Razze, sottospecie ed etnie: come gli uomini hanno classificato gli uomini

Il concetto di “razza”, bisogna ammetterlo, è un concetto comodo. Può spiegare come per magia qualsiasi tipo di differenza percepibile: non è difficile immaginare che tutte le differenze culturali siano dovute ai nostri geni. Se no come si potrebbero spiegare le divergenze che ci sono tra le società più ricche, tecnologicamente avanzate, con una speranza di vita più alta, con una cultura migliore, rispetto a quelle povere, dove si muore giovani, con una mortalità infantile altissima? Evidentemente c’erano popolazioni predestinate, che avevano quel “qualcosa in più” che ha permesso loro di costruire tutto quanto da soli. Inoltre, sappiamo bene che esiste un DNA: quindi perché non cercare proprio lì, tra la sequenza dei nostri nucleotidi, l’origine di queste disparità?

Le razze, oggi

“Sono pessimista a riguardo delle prospettive dell’Africa (…) tutte le nostre politiche sociali si basano sul fatto che la loro intelligenza sia la stessa della nostra, mentre tutti i test non lo confermano”

“C’è una differenza sulla media nei test del QI tra bianchi e neri. Direi che la differenza è genetica

Se vi chiedessi di indovinare chi l’ha detto, a chi pensereste?

Anche solo indovinare il periodo storico non è un compito semplice, soprattutto se si pensa che non sono rari i riferimenti al concetto di razza nemmeno nella politica attuale: solo per fare qualche esempio, nel 2005 sul New York Times Armand Marie Leroi scrisse che le razze umane esistono e che accettarle porterebbe dei vantaggi, ma per ragioni politiche è conveniente censurare la questione [1]. Per Times nel 2014 Nicholas Wade scrisse che esiste “qualcosa” nel DNA che influenza il comportamento sociale e che ciò causi il comportamento tribale degli abitanti di Iraq e Afghanistan, l’abilità nel commercio degli ebrei e l’osservanza delle leggi negli europei, concetti che espresse anche nel suo libro “Una scomoda eredità” [2]. Nel 2017 Patrizia Prestipino (membro della direzione nazionale del Partito Democratico) invocò il sostegno nei confronti delle mamme italiane per “preservare la nostra razza” dall’estinzione [3] e successivamente, nel 2018, questa affermazione venne ripresa da Attilio Fontana, il quale affermò che la razza bianca stesse andando incontro ad una sostituzione etnica causata dalla presenza in aumento degli immigrati [4].

Sarebbe davvero bello se la realtà funzionasse così, se fosse così semplice, così immediata a tal punto che basta guardarsi intorno per capire tutto e spiegarsi ogni fenomeno e disparità. Peccato che tutto ciò non regga. Le affermazioni di Leroi non sono supportate da dati; Wade fu smentito e non portò nessuna prova concreta della presenza di geni che possano effettivamente permettere ciò che sostiene; Prestipino fu criticata aspramente per ciò che affermò; Fontana dovette ritirare le sue affermazioni e scusarsi pubblicamente.

A chi appartengono, dunque, quelle parole? Sorprendentemente, si tratta della dichiarazione di uno scienziato, e nemmeno di “uno scienziato qualsiasi”: si tratta infatti di James Watson, premio Nobel nel 1962 per la scoperta della struttura del DNA. In un’intervista nel 2007 dichiarò che gli africani sono meno intelligenti delle persone nel resto del mondo e l’arzillo Watson ha confermato la sua idea in un documentario uscito poche settimane fa rimarcando l’inferiorità dei neri rispetto ai bianchi e “l’evidente” deficit di questi in intelligenza per cause genetiche [5]. A seguito delle sue affermazioni non scientifiche, a Watson vennero revocate le onorificenze di cancelliere emerito, professore emerito e fiduciario emerito.

Fatti sorprendenti

Se lo ha detto un premio Nobel, significa che le razze esistono? Prima di addentrarci nel merito per dare una risposta ben argomentata, è curioso sapere che, se finora molti hanno affermato a sproposito che il rimescolamento di persone di diversa etnia fosse qualcosa da evitare, uno studio condotto sui figli nati da matrimoni misti alle Hawaii [6] dimostra come in realtà ciò sia un vantaggio per la prole, che risulta più fertile.

Però no: le razze umane non esistono, ed è ora di capire il perché.

Se anche l’idea di razza fosse intesa in senso culturale non è detto che a ciò corrisponda qualcosa di biologico: quando si tratta di dare delle prove concrete della loro esistenza si scopre che non c’è nessuna relazione tra le due e oggi abbiamo a disposizione ampie conoscenze genetiche per poterlo stabilire con certezza. Volendone dare una definizione fisiologica si dovrebbero considerare il colore della pelle, per esempio, insieme ad altri tratti fisionomici. Si tratta però di limitati tratti adattativi dovuti alla pressione dell’ambiente e non rappresentano pertanto un differenziamento genetico complessivo. Una prova? Quando si pensa ai “neri” generalmente si fa riferimento alla popolazione di origine africana; mentre con “bianchi” si intendono gli europei. Cosa scopriremmo se analizzassimo l’albero genealogico di persone autodefinitesi bianche e nere? Uno studio effettuato nel 2009 [7] dimostra come in realtà i brasiliani che si autodefinivano “bianchi” avevano più antenati africani dei “neri” statunitensi, questo per dimostrare ancora meglio il fatto che le apparenze ingannano: una definizione “culturale” di “bianco” e “nero” non si rispecchia in alcun modo alla genetica, pertanto una classificazione delle razze umane è impensabile a colpo d’occhio!

Una prova? Se vi dicessi che queste due bambine sono gemelle?

Ebbene. Arrivati a questo punto il lettore dovrebbe aver già capito da solo che è ridicolo giustificare da un punto di vista genetico qualsiasi tipo di diversità culturale e dovrebbe rabbrividire all’idea che in passato, alla luce di studi poco fondati, delle persone siano state discriminate.

Se si pensa che queste credenze sono vive ancora oggi e che ci sia da discutere sulla questione, la situazione diventa ancora più drammatica. Ecco perché si rende purtroppo necessaria la scrittura di questo articolo per far luce, sul concetto di razza e analizzare i fatti dietro alla presunta differenza genetica nei test del QI.

Il tentativo fallito di definire le razze

Sembra impossibile, ma nel Novecento ci fu addirittura chi mise in discussione l’appartenenza degli uomini alla stessa specie, cosa che però è facile dimostrare falsa: l’incrocio tra due uomini qualsiasi darà sempre prole fertile. È indubbio quindi che sì: siamo gli unici esseri viventi appartenenti genere Homo e alla specie Homo sapiens.

Supponiamo però di voler per forza essere razzisti e di voler trovare, in qualche modo, un’ulteriore suddivisione della specie umana per caratteristiche fisiche e temperamento. Come potremmo raggrupparci?

Ebbene, moltissimi notarono l’eterogeneità dei nostri caratteri distintivi (come il colore della pelle, il colore e la forma degli occhi, i lineamenti del viso) e provarono a dare qualche tipo di interpretazione. Non è intenzione di questo articolo elencare tutti i tentativi (sarebbe più un lavoro da storici che da scienziati!) passando a rassegna una ad una le idee, le motivazioni e le implicazioni sociali, per quanto talvolta si siano rivelate terribili.

Per quanto riguarda i tentativi più antichi, ovviamente non sono supportati da prove scientifiche e si limitano a descrivere le differenze tra le popolazioni senza nessuna pretesa di una classificazione rigorosa. A partire dal 1600, però, i naturalisti ebbero la precisa intenzione di suddividere le persone all’interno di razze e si avvalsero di motivazioni scientifiche un po’ traballanti. Pertanto a partire da Linneo vale la pena di ricordare i principali teorici delle razze per dare un’idea di quanto a lungo e con quanta insistenza ci abbiamo provato, nonostante avessimo già le competenze scientifiche sufficienti per poter capire che le razze non esistono.

Tantissimo tempo fa

I tentativi di capire le cause delle differenze tra gli uomini sono antichissimi e l’origine del dibattito può risalire persino ad Ippocrate [8]. Se ne occupò, tra gli altri, anche l’imperatore romano Flavio Claudio Giuliano [9] e addirittura uno storico della Dinastia Han [10]. Fu una missione davvero importante che ci unì nello spazio e nel tempo, a tal punto che ce la portammo con noi fino al medioevo attraverso teorie che si rifacevano alla Bibbia risalente al Talmud babilonese (Al-Jahiz, [11], Ibn Khaldun [12]) le cui idee furono riprese da William D. Cooley [13]. Nel 1500 toccò a Giordano Bruno e Jean Bodin [14], fino al 1600 quando arrivò il turno dei primi naturalisti, quali Bernhard Varen e John Ray [14]. Fu però François Bernier il primo a tentare ufficialmente di suddividere gli uomini in quattro razze [15].

Tanto tempo fa

Carlo Linneo (1707- 1778) gettò le basi per la moderna sistematica. Classificò piante e animali in base alle loro caratteristiche ed è ancora oggi riconosciuto per il suo grandissimo lavoro. La sua sistematica, di cui si parlerà nel capitolo dedicato alla visione zoologica delle razze, è tuttora usata e validissima. Ovviamente cercò di classificare anche gli esseri umani, ma analizzando la sua opera principale (il Systema naturae) si scopre che persino lui, quando arrivò all’uomo, non riuscì a trovare valide argomentazioni biologiche per classificarli in razze: le sue ipotesi erano più basate su stereotipi, presunte caratteristiche psicologiche e costumi locali. La sua suddivisione in razze si fondava sulla presenza di quattro varietà corrispondenti ai quattro continenti (manca l’Oceania): gli indigeni americani risultano iracondi, liberi e governati dalle tradizioni; gli asiatici sono malinconici, perfidi e governati dalle opinioni; gli africani sono negligenti, apatici, imbroglioni e governati dall’impulso; gli europei sono ottimisti, inventivi e governati dalle leggi. In ogni caso, analizzando con attenzione le parole di Linneo, si può dedurre che non era sua intenzione porre dei limiti rigidi e immutabili alle razze. Pensava che le differenze fossero dovute al clima, agli eventi storici, alle migrazioni e alle condizioni di salute, ma che tutti gli uomini fossero uguali [16] [17].

Johann Friedrich Blumenbach (1752-1840) aveva un’idea di razza quasi platonica. Osservava i crani e li classificava in base alla bellezza: i più belli ovviamente appartenevano agli europei, i quali hanno prodotto le razze più brutte a seguito di una degenerazione. Pur ammettendo nella sua tesi di dottorato che “innumerevoli varietà dell’uomo si fondono l’una con l’altra per insensibili sfumature” era dell’idea che esistessero almeno cinque razze, distinguibili per aspetti anatomici e colore della pelle, attribuendo la loro presenza alle differenze geografiche, dalla nutrizione e dai costumi [18].

Arthur de Gobineau (1816-1882) credeva che esistessero tre razze (di cui quella bianca superiore alle altre) dovute a barriere naturali e che mescolarle avrebbe portato all’inevitabile declino e alla caduta della civiltà. Attribuì all’esistenza di queste tre razze la forza che determina gli eventi nel mondo [19].

Nella prima metà del 1900 nacque inoltre il movimento eugenetico, il cui scopo fu migliorare la razza umana attraverso accoppiamenti studiati, proprio come in passato si è fatto con animali e ortaggi. Questi scienziati credevano che per garantire il progresso della civiltà fosse necessario far accoppiare tra loro le “classi migliori” in modo tale che la stirpe superiore non fosse contaminata da persone che avrebbero invece dovuto “continuare la loro razza priva di valore”, fatta da individui inadatti a vivere in società. Si definirono “arte”, un “investimento a lungo termine”. Crearono per ogni individuo un pedigree con una lista di oltre 2500 malattie mentali, fisiche e caratteristiche umane considerate “normali” e patologiche e usarono questi criteri per classificare le persone e stabilire quali accoppiamenti sarebbero stati favorevoli e quali no. Qualora “una persona possedesse tratti ereditari che rendono quel particolare individuo incapace di stare al passo con il suo ambiente sociale, la linea di discendenti di quella persona dovrebbe essere interrotta”. Nel mondo che sognavano le persone erano irrealisticamente perfette sia da un punto di vista della salute fisica che mentale [20].

Una, nessuna o centomila?

Persino decidere quante fossero le razze si dimostrò un gran bel problema, soprattutto per gli scienziati che ribadivano che fosse una divisione oggettiva, talmente oggettiva che persino Charles Darwin ad un certo punto notò che numerarle fosse un’impresa impossibile:

«L’uomo è stato studiato più attentamente di qualsiasi altro animale, eppure c’è la più grande diversità possibile tra i giudizi nella capacità dell’uomo di essere classificato come una singola specie o razza, o come due (Julien-Joseph Virey, 1775-1846), tre (Honoré Jacquinot, 1815-1887) quattro (Immanuel Kant, 1724-1804. nel suo Über die verschiedenen Rassen der Menschen-Sulle differenti razze umane del 1775), cinque (Johann Friedrich Blumenbach, 1752-1840), sei (Georges- Louis Leclerc de Buffon, 1707-1788), sette (John Hunter, 1728-1793), otto (Louis Agassiz, 1807- 1873), undici (Charles Pickering, 1805-1878), quindici (Jean Baptiste Bory de Saint-Vincent, 1778- 1846), sedici (Desmoulins), ventidue (Morton e John Crawfurd, 1783-1868), o infine come sessantatré secondo Robert O’Hara Burke (1820-1861). Questa diversità di giudizio non dimostra che le razze non dovrebbero essere classificate come specie, ma sembra che esse si cancellino tra di loro e che è difficile scoprire dei caratteri chiari e distintivi tra loro.» [21]

Il numero delle presunte razze cominciò ad aumentare sempre di più perché con il tempo ci si rese sempre più conto che le differenze non erano così nette e precise, perciò nacquero sempre nuovi tentativi di classificazione. Si arrivò a 29 del 1900 con Joseph Deniker e poi a 38 nel 1939 con Egon Freiherr von Eickstedt che cercò di classificarle in razze principali, secondarie, intermedie e particolari. Diventarono 104 con la scultrice Malvina Hoffman, che partì per un viaggio in tutto il mondo poiché le fu commissionato di scolpire statue a grandezza naturale che descrivessero tutte le razze umane per un’esposizione museale. Infine se ne contarono ben 200 secondo Stephen Molnar nel XX secolo. Non finisce certo qui! Moltissimi altri hanno azzardato dei numeri come Georges Cuvier, Julian Huxley, Alfred C. Haddon [22], Carleton Coon [23].

Verso la soluzione

C’è anche chi si arrese: Paul Broca provò a dividere le popolazioni in razze [24] basandosi sulla forma del cranio dando vita alla craniometria. Anche il suo tentativo si rivelò infruttuoso (ed egli stesso lo ammise) perché si trovavano analogie nelle dimensioni tra “razze” diverse e differenze tra membri della stessa “razza”.

Abbiamo suddivisioni per tutti i gusti: Insomma, troppe classificazioni diverse, incoerenti, contrastanti tra loro, ambigue, impossibili da sostenere con delle prove concrete e quindi costellate di idee fantasiose e quindi non scientifiche. È impossibile da trovare, si ribadisce, un criterio oggettivo e univoco su cui trovarsi tutti d’accordo.

Una delle ragioni per cui è impossibile stabilire in modo chiaro le razze umane a colpo d’occhio consiste nel fatto che dimensioni del nostro corpo, la nostra altezza, la forma del nostro cranio e la nostra stazza non dipendono solo ed esclusivamente da fattori genetici, ma anche dall’ambiente in cui viviamo. Questi fattori vengono influenzati anche dalla nostra alimentazione, da malattie e dalle attività fisiche.

Le razze per la Zoologia

Oggi sappiamo di derivare tutti da un ramo di ominidi provenienti dall’Africa ed esiste un generale consenso sull’idea che le prime forme di Homo sapiens anatomicamente moderno siano comparse in Africa orientale circa 250.000 anni fa. Nonostante ciò la filogenesi di Homo sapiens resta complessa e viene costantemente aggiornata alla luce dei reperti fossili rinvenuti.

Il rigoglioso albero della vita

C’è però una certezza: aveva ragione chi diceva che non discendiamo dalle scimmie… Noi SIAMO scimmie (o per meglio dire, Primati: non i discendenti dello scimpanzè, ma i suoi cugini)! Esatto, siamo proprio ciò che Desmond Morris definì “scimmia nuda” anche se, a differenza delle scimmie e di tutti gli altri animali, possiamo parlare e siamo bravissimi a manipolare gli oggetti e a costruirli.

Per capirlo bisogna sapere come funziona la Zoologia. Questo ramo della biologia fonda il suo studio sulla sistematica, che è un metodo rigoroso di classificazione degli organismi viventi [25]. Immaginiamo ognuno dei tanti gruppi tassonomici (taxon) come un ramo di un albero maestoso e ogni specie come una foglia, che però si trova solo sui rami più sottili ai margini della chioma. Sul tronco c’è scritto “Dominio: Eukaryota”. Da questo tronco si dipartono altri cinque rami abbastanza grossi, ma, come in tutti gli alberi, saranno un po’ più piccoli del tronco. Su questi rami c’è scritto “Regno” e poi rispettivamente “Animalia”, “Plantae”, “Fungi”, “Chromista” e “Protozoa”. La Zoologia si occupa ovviamente di tutto quello che si diparte da “Regno: Animalia”. Il resto lo lascia a Botanici e altri biologi. Questo ramo ha moltissime altre diramazioni che si chiamano “Phyla” (Phylum al singolare) e quello che ci interessa si chiama “Chordata” su cui è appollaiato l’antenato comune di tutti i cordati. Ora, capito il gioco, dobbiamo cercare il ramo che dice “Subphylum: Vertebrata”, poi, sempre più lontano da terra troveremo anche “Classe: Mammalia”, dove le cose iniziano a farsi interessanti perché qui troviamo l’“Ordine: Primates”. Proseguendo su questa strada potremmo trovare scimmie, lemuri e… l’uomo (tutti gli organismi in questo gruppo sono scimmie (solo poche sono note come proscimmie)! Proseguiamo dunque la nostra arrampicata e scalando verso “Famiglia: Hominidae” ci avviciniamo verso i rami su cui si trovano oranghi, gorilla, scimpanzé e l’uomo, ancora una volta! Siamo quasi alla fine della nostra scalata perché, scegliendo il sottile ramo “Tribù: Hominini” e poi “Genere: Homo” troveremo la nostra foglia, quella che dice “Specie: Homo sapiens” (e non “Homo sapiens sapiens” come si pensava in un recente passato!). È un ramo davvero poco rigoglioso, con una sola foglia, visto che le altre sono cadute tutte per via dell’estinzione. Ribadiamo: quelle che noi chiamiamo comunemente scimmie però non sono dietro di noi: sono di fianco a noi, ma su un altro ramo (per essere precisi, lo siamo anche noi, essendo tutti sullo stesso ramo principale). Per andarle a vedere dovremmo tornare indietro fino a “Hominini” e cambiare il ramo del Genere, che è Pan. Possiamo quindi trovare quelle che sono più vicine a noi, le nostre cugine: scimpanzé (Specie: Pan troglodytes) e bonobo (Specie: Pan paniscus).

È ora di smontare un altro concetto comune: in questo sistema non esistono esseri viventi più evoluti di altri. Siamo tutti “evoluti allo stesso modo”, tutti i viventi presenti oggi sono in qualche modo “cugini”. Apparteniamo allo stesso tronco e, che ci piaccia o meno, abbiamo antenati (estinti) in comune persino con i batteri della peste bubbonica (Yersinia pestis)!

Appreso questo, ci fa sorridere leggere il passaggio di Guido Barbujani nel libro “L’invenzione delle razze” che racconta di una originale teoria che aveva lo scopo di preservare gli europei dall’infausta origine comune con le scimmie.

“C’era chi la vedeva così: in Africa ci sono scimpanzé e gorilla, e dunque gli africani saranno parenti dello scimpanzé e del gorilla; in Asia c’è l’orangutan, e dunque gli asiatici saranno parenti dell’orangutan; in Europa no… in Europa non ci sono grandi scimmie. Pazienza: vorrà dire che per gli europei questa parentela non c’è. Sono gli altri che derivano dalle scimmie, non noi”.

Cos’é una razza?

Assunta per ovvia l’appartenenza alla stessa specie: possiamo parlare di razze? Esiste qualcosa di più piccolo della Specie?

Il termine “razza” (scientificamente improprio e ricalcatura grossolana del termine più appropriato “sottospecie”, come si discuterà in modo più approfondito nei successivi paragrafi) indica in realtà un gruppo di animali addomesticati selezionati all’interno di una specie con caratteristiche ben precise scelte dall’uomo.

Non in tutte le specie si possono riconoscere razze.

Possono venirci in mente esempi di razze di cani, cavalli, varietà di frutti e ortaggi (chissà come mai nell’immaginario comune questi non vengono considerati razze). In questi casi, per esempio, non funziona. Si tratta di “razze” selezionate dall’uomo: incroci non casuali per ottenere certe caratteristiche (per esempio olfatto fino, forma del muso, lunghezza del pelo, forma delle zampe e delle orecchie per i cani; la potenza e la resistenza nei cavalli e infine la grandezza, la succosità, il colore, il gusto, la presenza o meno dei semi nel caso di frutta e verdura). Una volta ottenuto con i dovuti incroci il risultato desiderato, questo viene arbitrariamente isolato e controllato per far in modo che la “razza” non venga inquinata. Per ulteriori informazioni su come le razze canine vengano create, mantenute e protette, si consiglia questa lettura: “What does selective dog breeding mean?” – Breeding Business

Potremmo facilmente affermare che le razze non sono completamente naturali! La loro esistenza nasce dalla precisa intenzione dell’uomo di separare “virtualmente” delle varianti: basta uscire di casa per capire che cani appartenenti a razze diverse camminano sullo stesso marciapiede che, quindi, non sono separate da barriere geografiche, ma da un controllo dell’uomo. Ciò ovviamente non senza problematiche: i cani di razza sono soggetti a svariati problemi di salute. Per esempio, la metà dei Cavalier King Charles spaniel a cinque anni ha problemi cardiaci che possono portare alla morte prematura, mentre alla stessa età il 70% di loro ha problemi neurologici dovuti ad un cervello troppo grosso per il loro cranio. I bulldog a causa del loro fisico non possono riprodursi senza essere assistiti: la struttura ossea delle femmine non può supportare il peso del maschio durante l’accoppiamento; inoltre a causa della forma del loro cranio, un terzo di loro ha gravi problemi respiratori. I dalmata sono predisposti ad avere ostruzioni alle vie urinarie perché i geni responsabili del loro pelo a macchie apparentemente sono responsabili anche di aumentare l’acido urico che si cristallizza nelle loro urine. Insomma, non se la passano poi tanto bene [26].

Le sottospecie

E quando le “razze non artificiali” esistono? Quando esistono non si chiamano “razze”, ma “sottospecie” e sono un gruppo tassonomico riconosciuto. Come ribadisce anche questo articolo [27] non c’è motivo di usare il termine “razza” quando esiste un gruppo tassonomico valido e privo di ambiguità. La sottospecie è definita come un raggruppamento di individui appartenenti ad una popolazione che occupa un preciso breeding range, ossia un’area in cui gli appartenenti di quella precisa sottospecie si accoppiano tra loro senza mescolarsi alle altre [28].

Una sottospecie nasce in seguito a confini fisici (nella maggioranza dei casi si tratta di limiti geografici) che separino i membri di una stessa specie evitando loro di mescolarsi e rendere indistinguibili i loro corredi genetici. Alla base deve esserci la prova di varianti genetiche specifiche che sono assenti o rare negli altri membri della stessa specie. A seguito dell’isolamento si accumulano così mutazioni diverse in ogni gruppo: la somma di queste piccole differenze a lungo andare può originare delle sottospecie (e accumulandosi sempre di più nel corso del tempo, specie diverse).

Ricapitolando, le sottospecie sono definite in genere dall’area geografica in cui risiedono. Ne deriva che se non è possibile definire in modo accurato la presenza esclusiva di determinati caratteri in una ristretta area geografica e se mancano barriere fisiche che provino l’impossibilità di un rimescolamento all’interno della specie, pertanto non esiste la razza.

Ovviamente quando si tratta dell’uomo abbiamo già visto che le diversità fisiche e culturali non corrispondono all’identità biologica e ora è evidente che non possiamo neanche parlare di confini geografici. Era ridicolo sostenerlo nel 1800, figuriamoci oggi che abbiamo navi, aerei, treni, metro, automobili… Poi, partendo dal presupposto che le morfologie si spalmano (in genere) su un gradiente omogeneo senza salti precisi e palesi, quali tratti umani dovremmo scegliere, eventualmente, per decidere se si tratti di una sottospecie umana (o, peggio ancora, di una “razza”)?

A proposito del colore della pelle e dell’inesistenza di confini geografici che permettano la definizione univoca delle “razze”, abbiamo sufficienti prove genetiche per sostenere che il colore della pelle bianca degli europei abbia avuto origine nel Caucaso per poi arrivare in Europa non molto tempo fa attraverso il Medio Oriente, per immigrazione. E prima di “diventare bianchi”? In Europa la pelle era scura. [29]

Esistono però sottospecie negli scimpanzé, i nostri parenti più prossimi, sono proprio divisi in quattro sottospecie (Pan troglodytes troglodytes, P. t. schweinfurthii, P. t. vellerosus, P. t. verus). Ne possiamo essere certi perché esiste la separazione geografica ed e sono state trovate sufficienti prove genetiche della presenza effettiva di sottospecie utilizzando una procedura non invasiva a partire da un loro pelo [30]. Uno studio genetico condotto su tre “scimpanzé dell’ovest” (Pan troglodytes verus, che si trovano in Africa occidentale), tre “scimpanzé del centro” (Pan troglodytes troglodytes, che si trova in Africa centrale) e uno “scimpanzé dell’est” (Pan troglodytes schweinfurthii, che si trova in Africa orientale), un bonobo (Pan paniscus), un essere umano, un orango e un macaco rivelano che scimpanzé e bonobo si sono separati 1.290.000 anni fa e per quanto riguarda le tre razze di scimpanzé, la razza dell’ovest si è separata 510.000 anni fa da quella centrale; quelli dell’est e centrali almeno 50.000 anni fa [31]. Inoltre la diversità allelica tra le popolazioni di scimpanzé è più alta di qualsiasi popolazione umana [32].

Un test del DNA per scoprire da dove vieni

Sapevi che esistono test del DNA che si possono fare per scoprire cose sorprendenti sulle tue origini? Basta un campione di saliva e… il gioco è fatto! Ecco un video con alcuni volontari: guarda le loro reazioni e come cambiano le loro idee grazie ad un semplice test sulle loro origini!

Un manifesto antirazzista e un manifesto della diversità umana

E gli scienziati, cosa pensano del razzismo? La maggior parte cerca di arginarlo e spera in un futuro in cui non esistano più discriminazioni e disuguaglianze sociali determinate da categorie arbitrarie fondate sul colore della pelle o sull’identità culturale. In particolare, l’Italia può vantare un forte attivismo in merito e si possono citare due virtuosissimi esempi.

Nel 2008, in occasione del settantesimo anniversario della promulgazione delle leggi razziali fasciste, è stato scritto il “Manifesto degli scienziati antirazzisti” in cui si ribadisce chiaramente che le razze umane non esistono e non hanno un significato biologico e l’ideologia razzista viene definita “omicida” e “suicida”.

Dieci anni dopo, nel 2018, viene stipulato un nuovo e interessante manifesto: il “Manifesto della Diversità e dell’Unità Umana”. La diversità tra esseri umani viene resa un valore, qualcosa di profondamente bello e viene proposto di osservare la questione da una nuova prospettiva: perché cercare di racchiudere i popoli in categorie quando si può accettare il fatto che ogni essere umano sia unico e irripetibile? La diversità viene resa un punto di forza, un’opera meravigliosa da un punto di vista biologico e culturale, un valore aggiuntivo sotto tutti i punti di vista. Comprendere a fondo la diversità umana può dare significato e valore alla nostra uguaglianza come Uomini, alla nostra pari dignità. È possibile sottoscrivere e sostenere il manifesto con una firma sul loro sito web, ma è anche possibile restare aggiornati su Facebook.

Il dibattito

…Spiegatemi voi dunque,
in prosa od in versetti,
perché il cielo è uno solo
e la terra è tutta a pezzetti.

Gianni Rodari e Nicoletta Costa (Il cielo è di tutti, Emme Edizioni)

Abbiamo visto come il concetto di razza sia privo di senso sotto moltissimi aspetti. I tentativi di definire le razze sono stati innumerevoli nel corso della Storia e non si è mai trovato un accordo, né un criterio univoco per stabilirle. Persino la Zoologia ci dice che non è possibile dividerci in sottospecie e le prove dimostrano che non ha senso neanche la suddivisione intuitiva in “bianchi” e “neri” perché il nostro DNA rivela tutt’altra storia. Ci sono forti prove anche da parte della Biologia Evoluzionistica e della Genetica e qui se ne parlerà approfonditamente. Capiremo dunque in modo approfondito perché, come disse William Butler Yeats con parole poetiche, “se ciò che io dico risuona in te, è semplicemente perché siamo entrambi rami di uno stesso albero

Cosa si può dire, però, dell’intelligenza? Esistono davvero differenze etniche nelle capacità cognitive? E se sì, sono davvero imputabili alla genetica, come ha affermato (e confermato) Watson? Per scoprirlo, non resta che leggere questo articolo. A riguardo Jonas Jonasson direbbe “erano davvero così stupidi da non capire che la stupidità non era prerogativa di nessuna razza?” (L’analfabeta che sapeva contare, Bompiani)

Ringraziamenti

Si ringraziano per il prezioso contributo il professor Maurizio Casiraghi (Università degli Studi di Milano Bicocca) e Giovanni Destro Bisol (Università degli Studi di Roma “La Sapienza”), che hanno letto e revisionato pazientemente l’articolo.

Si ringraziano anche Telmo Pievani (Università degli Studi di Padova) e Guido Barbujani (Università degli Studi di Ferrara) per il loro supporto.

Articoli correlati

Bibliografia

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