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Le ragazze del radio

La vicenda delle “Radium Girls”, un gruppo di lavoratrici esposte a grandi quantità di radio mentre lavoravano nelle fabbriche di orologi radioluminescenti americane, è stata quasi dimenticata dalla storia. Ora merita di essere studiata, per osservare come gli effetti di una scoperta scientifica vadano ben oltre l’immaginato.

L’oscura storia delle splendenti donne americane

È una triste storia, quella delle cosiddette “Ragazze del radio”. La scoperta di questo elemento nel 1898[2] da parte di Marie Sklodowska Curie e del marito, Pierre Curie, è stata una pietra miliare nella storia della scienza e ha aperto il campo della ricerca a molte altre donne, il cui sogno era quello di contribuire allo sviluppo scientifico.

Quello che però nessuno poteva immaginare, era come questa scoperta avrebbe avuto un impatto negativo proprio sulle donne stesse. A inizio ‘900, infatti, il radio divenne così famoso da essere venduto in decine di forme diverse: pastiglie miracolose, dentifrici in grado di far brillare i denti, cosmetici, acqua tonica dalle proprietà rigenerative… per non parlare di abiti, latte e burro, cliniche e spa, supposte in grado di “far tornare uomini anziani alla vitalità di quando erano giovani” e così via. Tutto questo perché il radio ha una meravigliosa proprietà, scoperta dagli scienziati a inizio secolo: quella di distruggere il tessuto umano.

Acqua “Radithor”
Figura 1. Acqua “Radithor”, contentente polvere di radio e mesotorio. Molte persone assunsero questo prodotto, tra cui anche bambini. Fonte: CNNStyle

Di conseguenza, una sostanza che poteva combattere l’avanzata dei tessuti cancerosi nel corpo era vista come una benedizione, una “cura a tutti i mali”. Questa sorta di mania del radio si radicò a fondo nella vita americana, ma erano ben pochi i prodotti che contenevano davvero questo elemento estremamente costoso e raro[1].

Il nemico delle ragazze del radio

Un prodotto, però, lo conteneva. Era la pittura “Undark”, utilizzata dalla Radium Luminous Materials Corporation, New Jersey e composta da acqua, gomma arabica, polvere di radio e solfuro di zinco, con cui il materiale radioattivo reagiva dando origine ad un bagliore brillante. I produttori utilizzavano questa pittura per dipingere i quadranti degli orologi e altri oggetti, in modo da renderli visibili anche al buio. Agli albori della Prima Guerra Mondiale, nel 1917, poter fare affidamento sui propri strumenti anche di notte aumentò esponenzialmente la richiesta di orologi radioluminescenti, obbligando le fabbriche ad assumere più personale.

Sfortunatamente, le ridotte dimensioni dei quadranti e dei pennelli richiedevano mani piccole e delicate: ecco perché le impiegate di queste fabbriche erano per la maggior parte ragazze, da 14-15 anni in su. Le lavoratrici venivano istruite ad intingere i pennelli nella pittura e ad affinarne le punte strofinandole tra le labbra: in questo modo, ingerirono la pittura permettendo al radio di entrare nei loro organismi[1].

Le “nuove malattie” dei lavoratori industriali

Gli anni ’20 furono un periodo davvero terribile per sviluppare malattie fino ad allora sconosciute alla scienza. Le ragazze del radio iniziarono via via ad ammalarsi, mostrando sintomi aberranti e non riconducibili ad altri malanni. I primi sintomi, dimostrati da buona parte delle lavoratrici, furono: dolore alle articolazioni, sfoghi di acne, cambiamenti nella composizione del sangue, ma soprattutto dolore ai denti e alle gengive. In tante dovettero ricorrere all’asportazione di un dente, ma invece che migliorare le loro condizioni queste piccole operazioni le peggiorarono, perché le gengive non riuscivano a guarire.

Anzi, si deterioravano a vista d’occhio, al punto che altri denti erano colpiti dal disturbo e cadevano uno dietro l’altro, lasciandosi dietro gengive ulcerate e dolori terribili. Una concausa importante nell’avanzamento di queste necrosi della mascella furono le infezioni batteriche. La penicillina venne scoperta solo nel 1928 e quindi prima di questo anno non era previsto l’uso di antibiotici durante le operazioni chirurgiche. Inoltre, la scienza dell’anestesia non aveva ancora raggiunto il suo sviluppo attuale.

I lavoratori del fosforo e la “phossy jaw”

Una malattia simile era ormai ben nota in ambito medico e a soffrirne erano i lavoratori che avevano a che fare con il fosforo. Nella seconda metà del 1800 il personale delle fabbriche di fiammiferi usavano il fosforo bianco, più economico del fosforo rosso, ma meno sicuro, per ricoprire le estremità in grado di accendersi. In tanti svilupparono la cosiddetta “phossy jaw”, una necrosi della mascella causata dall’inalazione del fosforo[3] che porta, nel caso in cui l’osso non venga rimosso in fretta, alla morte per infezione e insufficienza multipla degli organi.

I sintomi dell’avvelenamento da radio

Per le pittrici dei quadranti radioattivi questi furono anni bui, in cui si tentava disperatamente di capire la causa di questa nuova malattia e di frenarne gli effetti più devastanti sull’organismo, che comprendevano[2]:

  • Sarcomi alle ossa (cinque anni dopo l’esposizione al radio)
  • Carcinoma dei seni paranasali e delle cellule mastoidee
  • Mieloma multiplo
  • Cancro al seno
  • Leucemia e anemia
  • Frattura e necrosi delle ossa

Queste ultime sono causate dai depositi di radio che si formano nelle ossa stesse; irradiando le cellule dell’apparato circolatorio che vi passano vicino le distruggono, privando quindi l’osso della normale circolazione e del sostentamento.

Molte donne, purtroppo, morirono pochi anni dopo aver lavorato per queste compagnie. È interessante notare, però, come alcune delle lavoratrici vissero comunque una vita lunga,  sviluppando i sintomi ad età ormai avanzata o convivendo con essi per molti anni. Si suppone che ciò sia dovuto ai diversi tempi di lavoro (settimane, mesi o anche anni di assunzione) e al numero di volte in cui una ragazza passava il pennello in bocca per affinare la punta, ingerendo quindi quantità di radio variabili in base alle abitudini lavorative[1].

Il riconoscimento delle malattie professionali

Già nel 1923 iniziavano a essere posti degli obblighi sulla necessità dell’uso di protezioni per i lavoratori del radio. Queste precauzioni, però, coinvolgevano gli uomini, chimici, fisici e altri addetti che lo maneggiavano nelle fabbriche, ma non le donne che ingerivano quotidianamente la pittura radioattiva. Varie cause legali furono portate in tribunale per chiedere dei risarcimenti ai danni causati alle lavoratrici, che dopo anni di lotte riuscirono ad ottenere l’inserimento dell’avvelenamento da radiazioni nell’elenco delle malattie professionali e portarono alla costituzione dei regolamenti nei luoghi di lavoro, allo scopo di proteggere la salute di tutti i lavoratori[1].

La battaglia legale

Due cause, in particolare, furono quelle che portarono la dovuta giustizia a lavoratrici e lavoratori. La prima ebbe luogo a Newark, New Jersey. Fu vinta nel 1928 da Grace Fryer, Katherine Schaub, Edna Sussman, le sorelle Quinta McDonald e Albina Larice, divenne anche un caso mediatico seguito dall’intera nazione. Come sempre accade in questi casi, le ragazze ricevettero numerose lettere di simpatizzanti pronti a offrire il proprio sostegno, ma anche messaggi di odio e accuse. In pubblico, le ragazze indossavano le loro nuove dentiere per coprire i danni causati dalla pittura, sorridevano alle fotocamere e continuavano a lottare nonostante il grave deperimento fisico.

La seconda causa, invece, ebbe luogo dieci anni dopo a Ottawa, Illinois. Fu una serie di otto vittorie, ottenute da Catherine Wolfe Donohue, Charlotte Purcell, Pearl Payne, Helen Munch, Marguerite Glacinski, Marie Rossiter e Frances O’Connell, grazie all’avvocato Leonard Grossman.  Catherine, in particolare, fu lo spirito simbolo di questa battaglia. Durante una delle udienze, descrivendo i suoi problemi di salute, portò come testimonianza due pezzi della sua mascella e vari denti, estratti anni prima per tentare di fermare la necrosi.

Il processo durò a lungo perchè la compagnia in causa, la Radium Dial Company, tentò di rimandarlo per mesi, aspettando letteralmente la morte delle donne, in modo che le accuse decadessero. Ma dopo anni di lotte, Catherine e le sue compagne vinsero finalmente la causa nel 1938. Purtroppo lei morì prima dell’ultima sentenza, quella che la decretò vincitrice[1]. Ma ormai avevano scritto la storia.

Conclusioni

Cinquanta giorni dopo la vittoria del caso di Catherine Donohue, in Europa scoppiò la Seconda Guerra Mondiale. La domanda di orologi luminosi tornò a salire ma, grazie all’impegno delle ragazze del radio, vennero introdotte le giuste misure di sicurezza, evitando che un’altra generazione subisse l’avvelenamento da radio. Al contempo, però, la guerra monopolizzò l’attenzione dell’opinione pubblica, facendo scordare la loro storia[1].

Fu solo negli anni ’50, all’alba dell’era atomica e dopo lo scoppio delle bombe di Hiroshima e Nagasaki, che il discorso pubblico tornò a occuparsi di questo scandalo. Alle lavoratrici e ai lavoratori del radio venne chiesto di sottoporsi periodicamente a esami medici presso l’Argonne National Laboratory, Illinois, per controllare la loro salute e gli effetti che questa sostanza ebbe sui loro corpi[2].

Si potrebbe pensare che, in seguito a questi fatti, nessun’altra fabbrica di orologi radioluminescenti sia stata aperta. Invece, sempre a Ottawa, Illinois, solo nel 1978 fu chiusa per sempre la Luminous Processes. Ancora una volta, bisognava far luce sull’incremento dell’incidenza di malattie e morti correlabili alla radioattività tra operaie e operai. Gli ispettori, controllando l’impianto chiuso, trovarono livelli di radiazioni 1666 volte superiori a quanto consentito[1].

Leggendo questa storia, possiamo chiederci: ha davvero senso insabbiare le scoperte scientifiche per mero tornaconto personale o per profitto, mettendo a rischio la salute altrui? Tutte le vicende accadute nel tempo hanno dimostrato come questo atteggiamento nuoce a tutti, siano essi lavoratori o imprenditori, ma anche in generale alla popolazione. I corpi delle ragazze del radio, infatti, continueranno ad emettere radiazione per altri 1500 anni, così come i resti delle fabbriche, con possibili conseguenze sull’ambiente circostante.

Leggi anche: Radiazioni e ambiente: un cammino non sempre facile

Referenze

  1. “The Radium Girls – The Dark Story of America’s Shining Women”, Kate Moore (2017). Sourcebooks, Inc., Naperville, Illinois.
  2. “R. E. Rowland, Radium in Humans: A Review of U.S. Studies”, R. E. Rowland (1994). Argonne, Illinois, Argonne National Laboratory.
  3. “Phossy jaw” and the matchgirls: a nineteenth-century industrial disease”, Susan Isaac (2018). Royal College of Surgeons of England.

Immagine in evidenza da The Skidemore News

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