaria all’uomo che, attraverso varie formule, vuole ottenere determinati vantaggi, costituiti appunto da beni e servizi[2]. Oggi è dunque possibile vedere la selvicoltura come uno strumento di mediazione tra le esigenze della società e i processi ecologici che avvengono nei nostri boschi.

Selvicoltura e cambiamento climatico

Al giorno d’oggi, le numerose evidenze relative al cambiamento climatico pongono una nuova sfida al settore forestale e ai selvicoltori. Infatti, è quanto mai necessario gestire le foreste con pratiche sostenibili, che consentano la conservazione della biodiversità, cercando anche di massimizzare il sequestro di carbonio dall’atmosfera.

Negli ultimi anni si sta cercando di adottare una strategia di gestione adattativa, che vada ad ampliare la visione della gestione forestale riguardo alle questioni poste dal cambiamento climatico. Le strategie di azione possono variare a seconda dell’importanza spaziale dell’intervento[2]: le azioni di scala regionale si basano principalmente sull’identificazione e la gestione di nuovi contesti territoriali, forestali e non, da inserire in specifici programmi di gestione e conservazione. Su scala locale, invece, risulta fondamentale la collaborazione delle varie parti coinvolte nella gestione del patrimonio boschivo con lo scopo di identificare strategie comuni ed efficienti improntate alla resistenza, alla resilienza o alla risposta dei sistemi forestali al cambiamento.

Dal punto di vista pratico, alcune azioni concrete che il selvicoltore può mettere in atto sono legate alla reintroduzione di specie autoctone laddove non siano più presenti a causa delle attività di natura antropica. Inoltre, è possibile identificare e assecondare i processi spontanei di naturalizzazione, salvaguardando quegli hotspot che presentano condizioni favorevoli allo sviluppo del bosco e della biodiversità.

Conclusioni

Conoscere come gestire il bosco e comprendere l’importanza di una gestione sostenibile delle risorse forestali, al giorno d’oggi, risulta essere di fondamentale importanza. Le singole azioni che il selvicoltore svolge devono essere inquadrate all’interno di uno schema ben preciso, suddiviso in livelli gerarchici che rappresentino al meglio la complessità ecologica di questa tipologia di ecosistemi. Gli interventi operativi, infatti, devono tener conto sia delle varie comunità vegetali presenti, che dell’ecosistema foresta e dell’intero paesaggio. Nel settore forestale, devono quindi entrare quei valori e quelle scuole di pensiero che siano in grado di accelerare il passaggio ad una gestione della natura che sia più sostenibile, rispettosa ed in linea con i numerosi impegni politici sottoscritti al livello nazionale ed internazionale.

Referenze

  1. Bernetti G., Manulacum M., Nocentini S. (1980) – Terminologia forestale, Accademia Italiana di Scienze Forestali, Consiglio Nazionale delle Ricerche;
  2. Piussi P., Alberti G. et al, (2015) Selvicoltura generale: boschi, società e tecniche colturali, Compagnia delle Foreste, Scienze Forestali e Ambientali. Arezzo 432 pp;
  3. Valutazione delle risorse forestali mondiali 2020,  Food and Agricolture Organization of the United Nations.
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