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Quando la povertà causa deterioramento cognitivo e invecchiamento anticipato

Tra crisi, economia e gestione dei soldi pubblici statali, uniti anche alle tragedie che hanno colpito il nostro paese recentemente con conseguenze anche economiche, le pagine dei nostri giornali e i servizi dei tg nazionali ricalcano sempre le stesse tematiche, facendo percepire in misura sempre maggiore lo scarto tra ricchezza e povertà individuali. Purtroppo ciascuno di noi non deve far solo i conti con le notizie sul tema, ma anche sulla sua gestione del portafoglio, spesso cruccio e problematica quotidiana. In una separazione dicotomica che faciliti la divisione economica del nostro paese potremmo parlare di chi vive nell’agio con una gradualità variabile e chi, purtroppo, deve combattere ogni giorno con le ristrettezze.

Quest’ultima situazione non è solo uno spaccato sempre più tristemente presente nella nostra società, ma anche possibile causa di deterioramento cognitivo, oltre che fattore di rischio per un invecchiamento anticipato.

Tale riscontro si ottiene da uno studio pubblicato sull’American Journal of Preventive Medicine, riguardante una ricerca condotta da più professionisti su tremilaquattrocento adulti, in una fascia di età al momento dello studio compresa tra i diciotto e i trent’anni.

I soggetti partecipavano ad un altro progetto, il Cardia (Coronary Artery Risk Development in Young Adults Study) che teneva conto di molteplici variabili, tra cui, ad esempio, sesso, etnia, scolarizzazione del soggetto, dei coniugi e della propria famiglia.

La povertà prolungata come fattore di rischio per l’invecchiamento e il deterioramento cognitivo

Tale studio non è il primo ad analizzare in modo correlazionale la povertà e il disagio economico nelle prime fasi della vita a una compromissione cognitiva conseguente durante la terza età. La sua forza è però quella di valutare se e come possa avere un’influenza una situazione di indigenza prolungata nel tempo o sommatoria (associata quindi a tempi di cambiamento in positivo del regime economico) concentrandosi su fasce d’età ancora considerabili giovani.

In particolare come riferimento lessicale gli studiosi hanno assunto come stato di grave povertà un concetto temporale, ovvero la percentuale di tempo in cui il soggetto ha avuto una disponibilità reddituale inferiore del 200% di quello nazionale. Proprio sulla base di questo confine, il campione è stato scisso in quattro gruppi: coloro che non hanno mai avuto problematiche di indigenza, chi ne ha avute per circa un terzo della propria vita, chi in un periodo compreso tra un terzo e l’intera vita e, infine, chi ha sempre avuto una condizione di povertà.

Tali soggetti sono stati sottoposti nel 2010, all’età successiva di cinquant’anni, a test mirati alla valutazione dell’età cognitiva, che presentavano tra i compiti la capacità di memorizzare e riportare alla memoria lemmi o le abilità relative alle performance esecutive.

I risultati hanno dimostrato come l’esposizione per oltre due decenni a condizioni reddituali minime possa associarsi al deterioramento cognitivo, soprattutto in merito alla velocità di elaborazione.

In un’ottica decisamente controintuitiva che porterebbe a supporre che, dovendosi barcamenare con poche risorse, un soggetto in condizioni di povertà possa appigliarsi maggiormente alle sue abilità per riuscire nei suoi compiti quotidiani, la povertà assume un chiaro valore di fattore di rischio.

Che questa scoperta possa in qualche modo influire a più ampio spettro nella nostra società?

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