Perché l’agricoltura italiana richiede a gran voce le biotecnologie vegetali

Biotecnologie: Si o no? Perchè e perchè no – “Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita” è lo slogan di Expo 2015, evento internazionale che si sta tenendo a Milano e che continuerà ancora per alcuni mesi. Chi di voi c’è stato avrà certamente notato che è una bella vetrina per i paesi partecipanti, che fanno bella mostra di sé e dei loro sforzi di sviluppo per invogliare potenziali investitori e turisti a tenerli in considerazione. E’ anche un evento molto importante per artisti e designer, che hanno fatto il loro meglio per erigere ed arredare degli immaginifici padiglioni che sono visitati ogni giorno da migliaia di visitatori.

Ma una esposizione universale evoca un gigantesco convegno di inventori che fanno la dimostrazione dei loro progetti per migliorare le condizioni di vita nel mondo, e in effetti dovrebbe consistere in un’occasione di networking e di dimostrazione per realtà con soluzioni da proporre, in questo caso per contrastare la malnutrizione e far fronte la sfida globale data dall’aumento della popolazione mondiale.

Voglio allora darvi conto di un avvenimento che ha cercato di riempire un po’ di senso questo gigantesco contenitore perlopiù vuoto che chiamiamo Expo, facendovi un report di quanto detto in un interessante convegno tenuto da Confagricoltura che si è tenuto il 16 luglio nel Padiglione Italia, dal titolo “Geni Italiani. Per una via nazionale alla ricerca e alla nuova genetica in agricoltura”, ovviamente il tema Biotecnologie non era in secondo piano.

BIOTECNOLOGIE – COLTIVARE PIU’ TERRA O COLTIVARLA MEGLIO?

Apre la conferenza il prof. Harald Von Witzke, che ci spiega l’importanza capitale dell’aumentare le rese agricole, piuttosto che di aumentare le superfici coltivate, per far fronte alle sfide demografiche in maniera sostenibile per l’ambiente. Con un breve excursus storico ci viene ricordato che ciò è già avvenuto negli scorsi decenni con la famosa “rivoluzione verde”, cioè un insieme di concomitanti innovazioni nelle pratiche agronomiche (es. meccanizzazione), nella produttività delle colture (nuove cultivar ottenute tramite incroci e mutagenesi che sono più basse, crescono più in fretta, hanno più semi..) e nello sviluppo della difesa delle colture grazie alla chimica (pesticidi, fertilizzanti, erbicidi) che hanno portato a moltiplicare la resa di ogni ettaro coltivato dando conto del 90% dell’aumento di produzione mondiale mentre solo il restante 10% è stato apportato dalla coltivazione di nuove superfici.

Trovare nuove superfici coltivabili senza aumentare il disboscamento di zone ad elevata biodiversità, che non sono comunque infinite, è d’altronde una via impraticabile. Tra il 2000 e il 2020, attesta Von Witzke, le arre coltivate stanno aumentando solo del 7% e non si potrà più farvi affidamento perché ci sono processi che anzi minacciano le zone già coltivate, come gli effetti del Global Warming (desertificazione, salinizzazione dei suoli, deficit idrici) e un costo dell’energia elettrica che sul lungo periodo non può che salire. Questi poi sono anche i fattori principali che hanno posto un limite alla crescita in produttività dovuta alla rivoluzione verde, che si può considerare terminata nell’anno 2000.

Questa situazione se lasciata a se stessa, e abbinandola alla tendenza del costante aumento demografico, porterà inevitabilmente ad un aumento dei prezzi delle materie prime agricole, e quindi dei cibi, che favorirà i soli paesi industrializzati per l’incapacità dei paesi in via di sviluppo di far fronte alle richieste alimentari delle proprie popolazioni sempre più numerose (notate bene, essi si sono già ora trasformati dai paesi esportatori che erano durante il periodo coloniale a paesi importatori, gravando così sulle proprie deboli finanze). Risultato, una sempre maggior dipendenza di quei paesi dai paesi sviluppati, che resteranno i maggiori produttori, l’aumento di fame e carestie e di conseguenza dei flussi migratori.

QUALI STRUMENTI PER AUMENTARE LA PRODUTTIVITA’ AGRICOLA?

Raccoglie il testimone il prof Michele Morgante dell’Università di Udine che ci spiega quali sono i modi per aumentare le rese utilizzati fino ad ora, specialmente durante la rivoluzione verde. Agire sul miglioramento della tecnologia agraria, somministrare nuovi e migliori fitofarmaci e infine modificare le piante affinché siano esse stesse a presentare delle migliori caratteristiche.
Quest’ultima via non è certamente una nuova intuizione, fin dalla preistoria i primi agricoltori inconsapevolmente selezionavano le piante che presentavano le caratteristiche a loro più appetibili per farle riprodurre ed avere quelle caratteristiche per tutti i successivi raccolti.

Queste caratteristiche erano causate da mutazioni spontanee e casuali nei genomi delle piante, e tutto quello che facevano gli agricoltori era aspettare di accorgersi della presenza di mutazioni desiderabili per favorirle riproduttivamente. Un processo molto lungo che nel corso di migliaia di anni ha dato origine ai quattro lati del globo alla moltitudine di varietà coltivate che utilizziamo attualmente.
Nel corso del ‘900 sono state sviluppate delle tecniche che permettevano di aumentare artificialmente il numero di mutazioni casuali nel genoma di una pianta, che cadono sotto la denominazione collettiva di mutagenesi indotta.

Per mezzo di mezzi chimici o fisici si bombardava (anzi, bombarda, sono tecniche di corrente utilizzo) il genoma di cellule della linea germinale (per esempio degli ovuli, del polline o gli embrioni nei semi) per indurre molte mutazioni casuali e vedere poi, facendo crescere le plantule, se qualcosa di buono ne era uscito. Così ha per esempio avuto origine l’Uva Italia che noi tutti mangiamo a tavola.

Si tratta di un processo molto poco preciso e con una resa molto bassa, dal momento che la gran quantità di mutazioni casuali indotte porta molte delle plantule a non germinare mai e delle restanti molte hanno aspetti e caratteristiche aberranti.
La miglior risposta a questo può venire dalle modificazioni genetiche, che sono attuate per mezzo di molte tecniche diverse e con esiti differenti ma che possono essere sommariamente definite come l’ottenere una modificazione mirata del DNA di un essere vivente per ottenere che esso abbia una determinata caratteristica che prima non aveva.

Tra le principali tecniche di modificazione genetica, la più famosa e quella che più scatena fobie nella popolazione è la transgenesi. Consiste, semplificando, nello spostare un gene da una specie ad un’altra che sia sessualmente incompatibile. Tramite transgenesi sono state ottenute le principali colture modificate attualmente coltivate, il mais e la soia resistenti a certi insetti o ad alcuni erbicidi. La transgenesi non è più però l’unico né il principale metodo utilizzato.

Le due principali alternative “accettabili” per il grande pubblico attualmente sono la MAS e la cisgenesi.

La MAS (acronimo per Selezione Aiutata da Marcatori) non è propriamente una tecnica di modificazione genetica, dal momento che permette di monitorare la presenza di marcatori genetici utilizzandoli come indicatori per effettuare una selezione in tempi leggermente più brevi rispetto agli incroci tradizionali.
La cisgenesi invece prevede di trasportare un gene da una pianta ad un’altra che, a differenza della transgenesi, sia sessualmente compatibile, per esempio tra due varietà di mela. A livello di tecniche utilizzate, poco cambia rispetto alla transgenesi, la principale differenza è che si ottiene un organismo che non ha DNA di origine “estranea” e che quindi in linea teorica si sarebbe potuto ottenere mediante incrocio.

Gli incroci tradizionali, spiega Morgante, hanno però due grandi difetti.

Il primo è il tempo che richiedono le piante, soprattutto se si lavora su piante arboree, per raggiungere la maturità sessuale, che rende l’intero processo molto molto lungo, decine di anni. Il secondo è che permette di ottenere nuove varietà ma non di trasferire un singolo carattere da una varietà al’altra, nemmeno cercando di fare il maggior numero possibile di retro incroci.

In parole povere se incrocio la mia mela Gala con la mia mela selvatica resistente alla ticchiolatura non otterrò una mela Gala resistente alla ticchiolatura, ma una nuova varietà, e le mele veramente Gala resteranno suscettibili alla ticchiolatura. A questo problema può porre rimedio la Cisgenesi, spostando il gene della resistenza alla ticchiolatura dalla mela selvatica alla cultivar Gala, che risulterà così resistente.
E’ questo, sottolinea Morgante, il grande pregio della cisgenesi, ovvero che lavora per la tutela delle varietà esistenti e quindi del Made in Italy e della agrobiodiversità, tutti punti su cui i piccoli coltivatori e i consumatori esprimono preoccupazioni.

MA SI FA RICERCA PER IMPLEMENTARE LA CISGENESI?

A questa domanda risponde l’intervento conclusivo del prof Roberto Defez, che con la sua verve polemica rompe per primo il tabù utilizzando la parola con la O, OGM, che si era cercato attentamente di tener fuori dal discorso perché caricata di anni di dibattiti e di pubbliche fobie. In Italia la situazione è grama. Non solo la legislazione (che teoricamente dovrebbe permettere il rilascio di colture migliorate su campo, regolamentandolo) è volutamente omissiva per rimandare alle calende greche l’approvazione di protocolli regionali che nessuno approva mai, ma il Ministero delle Politiche Agricole e Forestali ha bloccato ogni tipo di ricerca nel 2002 con una lettera che preannunciava una futura circolare che avrebbe dettato delle linee guida, mai arrivate. Il prof Defez fa suo un appello di Papa Francesco che nella sua ultima enciclica ambientale parlando di OGM esorta quantomeno a riaprire una ricerca pubblica, approfondita e aperta.

Articolo redatto da Daniele Chignoli di La Scienza in Pillole

Articoli correlati