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Perché è inesatto dire che il Coronavirus è trasportato dal particolato atmosferico

Se ne discuteva già da un po’ di tempo ma alla fine la notizia è rimbalzata un po’ su tutte le testate giornalistiche online: a quanto pare il Coronavirus è trasportato dal particolato atmosferico. Almeno questo è quello che comunicano moltissimi titoli un po’ acchiappaclick, ma anche aprendo gli articoli e leggendoli non è ben chiaro di cosa si stia parlando.

In realtà, già le parole di Leonardo Setti, coordinatore del gruppo di ricerca che si è occupato di questo studio, ridimensionano un po’ il tutto: “Possiamo confermare di aver ragionevolmente dimostrato la presenza di RNA virale del SARS-CoV-2 sul particolato atmosferico rilevando la presenza di geni altamente specifici, utilizzati come marcatori molecolari del virus, in due analisi genetiche parallele“.

Inoltre Gianluigi De Gennaro, co-coordinatore insieme a Setti, precisa: “La prova che l’RNA del SARS-CoV-2 può essere presente sul particolato in aria ambiente non attesta ancora con certezza definitiva che vi sia una terza via di contagio”.

La confusione però aumenta se si leggono le dichiarazioni del presidente sella SIMA (Società Italiana di Medicina Ambientale): “Questa prima prova apre la possibilità di testare la presenza del virus sul particolato atmosferico delle nostre città nei prossimi mesi come indicatore per rilevare precocemente la ricomparsa del coronavirus e adottare adeguate misure preventive prima dell’inizio di una nuova epidemia“.

Se da un lato le parole di chi ha condotto effettivamente la ricerca sono piene di tecnicismi i molto caute, la SIMA e i titoli dei giornali puntano a un sensazionalismo molto più immediato ma che può generare confusione e paura.

La ricerca

Le analisi sono state eseguite su 34 campioni di particolato atmosferico PM10 raccolti in siti industriali della provincia di Bergamo, usando due diversi campionatori d’aria in un periodo continuo che va dal 21 Febbraio al 13 Marzo, quindi 3 settimane.

I campioni sono quindi stati analizzati siadall’Università di Trieste che dall’Ospedale Universitario Giuliano Isontina, sempre di Trieste, cercando di individuare tre marcatori: il Gene E, il Gene N e il Gene RdRP specifico per il SARS-CoV-2.

I campioni trovati positivi al Gene E sono stati 15 su 16. Su 6 di questi è stata effettuata successivamente un’analisi specifica per il marcatore RdRP e 5 di questi sono risultati positivi. Il test è stato ripetuto e anche in questo caso sono stati riportati 7 positivi per almeno uno di questi marcatori, e 8 positivi per il Gene specifico RdRP.

Da questi risultati si è quindi osservata la presenza di RNA del virus SARS-CoV-2 da cui si può ipotizzare che, in presenza di determinate condizioni di stabilità atmosferica e un’alta concentrazione di particolato, questo virus potrebbe formare dei clusters con il particolato e quindi aumentare il tempo di permanenza nell’atmosfera.

Gli autori concludono che però è necessario portare avanti altri studi, anche per capire se siamo di fronte a un virus “vivo” o a tracce di RNA inattivato ed eventualmente capire la concentrazione di particolato che deve essere presente perchè si abbiano dei clusters, ovvero aggregati più grandi di particelle di particolato che possono quindi creare una superficie maggiore per il Virus, aumentando anche la concentrazione del virus stesso.

Conclusioni

Una cosa importante da notare è che l’articolo scientifico del gruppo del prof. Setti è attualmente in fase preprint, ovvero non è stato ancora sottoposto alla consueta revisione da parte di altri esperti del settore (Peer Review, “Revisione tra Pari”).

Questo non vuol dire che sia falso, o sbagliato, ma semplicemente che quanto vi si legge non è ancora stato valutato dalla comunità scientifica e va preso, dunque, con le pinze: la peer review potrebbe modificarlo, chiedere altri dati a supporto del risultato o addirittura rigettarlo.
Prima di questa valutazione, non possiamo saperlo.

Inoltre le conclusioni a cui l’articolo arriva sono molto caute: non si parla, come nei titoli di giornale, di “virus trasportato dal particolato atmosferico“, ma si riporta la presenza di RNA virale. Questo non ci dice assolutamente nulla sulla contagiosità del virus, potrebbe trattarsi di un virus “morto”, per così dire. E non sappiamo se quell’RNA, anche in caso appartenga a virus in grado di replicarsi una volta in un organismo vivente, sia in concentrazione sufficiente a causare il contagio. Insomma, sappiamo ancora ben poco, se escludiamo la presenza di alcuni specifici marcatori genetici.

Infine, è bene sottolineare come un solo articolo scientifico non è che una minuscola goccia nel mare che è la letteratura scientifica e che molti altri studi dovranno essere effettuati per confermare o confutare questa prima teoria.

Spesso è molto facile per le persone, e per i media che cavalcano l’onda emotiva del momento, sintetizzare dati, congetture e ipotesi a un’unica frase definitiva, che risponde in modo semplice e immediato a domande su di un problema complesso.

Ma il particolato atmosferico trasporta il Coronavirus? La verità è che per ora ancora non lo sappiamo.

Referenze

  1. È ufficiale, il coronavirus è trasportato dal particolato atmosferico – AGI
  2. SARS-Cov-2 RNA Found on Particulate Matter of Bergamo in Northern Italy: First Preliminary Evidence – MedRxiv
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