Piante nocive d’Italia: una breve illustrazione

La conoscenza delle specie tossiche italiane come prima linea di prevenzione verso i casi di intossicazione.

Una panoramica sulle piante nocive italiane. Partendo dal ruolo evolutivo dei metaboliti tossici si analizzeranno poi le principali specie tossiche per identificarle una volta sul campo. Chiunque sia appassionato di escursioni in montagna, o viva semplicemente a contatto con la natura, avrà di certo incontrato una gran varietà di piante con fiori e bacche dei più diversi colori. Ebbene, ciascuno di voi, almeno una volta davanti a una bacca o un qualsiasi frutto, si sarà chiesto: “sarà commestibile?“. In questo articolo verranno analizzate alcune delle piante nocive italiane che caratterizzano la flora montana della nostra penisola. E ricordate: non è tutto oro ciò che luccica!

Il ruolo evolutivo dei metaboliti tossici

Difesa da predatori: la comunità scientifica concorda ormai che i metaboliti tossici prodotti dalle piante servano principalmente come meccanismi di difesa. Il mondo vegetale è caratterizzato da una fondamentale condizione di immobilità. Dunque, le sostanze tossiche servirebbero come deterrente nei confronti di parassiti e organismi erbivori, difendendo la pianta che altrimenti non potrebbe sottrarsi all’azione di questi aggressori. La funzione antipredatoria si espleta principalmente con la capacità di apprendimento del predatore: un animale, ingerendo parti della pianta tossiche e subendone le conseguenze, non commetterà di nuovo l’errore di cibarsi di quella determinata pianta.

Allelopatia: è l’azione che composti chimici vegetali hanno sulle piante che circondano la pianta da cui sono prodotti, in particolare inibendo la crescita degli organismi vegetali circostanti. I metaboliti tossici servirebbero dunque non solo come meccanismo di difesa, ma anche come molecole che minimizzano la competizione sul terreno di crescita.

La cultura del naturale

Nell’ultimo decennio il pubblico mostra una fiducia sempre maggiore in tutto ciò che è “naturale” con la pregiudizievole convinzione che il naturale sia necessariamente buono, migliore e sicuro. Tale convinzione affonda le sue radici nell’idea che un prodotto naturale, non contenendo prodotti chimici industriali, sia buono. Tutto questo, purtroppo, non corrisponde alla verità. Le piante tossiche sono in numero maggiore e molto più comuni di quello che si possa pensare. Molto spesso, perfino in parchi pubblici o nei giardini delle abitazioni, vengono coltivate specie tossiche sia per l’uomo che per gli animali domestici. Uno degli esempi più chiari è l’oleandro, comune in molte abitazione e la cui tossicità verrà analizzata in seguito.

Distinzione tra mortalità, nocività, pericolosità e commestibilità

Su internet e in alcuni libri si possono trovare queste parole, o loro sinonimi, associate alle diverse specie di piante. E’ dunque bene precisare cosa significhino ciascuna di esse.

  • Mortale: la pianta non è commestibile e il suo utilizzo può risultare particolarmente dannoso, provocando la morte nei casi più gravi.
  • Nociva: la pianta non è commestibile e l’ingestione accidentale e/o volontaria di frutti, foglie, fiori, radici può dare luogo a sintomi, spesso a carico dell’apparato gastroenterico, anche particolarmente gravi.
  • Pericolosa: la pianta è di fatto commestibile e viene comunemente utilizzata a fini alimentari, ma parti di essa come linfa, latice e/o un suo utilizzo improprio possono rendere rischiosa l’esposizione.
  • Commestibile: la pianta risulta edule e dunque il suo consumo non è da considerarsi dannoso per l’organismo.

Le piante selvatiche mortali

Verranno qui mostrati alcuni esempi delle piante mortali più comuni, e che pertanto, non devono in alcun modo essere ingerite o messe a contatto con l’epitelio orale, nasale o negli occhi.

Aconito (Aconitum spp.)

Fiori di aconito

Questa pianta è spesso erroneamente raccolta per il consumo dei giovani germogli.

  • Morfologia: Pianta erbacea perenne con radice tuberizzata. I fusti sono fogliosi, eretti e robusti, semplici o poco ramosi. Presenta infiorescenze in racemi terminali nelle specie che crescono in ambienti aperti, ascellari in quelle del sottobosco. I fiori sono zigomorfi, con un ampio petalo superiore di colore azzurro o giallo.
  • Habitat: È diffusa lungo tutto l’arco alpino. Cresce soprattutto in ambienti montani dalla fascia del faggio fino a quella dell’abete rosso, dove preferisce i pascoli aperti, da 900 a 2.300-2.500 m di quota.
  • Tossicologia: Pianta estremamente velenosa a causa della presenza di alcaloidi, tra i quali l’aconitina. L’organo della pianta maggiormente ricco di aconitina è la radice tuberiforme, anche se tale sostanza è presente nell’intera pianta. Dopo l’ingestione i sintomi compaiono molto rapidamente (entro 10-20 minuti); inizialmente si avverte un senso di formicolio alle dita delle mani e dei piedi, seguito da sudorazione e brividi, parestesie generalizzate, secchezza della bocca e intorpidimento.

Belladonna (Atropa belladonna)

I frutti della belladonna sono confondibili con quelli del mirtillo nero. Le sue bacche, però, si distinguono per le dimensioni maggiori. Inoltre, la pianta stessa è ben più grande di quella del mirtillo ed è interamente erbacea (non presenta porzioni lignificate come il mirtillo).

Frutto di belladonna
  • Morfologia: Pianta erbacea perenne, vischiosa, con odore poco gradevole, alta 50-150 cm. Il fusto è glabro, superiormente ramificato in una chioma espansa e appiattita. Il frutto è costituito da una bacca globosa, carnosa, lucida, di colore nero, circondata dal calice accresciuto.
  • Habitat: La pianta preferisce le radure e le schiarite di boschi della fascia montana, soprattutto faggete, su suolo umido.
  • Tossicologia: La belladonna, alcaloide presente principalmente nei frutti, è tossica per ingestione ed è responsabile della sindrome anticolinergica centrale, caratterizzata da secchezza della pelle e delle mucose, febbre, tachicardia, ritenzione urinaria, midriasi, disturbi a livello intestinale e del sistema nervoso; nei casi più gravi può essere causa di convulsioni e coma.

Digitale (Digitalis spp.)

Fiori di Digitalis purpurea
Fiori di Digitalis purpurea
  • Morfologia: Pianta erbacea bienne o perenne. Le foglie si sviluppano in primavera, dapprima in fitta rosetta basale, poi più diradate lungo un fusto che si allunga verticalmente. I fiori, sui toni del rosso o del giallo secondo la specie, sono sorretti da un lungo peduncolo indiviso, orientati tutti dalla stessa parte, con corolla a forma di ditale, più o meno bilabiata, pendula.
  • Habitat: Radure e pendii boschivi, cedui, pascoli sassosi, fino a 1.800 m di altitudine. Diverse specie vengono coltivate a scopo ornamentale, particolarmente Digitalis purpurea.
  • Tossicologia: Tutte le specie di digitale contengono glicosidi digitalici cardioattivi in grado di alterare il ritmo cardiaco, provocando aritmie di varia natura che possono sfociare nell’arresto cardiaco.

Fior di stecco (Daphne mezereum)

Frutti di Daphne mezereum

I frutti possono essere confusi con quelli del mirtillo rosso. Tuttavia si riconoscono facilmente perché le sue drupe (con nocciolo legnoso) sono numerose e addensate attorno al fusto, mentre le bacche (prive di nocciolo) di mirtillo rosso sono portate singolarmente su brevi peduncoli.

  • Morfologia: Piccolo arbusto con la corteccia, le foglie sono alterne e caduche. I frutti sono delle drupe sferiche rosse.
  • Habitat: Vive in brughiere subalpine, faggete, castagneti e boschi montani, preferendo i suoli acidifi cati. È comune sulle Alpi, da 500 a 1.800 m di altitudine.
  • Tossicologia: Le parti della pianta maggiormente tossiche sono i fiori, le foglie, i frutti maturi e i semi, che contengono dafnina, un potente alcaloide. L’ingestione causa inizialmente una sensazione di bruciore alla bocca e salivazione, con comparsa di arrossamento e ulcerazione della mucosa orofaringea, cui possono seguire disturbi gastroenterici. In seguito al contatto cutaneo od oculare compaiono irritazione e dolore locali, con vesciche e ulcerazioni.

Mughetto (Convallaria majalis)

Le foglie di questa specie velenosa sono erroneamente raccolte in primavera per il consumo, scambiandole con quelle dell’aglio selvatico.

mughetto
Fiori di mughetto
  • Morfologia: Pianta perenne erbacea provvista di un rizoma strisciante, dal quale in marzo-aprile si sviluppano direttamente le foglie (non c’è fusto aereo), generalmente in numero di 2 per germoglio. Lo scapo fiorifero, emergente anch’esso dalla guaina delle foglie e termina in un racemo unilaterale di 6-12 fiori fragranti, penduli su peduncoli arcuati. Il frutto è una bacca rossa subsferica.
  • Habitat: Cresce nell’humus dei boschi freschi di latifoglie, dalla pianura alla fascia montana. Diffuso in Italia settentrionale e centrale, ma piuttosto raro e localizzati.
  • Tossicologia: La tossicità del mughetto è dovuta alla presenza in tutta la
    pianta di glicosidi cardioattivi, molto simili a quelli della digitale.

Oleandro (Nerium oleander)

Tutta la pianta è altamente tossica, le foglie sono a volte confuse con quelle dell’alloro.

Fiori di oleandro
  • Morfologia: Arbusto sempreverde con rami giovani lisci. Le foglie sono coriacee, in prevalenza verticillate a tre. I fiori sono su cime terminali; la corolla, da porpora scuro a bianca, presenta un breve tubo, ristretto alla base, e un lembo di 5 lobi. In Italia, nella pianta selvatica, i fiori sono sempre rosa-lilla.
  • Habitat: Specie caratteristica della vegetazione dei corsi d’acqua di clima temperato caldo subtropicale. In Italia è una delle piante più largamente coltivate e che si trova nei giardini di numerose abitazioni private.
  • Tossicologia: Tutta la pianta è tossica: in ogni sua parte contiene glicosidi cardioattivi capaci di alterare il ritmo cardiaco, provocando aritmie di varia natura. Generalmente, l’intossicazione si manifesta dapprima con episodi di vomito, che spesso contribuiscono a ridurre l’assorbimento delle tossine.

Tasso (Taxus baccata)

Tutta la pianta è tossica, ad eccezione dell’arillo rosso.

Foglie con arillo di tasso
  • Morfologia: Albero sempreverde di 5-20 m, dioico, molto longevo. Le foglie, inserite lungo i rami secondo linee elicoidali, sono allineate su due file (distiche); presentano lamina coriacea, aghiforme-appiattita.Dopo l’impollinazione, lo strato esterno della parete dell’ovulo si rigonfia a partire dalla base e ingloba via via lo stesso seme in formazione, fino ad assumere la forma di una coppa carnosa (arillo), rosso lampone a maturità, con l’apice del seme sporgente al centro.
  • Habitat: Cresce soprattutto nella fascia altitudinale del faggio, fra 300m  e 1.600m di quota. Largamente coltivato sin dalla più remota antichità con valenza simbolico-apotropaica (l’albero della morte che scaccia la morte), il tasso assunse attraverso i secoli la funzione di albero sempreverde per eccellenza nei cimiteri e nei parchi di tutto il mondo temperato.
  • Tossicologia: La parte maggiormente velenosa è il seme contenuto all’interno dell’arillo. Il principio attivo responsabile della tossicità è un alcaloide: la tassina. La masticazione dei semi la rende disponibile all’organismo e a distanza di 1-2 ore dall’ingestione compaiono disturbi gastroenterici, alterazioni della frequenza respiratoria, convulsioni e coma. Se l’ingestione è cospicua, la morte può sopraggiungere in tempi molto brevi.

Conclusione

Quando si intraprendono escursioni in montagna o in zone di campagna il consiglio generale è quello di non ingerire alcuna parte di qualsiasi pianta selvatica si incontri. Come mostrato infatti, molte piante tossiche possono essere facilmente confuse con specie innocue o addirittura commestibili. Per il riconoscimento delle specie è utile utilizzare le chiavi dicotomiche o delle semplici guide da campo così da essere sicuri dell’organismo che si ha difronte.

Bibliografia

  • Piante velenose della flora italiana nell’esperienza del Centro Antiveleni di Milano – E. Banfi, M.L. Colombo, F. Davanzo, C. Falciola, G. Galasso, E. Martino e S. Perego.
  • Piante velenose e selvatiche – Coltivazione Biologica
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