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Se gli alieni esistono, perché non li abbiamo ancora trovati?

Come potrebbero essere gli extraterrestri e cosa stiamo facendo per individuarli?

Già nel quarto secolo avanti Cristo Metrodoro di Chio scriveva: “È innaturale che in un campo enorme ci sia un solo stelo di grano, così pure che nell’universo infinito ci sia un solo pianeta abitato”. Molti sono i presunti ritrovamenti che dimostrerebbero l’esistenza di vita aliena; altrettanti sono i sostenitori dell’impossibilità dell’esistenza degli extraterrestri. Qual è la verità?

Innanzitutto bisogna chiedersi: come sarebbero gli alieni?

Quando si parla di alieni, come testimoniano i numerosi film che sono stati girati sull’argomento, s’immaginano generalmente individui antropomorfi, dotati di un’intelligenza che porta a un grande avanzamento tecnologico. Anche in ambito scientifico, per secoli l’argomento è stato trattato principalmente da questo punto di vista: esistono forme di vita intelligenti? Ma se alieni come noi non esistessero, come potrebbero essere?

L’argomento è lungo e richiede un’analisi molto complessa. Nel presente articolo troverete un riassunto della questione; se vi interessa, in fondo troverete degli approfondimenti.

“Se l’universo brulica di forme di vita, dove sono tutti?” Il paradosso di Fermi

Dal momento che, dalle ultime stime, l’universo risulta avere circa 14 miliardi di anni, il tempo per esprimere forme di vita complesse sembrerebbe esserci stato. Allo stesso modo, numerosi parrebbero essere i pianeti su cui potrebbe svilupparsi la vita: solo nella nostra galassia si stima che siano dieci miliardi i pianeti abitabili.

Dunque le probabilità che si siano sviluppate civiltà molto avanzate tecnologicamente, a un primo sguardo, sembrerebbero molte. Da questo deriva l’interrogativo noto come Paradosso di Fermi, dal nome del celebre fisico Enrico Fermi che nel 1950 si domandò: “Dove sono tutti?” (In realtà furono quattro gli scienziati a porre la domanda separatamente, per cui tecnicamente dovrebbe chiamarsi “Paradosso di Tsiolkovsky–Fermi–Viewing–Hart”.) In sintesi, il paradosso può essere riassunto come: com’è possibile che non siamo ancora venuti in contatto con nessuna civiltà aliena, dato che devono necessariamente essere molto numerose e tecnologicamente avanzate?

A una più approfondita analisi, tuttavia, la probabilità che esistano extraterrestri “intelligenti” risulta piuttosto bassa, al punto che diversi scienziati dubitano fortemente della possibilità che si formino civiltà tecnologicamente avanzate o addirittura che la vita aliena possa esistere.

Probabilità che incontriamo gli alieni: l’equazione di Drake

Frank Drake, oggi direttore del SETI Institute (organizzazione che si occupa di cercare forme di vita intelligenti nello spazio) formulò la seguente equazione per poter valutare la concretezza della probabilità N che avvenga un contatto con civiltà di alieni avanzate:

N = R * fp * ne * fl * fi * fc * L

I fattori considerati sono i seguenti:

  • il tasso di sviluppo di stelle nella galassia (R);
  • la frazione di queste stelle con pianeti che vi orbitano attorno (fp);
  • il numero di pianeti con un ambiente abitabile (ne);
  • il numero di pianeti su cui la vita effettivamente si origina (fl);
  • il numero di questi in cui si sviluppa l’intelligenza (fi);
  • la probabilità che queste forme di vita avanzino tecnologicamente al punto da poter comunicare con noi (fc);
  • il tempo necessario affinché questo traguardo venga raggiunto (L).

È sufficiente che uno solo di questi termini sia prossimo allo zero affinché N sia prossimo allo zero. Ma andiamo con ordine, supponendo che siano numerose le civiltà aliene che potrebbero instaurare un contatto con noi.

Prima soluzione: gli alieni esistono e li abbiamo incontrati

Le soluzioni al paradosso di Fermi si possono raggruppare in tre categorie: gli alieni esistono e li abbiamo incontrati; esistono ma non li abbiamo ancora incontrati; essi non esistono.

“Gli alieni ci hanno già visitati”

Il cosiddetto astronauta di Palenque
Il cosiddetto astronauta di Palenque. Foto di Jim Trottier, modificata e condivisa secondo la licenza Creative Commons 2.0.

A partire dal Novecento alcuni hanno sostenuto (e tuttora tali speculazioni hanno seguito) che si possa osservare il passaggio degli alieni nei grandiosi monumenti quali Stonehenge, Nazca, le piramidi eccetera. Non esistono prove scientifiche in tal senso: queste opere sono in realtà perfettamente coerenti con le culture dell’epoca. Ad esempio il bassorilievo di Palenque, la più celebre “testimonianza” di paleocontatto (che immortalerebbe un’astronave aliena), richiama chiaramente raffigurazioni tradizionali religiose Maya.

Va inoltre considerato che antiche visite extraterrestri lascerebbero tracce facilmente riscontrabili grazie ad analisi scientifiche, come residui di plutonio, materiale che in natura si trova in piccolissime quantità e dunque lascerebbe supporre un’origine sintetica. Tali analisi hanno finora dato esiti negativi.

Le uniche tracce aliene finora riscontrate non suggeriscono l’esistenza di vita extraterrestre: su alcune meteoriti e, nel 2020, su una cometa, sono state ritrovate tracce di aminoacidi e acidi nucleici. Insomma, tracce biochimiche ma non viventi.

E se le tracce viventi ci fossero state ma ci fossero sfuggite?

“Gli alieni siamo noi”

All’inizio del Novecento il premio Nobel per la Chimica Svante Arrhenius diffuse l’idea che la vita sulla Terra potesse essersi originata altrove nello spazio, giungendo fino a noi tramite detriti spaziali. Questa teoria è nota come panspermia e ha diverse accezioni, studiate da numerosi scienziati negli anni: tali forme di vita potrebbero essere per esempio giunte su meteoriti (litopanspermia) o granelli di polvere (microlitopanspermia). Diverse tonnellate di materiale proveniente dallo spazio cadono sulla Terra ogni anno, quindi potrebbe forse essere possibile.

In effetti, esperimenti hanno mostrato che microrganismi estremofili in determinate condizioni riuscirebbero a sopravvivere per ore alle intense radiazioni a cui sarebbero soggetti nello spazio. Nel caso in cui i microrganismi “alieni” non sopravvivessero, comunque, è stato teorizzato che l’informazione genetica trasportata da microrganismi non più vitali potrebbe essere sufficiente per trasferire la vita nello spazio (necropanspermia).

Addirittura alcuni pensano che le informazioni genetiche che hanno dato il via alla vita sulla Terra potrebbero essere state inviate da extraterrestri tecnologicamente avanzati (panspermia guidata). Tra le possibili ragioni, per espandersi o per salvare il proprio genoma in prossimità di un’estinzione di massa.

Ancora oggi non ci è possibile scartare la possibilità della panspermia, poiché non è stato ancora trovato un meccanismo plausibile e comprovato per l’abiogenesi terrestre, ovvero l’origine della vita sulla Terra a partire da materiale non vivente. Possiamo però confutare alcune teorie che sono state avanzate in merito. Per esempio, Marte è stata indicata più volte come ospite di vita tecnologicamente avanzata, ma questo non è stato confermato dalle analisi finora svolte. Il pianeta risulta possedere una serie di qualità ritenute necessarie per la formazione della vita (la presenza di acqua e di metano) ma la vita risulta assente e certamente non vi sono tecnologie avanzate costruite da alieni.

Soluzione due: gli alieni esistono, dobbiamo ancora incontrarli

“Gli alieni non vogliono essere contattati”

Diverse le ragioni, secondo il pubblico e alcuni scienziati, per cui gli alieni potrebbero non volerci contattare. Ad esempio potrebbero ritenere pericoloso entrare in contatto con altre civiltà. Potrebbero essere interessati a indagare il microscopico piuttosto che il macroscopico, dato che gli ordini di grandezza più piccoli del metro sono più di quelli del macro (35 contro 26). Come disse il celebre fisico Richard Feynman: “C’è tanto spazio al di sotto” (“There’s plenty of room at the bottom“).

Un’alternativa più intrigante è che potrebbero essere così avanzati da non voler avere nulla a che fare con noi… o potrebbero volerci tenere isolati perché siamo le loro cavie. Secondo lo zoo scenario e il laboratory scenario diverse civiltà di alieni ci starebbero osservando (eventualmente anche effettuando degli esperimenti su di noi!) per studiarci. Ciò che non convince di queste ultime speculazioni (a parte la stranezza del non aver visto né alieni né loro tecnologie in tutte le nostre osservazioni spaziali) è il non essere stati contattati da nessuno: questo indicherebbe che tutti gli extraterrestri si comportano allo stesso modo, il che pare improbabile. A maggior ragione considerando che civiltà così avanzate ed espanse nell’universo dovrebbero avere popolazioni molto numerose, pena la loro sopravvivenza come specie (v. paragrafo 6.1).

“Gli alieni non possono contattarci”

L’astrofisico russo Nikolai Kardashev creò una scala per valutare il grado di avanzamento tecnologico di una specie basandosi sulla capacità di sfruttare l’energia disponibile. Una civiltà di tipo 1 in questa scala, detta KI, è in grado di sfruttare le risorse energetiche di un pianeta, come Homo sapiens. Una civiltà KII riuscirebbe a usufruire dell’energia di una stella. Infine, una specie KIII potrebbe sfruttare l’energia di un’intera galassia.

E se non fosse possibile arrivare a un livello di sviluppo tecnologico KII o KIII? Probabilmente questo renderebbe i viaggi interstellari impossibili e la comunicazione spaziale molto difficile, considerando la quantità di fattori implicati, come ostacoli presenti nello spazio, dai detriti ai buchi neri, i vincoli fisici, la quantità di energia richiesta eccetera.

Vincoli fisici

Importantissimo fattore è la dimensione dello spazio. I tempi di percorrenza delle distanze spaziali sono enormi: la distanza della Terra dalla più vicina stella, Proxima Centauri, è di 4,22 anni luce circa… equivalente a quasi 40mila miliardi di chilometri! Per avere un’idea, la massima velocità finora raggiunta da una (nostra) astronave è di circa 40mila km/h (dall’Apollo 10), che, secondo un calcolo molto semplificato, consentirebbe di raggiungere Proxima Centauri in approssimativamente 114mila anni!

Per le enormi distanze spaziali viene impiegata come unità di misura la velocità della luce (circa 300mila chilometri al secondo). Poterla raggiungere significherebbe arrivare accanto a Proxima Centauri in, appunto, 4 anni e qualcosa. Tuttavia non è possibile raggiungere questa velocità: a causa delle leggi della fisica qualsiasi cosa abbia una massa non può spostarsi alla velocità della luce. Possiamo supporre ragionevolmente che gli alieni debbano sottostare alle stesse leggi.

Immagine che mostra il tempo di percorrenza della luce dalla Terra alla Luna, pari a circa un secondo e mezzo.pari
Tempo impiegato dalla luce per percorrere la distanza dalla Terra alla Luna, circa un secondo e mezzo. Immagine edita da Cantus e distribuita secondo la licenza Creative Commons 3.0.

Vincoli energetici

Comunicare richiede molta energia. Una civiltà di tipo 1 non riuscirebbe a comunicare in modo isotopico (uguale in tutte le direzioni) entro cento anni luce. Può darsi quindi che gli alieni non abbiano sufficiente energia da spendere nella comunicazione intergalattica.

Fattori geologici

Può anche essere che sul loro pianeta non siano disponibili sufficienti materiali metallici da consentire la costruzione di macchinari. È difficile che riescano a sviluppare motori e a produrre elettricità con pietre o materiali organici. Allo stesso modo sarebbero vincolati se sul loro pianeta non fossero disponibili potenziali carburanti come i combustibili fossili. La limitazione nella presenza di questi elementi avrebbe sicuramente comportato un rallentamento nello sviluppo tecnologico.

Fattori biologici

I fattori evolutivi sono importantissimi per rispondere alla domanda: “Esistono alieni tecnologicamente avanzati?”. Può darsi infatti che il tasso di crescita delle specie aliene sia così lento da non consentire loro di espandersi o di sviluppare tecnologie. Questo influirebbe peraltro anche sulla loro capacità di fronteggiare eventi che minaccino la vita delle specie (v. paragrafo 6.1).

Altro aspetto biologico essenziale per l’avanzamento tecnologico è la capacità di manipolazione. Sicuramente possiamo definire “intelligenti” i delfini, i corvi, i cani, i gatti (anche se in realtà tutti gli animali sono a loro modo intelligenti: secondo la sua definizione biologico-naturalistica, l’intelligenza è infatti la capacità di avere successo, evolutivamente parlando, nel proprio ambiente). La loro difficoltà nel maneggiare strumenti è un motivo importante per cui non possono progredire tecnologicamente, indipendemente dalla loro capacità di astrazione (perché se potessero usare oggetti in modo più complesso probabilmente si evolverebbero per farlo, in quanto sarebbe evolutivamente vantaggioso). Allo stesso modo alieni privi di tentacoli, mani, artigli o altre protrusioni corporee che consentano di manipolare oggetti non riuscirebbero a progettare mezzi di trasporto o comunicazione intergalattica.

D’altronde anche i nostri cugini primati sono dotati di mani eppure non hanno visto un avanzamento tecnologico neanche paragonabile al nostro. L’essere umano è stato l’unico in tutta la storia del pianeta Terra a maturare il concetto di conoscenza scientifica, anche se il numero di specie, senza considerare tutte quelle esistite in passato, è stimato essere di circa due miliardi. Non ci è dato sapere a cosa questo sia dovuto (al nostro modo di comunicare? Al nostro modo di pensare?); in ogni caso possiamo ipotizzare che lo stesso panorama evolutivo sia presente su pianeti extraterrestri e che l’insorgenza di un’intelligenza “umana” non ci sia ancora stata, a prescindere dalla capacità manipolativa. D’altronde, la rarità dell’evento lascia intendere che non si tratti di un carattere adattativo (approfondito nel paragrafo 6.2).

Fattori culturali

Forse per nessun essere vivente in tutto lo spazio c’è la possibilità di diventare civiltà KII o KIII, a causa di un vincolo nella conoscibilità dell’universo. Il modello standard e il modello cosmologico standard ΛCDM riescono a spiegare soltanto il 4-5% dell’universo; anche in altri ambiti c’è molto ancora da scoprire. Nulla ci lascia intendere che la conoscenza si sia fermata qui, ma se così fosse gli alieni sarebbero bloccati al nostro stesso punto di avanzamento tecnologico, essendo quindi impossibilitati a raggiungerci o contattarci.

Un altro elemento che dobbiamo tenere in considerazione è che gli alieni potrebbero essere così diversi da noi da non aver sviluppato la nostra stessa tecnologia. Non bisogna dare per scontato che degli esseri sviluppatisi su altri pianeti, e quindi con storie evolutive differenti dalle nostre, pensino allo stesso modo. Già all’interno della nostra stessa specie è stata una sola cultura a fondare il metodo scientifico. Prima di questo esistevano approcci indagatori nei confronti della realtà ma più olistici o più distaccati, metodi tali per cui probabilmente non avremmo raggiunto l’avanzamento tecnologico che conosciamo oggi. Possiamo dunque immaginare che civiltà extraterrestri avanzate possano avere una biotecnologia, una matematica, una fisica diverse, per esempio avendo sviluppato teoremi che non conosciamo, trascurando invece calcoli necessari per la comunicazione intergalattica.

Per lo stesso motivo, gli alieni potrebbero non essere propensi alla socializzazione e per questo potrebbero essere disinteressati dalla ricerca di altre forme di vita. Che gli alieni vogliano cercare altre forme di vita implica che siano curiosi e/o sociali come noi, ma queste caratteristiche non sono necessariamente contemplate dall’intelligenza. Fra gli animali più capaci di problem solving che conosciamo, ad esempio, vi è il polpo, che è un animale solitario.

“Non sanno dell’esistenza dello spazio”

Indipendentemente dalla tecnologia, dall’intelligenza e dalla capacità manipolativa degli extraterrestri, forse la soluzione è semplicemente che siano impossibilitati a sospettare l’esistenza di altri mondi a causa ad esempio di un cielo ostruito. Questa è l’“ipotesi del cielo nuvoloso”. La loro mancanza di consapevolezza sicuramente spiegherebbe come mai non si siano ancora fatti vivi con noi.

“Gli alieni ci stanno già contattando ed è colpa nostra se non riusciamo a percepirli”

È da poco più di cinquant’anni che stiamo cercando comunicazioni extraterrestri: una frazione di secondo dell’“Anno Universale” (calcolo in cui si riduce l’esistenza dello spazio alla durata di un anno, valutandone gli avvenimenti in proporzione temporale). Forse gli alieni hanno già tentato di contattarci e la responsabilità del mancato contatto è nostra: li cerchiamo da troppo poco tempo e abbiamo perso i loro segnali. Se poi il periodo in cui la presunta civiltà extraterrestre era in grado di comunicare fosse stato ristretto, questo fattore inciderebbe drammaticamente, spiegando come mai ci è stato impossibile a oggi averne traccia.

Quello che è certo è che non stiamo cercando nel posto sbagliato. Sono diversi e molto vari i programmi SETI (Search for ExtraTerrestrial Intelligence), che cioè indagano sulla presenza di alieni capaci di comunicare con gli esseri umani.

Cosa stiamo facendo per cercare extraterrestri intelligenti

Che tipo di segnale cerchiamo?

Dedurre con sicurezza la presenza di extraterrestri sarebbe possibile soltanto grazie a segnali chiaramente distinguibili da fonti naturali e dai rumori di sottofondo. In effetti sono state già due le segnalazioni di frequenze radio extraterrestri: il segnale “Wow!” (così chiamato per l’annotazione dell’analista sul foglio su cui era trascritto il segnale) nel 1977 e GCRT J1745-3009 nel 2002. Purtroppo, però, è possibile che si tratti di segnali provenienti da fonti rispettivamente terrestri o naturali.

Gli scienziati si sono focalizzati essenzialmente su due tipi di informazioni extraterrestri probabilmente artificiali: segnali radio fra 1 e 30 GHz e raggi laser. Alcuni canali sono impossibili da scandagliare: a causa della banda di assorbimento dell’atmosfera terrestre, ad esempio, non ci è possibile effettuare ricerche intorno ai 60 GHz. In generale, comunque, i programmi di ricerca di comunicazioni aliene sfruttano l’attività di radio telescopi adibiti ad altri scopi scientifici, analizzando quindi anche altri tipi di informazioni provenienti dallo spazio per riscontrare eventuali pattern artificiali.

Programmi attivi per la ricerca di comunicazione extraterrestre

I progetti radio attualmente in funzione sono SERENDIP (Search for Extraterrestrial Radio Emissions from Nearby Developed Intelligent Populations) e l’Allen Telescope Array (ATA). Quest’ultimo, situato in California, è l’unico telescopio appositamente adibito alla ricerca di segnali extraterrestri, il che consente di poter scandagliare i cieli continuamente.

Quasi ultimato è lo Square Kilometer Array (SKA), un progetto che mira ad avere, come dice il nome stesso, un chilometro quadro di area di raccolta di informazioni dallo spazio. Numerose antenne sono adibite a questo scopo, dislocate in Sudafrica e in Australia e costruite in modo da poter recepire un ampio range di frequenze radio. Per quest’anno sono previsti i primi risultati scientifici di questa tecnologia.

I metodi ottici consentono di analizzare le atmosfere dei pianeti, per individuare quelli abitabili, e di percepire comunicazioni visive come i laser. Fra i più recenti vi è Cheops (CHaracterising ExOPlanet Satellite), satellite europeo (progettato in larga parte in Italia) lanciato il novembre scorso che si prevede sarà operativo alla fine di gennaio 2020. Alla fine del 2019 un ulteriore potenziale avanzamento è stato previsto in questo ambito, grazie all’invenzione di una lente costituita da sensori in grado di recepire singoli fotoni che consentirebbe di analizzare le atmosfere con maggiore precisione.

[email protected] è un programma per l’analisi delle informazioni di cui sopra che mette in rete i computer di privati cittadini che aderiscono al progetto, funzionando come una sorta di enorme computer dotato di una straordinaria potenza di calcolo. Nato nel 1999, il progetto consente di mettere al servizio dell’analisi dei dati i propri computer quando non li si sta utilizzando, dando a tutti la possibilità di collaborare nella ricerca di alieni tecnologicamente avanzati.

Soluzione tre: alieni antropomorfi non esistono

“Si sono estinti”

Specie extraterrestri potrebbero essersi estinte per diversi motivi. Fenomeni potenzialmente letali per interi pianeti che vi si trovino vicini sono ad esempio le supernovae (o supernove, esplosioni stellari che rilasciano un’energia pari a quella di miliardi di miliardi di miliardi di bombe atomiche) e i lampi gamma (ancora più potenti). Fortunatamente questi fenomeni si verificano molto raramente all’interno della nostra galassia. L’unica stella che potrebbe potenzialmente produrre un lampo gamma è, rispetto alla Terra, a dieci volte la distanza letale. Supernove e lampi gamma sono invece frequenti in altre galassie, dunque è ragionevole supporre che possano aver determinato l’estinzione di forme di vita extraterrestre.

Un effetto ugualmente devastante sarebbe determinato dalla caduta, su un pianeta, di meteoriti di oltre 20 km di diametro. Sulla Terra meteoriti di simili dimensioni cadono a distanza di centinaia di anni; uno di essi, notoriamente, sembrerebbe aver contribuito all’estinzione di massa del Cretaceo-Paleocene, che portò alla scomparsa dei dinosauri.

Alcuni teorizzano che le civiltà aliene potrebbero essersi distrutte da sole, similmente a quanto Homo sapiens si sta avvicinando a fare: grazie a bombe nucleari o H, esaurendo le risorse del pianeta eccetera. Come noi stiamo determinando un’estinzione di massa (con un tasso di estinzione di oltre cento volte superiore a quello naturale), così gli alieni potrebbero aver comportato la fine di se stessi. Forse è l’intelligenza a estinguersi da sola.

“Alieni intelligenti non possono esistere”

Come osservò Dennett nel 1995, l’intelligenza di tipo umano (ovvero quella portata alla scoperta scientifico-tecnologica) potrebbe non essere un “good trick”, cioè un carattere così vantaggioso da emergere con grande probabilità durante la storia evolutiva di un pianeta. Caratteri di questo tipo si distinguono perché emergono con frequenza all’interno di linee evolutive separate, come nel caso della visione. Se l’intelligenza “umana” emergesse così raramente su un pianeta forse gli alieni tecnologicamente avanzati potrebbero non esistere.

D’altronde, non tutti i prodotti dell’evoluzione sono adattamenti, ovvero caratteri che si mantengono perché vantaggiosi per le specie: alcuni sono prodotti secondari, conseguenze casuali di adattamenti veri e propri, come ad esempio il colore rosso del sangue; altri sono frutto di cooptazione (exaptation), ovvero originatisi per una funzione diversa rispetto a quella che hanno assunto successivamente. È il caso delle ali: la loro funzione originale era probabilmente quella della termoregolazione, e soltanto dopo dev’essere avvenuto l’adattamento alla funzione del volo.

Forse esistono solo alieni semplici?

Secondo alcune teorie gli esseri multicellulari sarebbero una stranezza evolutiva, possibile soltanto nelle particolari condizioni terrestri. Si ritiene che l’evoluzione di animali complessi sarebbe impossibile su pianeti con attività geologiche troppo lente o troppo veloci e su pianeti instabili dal punto di vista climatico.

È impossibile valutare quanto questa possibilità sia concreta dal momento che la transizione procarioti-eucarioti è ancora un mistero.

Quali sono le probabilità che la vita in sé si origini altrove?

Secondo il principio della mediocrità, la Terra è un pianeta ordinario che orbita intorno a una stella ordinaria in una ordinaria parte della galassia. Questo principio è stato essenziale per la comprensione dello spazio sin dai tempi di Copernico. Tuttavia, analizzando i fattori che contribuiscono al mantenimento della vita sulla Terra, alcuni scienziati ritengono che il nostro pianeta possa essere unico nel suo genere per quanto riguarda l’origine e il mantenimento della vita, denominandolo “pianeta Riccioli d’Oro” (dalla favola della bambina che cercava il giusto mezzo nella casa dei tre orsi).

La peculiarità della vita sulla Terra sarebbe giustificata essenzialmente dalla combinazione di una serie di fattori, come quelli che contribuiscono al mantenimento della temperatura terrestre. La distanza dal sole e la forma dell’orbita terrestre, lo stadio di vita del Sole, la massa del pianeta, il nucleo magnetico della Terra, la tettonica a placche, i vulcani, l’atmosfera e il conseguente effetto serra, i venti: tutti questi elementi contribuiscono a equilibrare la quantità di calore sulla superficie del nostro pianeta. Vi sono poi le influenze che la Luna ha e ha avuto sulla vita e quella dell’acqua, che in un ambiente estremo come quello di una Terra primordiale «ha rivestito il duplice ruolo di agente schermante delle radiazioni nocive e di ingrediente basilare, insieme all’argilla, nello sviluppo della vita». Lo ha spiegato Angela Ciaravella, ricercatrice presso l’Istituto Nazionale per l’AstroFisica (INAF).

Non sappiamo quanti di questi fattori siano essenziali per l’insorgenza della vita; possiamo però dire con ragionevole certezza che una vita come la nostra, basata su idrogeno, zolfo, ossigeno, azoto e carbonio, non si sarebbe potuta formare altrimenti. Secondo i modelli finora costruiti che considerano tutti questi fattori, il fatto che noi esistiamo è consistente con una bassa probabilità di abiogenesi e ci suggerisce che la vita altrove sia poco probabile. In ogni caso dovremmo capire molto di più di come la vita si è originata per poter prendere in considerazione questo aspetto.

Come potrebbero essere gli alieni?

Alcuni scienziati stanno vagliando la possibilità di forme di vita che vivano in ambienti molto diversi dal nostro: per esempio, gli extraterrestri potrebbero essere simili ai nostri microrganismi. Sousa-Silva e i colleghi del Massachussets Institute of Technology hanno recentemente proposto che la fosfina potrebbe essere un indicatore di vita aliena in quanto prodotta quasi esclusivamente da microrganismi anaerobi. Come ha dichiarato la scienziata: «Per la vita che non gradisce l’ossigeno [la fosfina] sembra essere una molecola molto utile.»

Per poter localizzare la fosfina nello spazio il team ha analizzato questa molecola per anni, descrivendone l’esatto spettro di assorbimento che potrebbe essere percepito dai satelliti per indagini ottiche. Le molecole attualmente suggerite come possibili indicatori di vita aliena sono circa sedicimila.

Un’idea molto diffusa suggerisce che le strutture chimiche extraterrestri siano estremamente diverse dalle nostre. Alcuni ritengono che gli alieni possano essere basati sul silicio (anziché sul carbonio come i terrestri), dal momento che questo elemento costituisce gli esoscheletri di alcuni animali nostrani. Inoltre, come spiega la Dottoressa Ciaravella, «gli zuccheri del silicio sono solubili a basse temperature», quindi «in ambienti molto diversi da quelli terrestri il silicio potrebbe giocare un ruolo di primo piano».

Comunque sembra probabile che anche gli alieni possiedano strutture basate sul carbonio, poiché i tre quarti delle molecole trovate nello spazio sono di tipo organico. A cosa potrebbe portarli a somigliare l’evoluzione, però, non è dato saperlo. Anche basandoci su quanto è stato possibile osservare sul nostro stesso pianeta, quindi avendo una visione molto limitata dei possibili panorami evolutivi, la varietà di possibilità appare enorme. (Nella sezione animali di BioPills l’imbarazzo della scelta.)

Conclusioni

Quando i fatti sono pochi, le speculazioni
rappresentano più probabilmente la psicologia individuale.
Carl Gustav Jung

Tutte le considerazioni elencante difficilmente possono risolvere, prese singolarmente, la questione dell’esistenza di vita aliena. Forse danno una soluzione se combinate? Impossibile a dirsi, dal momento che non conosciamo la rilevanza, in termini di probabilità, delle suggestioni presentate. In conclusione, la verità risulta per ora imperscrutabile perché vi sono troppe variabili sconosciute. Un argomento su cui è difficile essere del tutto obiettivi, senza scadere in supposizioni o pseudoscienze.

Fonti

  • Stephen Webb (2015) – “If the Universe Is Teeming with Aliens… where is everybody?: Seventy-Five Solutions to the Fermi Paradox and the Problem of Extraterrestrial Life.”. 2nd edition. Springer Science & Business Media.
  • Steven J. Ostro (1999) – Asteroids and Aliens.
  • CICAP (2015) – Antichi astronauti? La fantarcheologia e l’importanza del contesto.
  • Galileo.net (2019) – La vita aliena? Potrebbe essere basata sul silicio.
  • MIT News (2019) – A sign that aliens could stink.
  • YouMath – Anno luce in km.

Approfondimenti

  • NASA – How do we find life?
  • Podcast dove viene trattato mensilmente il tema dell’esobiologia, con la possibilità di inviare domande: Talk to an astrobiologist
  • Notizie in ambito astrobiologico: NASA – Astrobiology.
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