Perché l’antilocapra è così veloce?

L’antilocapra (Antilocapra americana) è il più veloce ungulato della Terra, raggiungendo sulle medio-corte distanze anche i 90 km/h. Il suo corpo è pienamente adattato alla corsa, con un grande cuore, grossi polmoni e zoccoli ammortizzati per assorbire gli shock durante il movimento. Queste caratteristiche a prima vista sembrerebbero quasi eccessive e superflue, sapendo che i grossi carnivori del Nord America a confronto possiedono velocità modeste.
Per quale motivo allora questo erbivoro ha sviluppato la sua eccezionale velocità?

Una soluzione al quesito

Solitamente, una specie-preda sviluppa migliori capacità nella corsa per la pressione predatoria di un predatore altrettanto veloce. Questo processo, che vede l’evoluzione congiunta di due specie, viene chiamato coevoluzione. Ma chi è allora questo predatore che ha influenzato l’anatomia dell’antilocapra?

Per avere una risposta bisognerà aspettare il 1979, quando i fossili di un grosso carnivoro vennero alla luce. Si trattava di una specie già conosciuta, ma molto frammentaria e di difficile classificazione: il felino Miracinonyx. Era un predatore di grossa stazza con un peso medio attorno ai 70 kg. Recenti reperti hanno dimostrato che Miracinonyx possedesse caratteristiche altamente cursorie, simili al ghepardo: lunghe zampe, testa piccola con grosse cavità respiratorie e una lunga coda per il bilanciamento. Questo rendevano Miracinonyx un predatore specializzato nella caccia di prede scattanti come, appunto, l’antilocapra.

Miracinonyx
Ricostruzione di un Miracinonyx intento a cacciare un antilocaprino (crediti: Nature Was Metal)

Apogeo, declino e ripresa della specie

Miracinonyx non riuscì a raggiungere i tempi moderni; come molte altre specie sue contemporanee si estinse alla fine del Pleistocene, spazzato via probabilmente dai primi uomini che colonizzarono l’America.

L’antilocapra però sopravvisse, relitto di una coevoluzione durata 2 milioni di anni. Grazie alla scomparsa del suo predatore tipico, l’antilocapra divenne l’ungulato più diffuso del Nordamerica, contando 35-60 milioni di capi nel 1800. Nel corso del secolo successivo però l’animale, per la forte pressione venatoria, si ridusse a soli 20.000 esemplari nel 1924.
Grazie però a severe leggi di protezione, la specie è riuscita a riprendersi, raggiungendo a inizio secolo il milione di individui.

Bibliografia

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