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Passare al contrattacco: il mobbing in etologia

Siamo abituati a pensare al mobbing come quella forma di violenza fisica o più spesso psicologica esercitata da superiori o colleghi nei confronti di alcune persone in ambito lavorativo. In etologia, la scienza che studia il comportamento animale, la parola mobbing assume un diverso significato. Si tratta comunque di una forma di violenza, fisica o più indiretta, esercitata però da animali in condizioni di stress, per difendersi dai propri predatori. La prospettiva delineata da tale affermazione, secondo cui una preda può in alcuni casi decidere di attaccare il proprio predatore, appare inusuale e rovescia in qualche modo lo schema predatore-preda a cui siamo abituati.

In realtà il mobbing è più diffuso di quello che si possa credere, soprattutto fra gli uccelli. Analizziamo le caratteristiche di questo comportamento e le ragioni evoluzionistiche che ne sono alla base.

Che cos’è il mobbing?

Negli anni Settanta Konrad Lorenz, uno dei padri dell’etologia moderna, utilizzò il termine mobbing per indicare il comportamento di alcuni animali, che, in estreme condizioni di stress, circondano e attaccano un altro animale, al fine di allontanarlo. Tale pattern comportamentale è osservabile principalmente nella risposta antipredatoria, ovvero per respingere o tentare di respingere un predatore in avvicinamento. A questo fine possono essere utilizzate diverse tecniche: l’emissione di richiami assordanti, il rilascio di sostanze maleodoranti, il lancio di oggetti, fino ad arrivare ad un’aggressione diretta del predatore.

Alcune specie di gabbiani, ad esempio, quando un predatore aereo minaccia la colonia in nidificazione, si alzano in volo e tentano di colpirlo con i propri escrementi. Sebbene possa apparire buffa, si tratta di una reazione efficace, che spesso ha successo nell’allontanare la minaccia e non comporta la necessità di avvicinarsi troppo al predatore. Le cornacchie americane, invece, sono solite attaccare direttamente i rapaci che minacciano i loro nidi, levandosi in volo in gruppo e tentando di destabilizzare il predatore colpendolo ripetutamente. Si tratta di una strategia parimente efficace, ma più rischiosa[1].

Il mobbing è particolarmente diffuso tra gli uccelli, ma si possono trovare esempi di difesa attiva anche in altri gruppi di vertebrati. Tra i mammiferi, gli scoiattoli della California (Spermophilus beecheyi) adottano forme di difesa da diverse specie di serpenti. All’avvicinarsi di un predatore, infatti, reagiscono in gruppi, agitando la coda per confonderlo e utilizzando le zampe posteriori per tirare del terriccio in direzione del serpente. Per citare un altro esempio, anche alcune vocalizzazioni delle scimmie urlatrici del genere Alouatta potrebbero servire da deterrente contro i predatori. Non esistono evidenze confermate della loro utilità a questo scopo, ma si tratta di emissioni sonore tra le più potenti in natura, in grado di scoraggiare o perlomeno confondere eventuali predatori nelle vicinanze[1].

Quando conviene passare al contrattacco?

Come già detto, il mobbing è un comportamento piuttosto diffuso, ma non è certamente la prima risposta che una potenziale preda mette in atto all’avvicinarsi di un suo predatore. Naturalmente l’arma di difesa più efficace che evita ad alcuni animali di diventare, per così dire, il pasto di qualcun altro, è la fuga. Non si tratta dell’unica opzione possibile. Alcune specie, infatti, si affidano al mimetismo, mentre altre fanno affidamento sulla secrezione di sostanze velenose o sgradevoli, per risultare prede meno appetibili. Ci sono alcune specie, però, che non sempre riescono a mimetizzarsi al meglio, e non sempre riescono a fuggire efficacemente, ecco allora che il mobbing diviene una risorsa.

Non è un caso che questa strategia sia più diffusa fra gli uccelli, poiché può essere associata alla difesa del nido. Ad esempio, mentre i grandi erbivori delle savane africane conducono una vita nomade in grossi branchi, e sono liberi di fuggire non appena avvistano un leone o una iena, un uccello che ha da poco deposto le uova, non ha modo di scappare da un eventuale predatore portandole con sé. Potrebbe decidere ugualmente di fuggire, come accade in alcuni casi disperati, ma ciò comporterebbe la perdita dei suoi piccoli, o delle sue uova. In ottica evolutiva il fine di ogni organismo vivente è la riproduzione, che consente il passaggio del proprio materiale genetico alle generazioni future. In questi termini, pertanto, condannare la propria prole abbandonandola nel nido in balia di un predatore è un costo veramente enorme.

Non solo l’individuo avrà perso la possibilità, in quel frangente, di perpetuare i propri geni, ma avrà anche vanificato tutti gli sforzi messi in atto per trovare un partner riproduttivo, costruire il nido e prendersi cura della prole. In contesti come questo, piuttosto comuni in molti uccelli durante la stagione riproduttiva, la fuga diviene l’ultima spiaggia, qualcosa da evitare in tutti i modi. Ecco dunque che entra in scena il mobbing, bisogna infatti sviluppare strategie per allontanare il predatore, confonderlo, dissuaderlo dall’attaccare il nido[1].

Molti passeriformi gregari, all’avvicinarsi di un predatore alla colonia di nidificazione, iniziano ad emettere richiami squillanti e ripetuti. Tale comportamento può sembrare inutile se si considera un piccolo uccellino isolato, ma se la tecnica è adottata da stormi numerosi le cose cambiano: il rumore può diventare assordante, e il rapace, o eventualmente il gatto di turno, spesso rinuncia all’attacco[1].

Solitamente infatti il mobbing è un’azione collettiva, messa in atto da uccelli che nidificano in gruppi. Studi sugli uccelli passeriformi dimostrerebbero inoltre come i singoli individui tendano ad aiutare in tale attività coloro che li avevano a loro volta aiutati in simili occasioni precedenti[3]. Il mobbing non è tuttavia esclusivo degli uccelli, ed è tipico anche di molti mammiferi, che lo attuano quando è necessario difendere una tana, o una risorsa di cibo, tutte le volte, cioè, che la fuga risulterebbe una soluzione più svantaggiosa[1].

Costi e benefici del mobbing: conviene veramente contrattaccare?

È stato già chiarito come il contrattacco all’eventuale predatore sia una soluzione che viene messa in atto solo quando non si può fuggire. Si tratta però di un’azione comunque rischiosa, soprattutto per quelle specie che contrattaccano direttamente e fisicamente l’eventuale aggressore. Tornando al modello di un uccello che si sta prendendo cura del nido che ospita i suoi piccoli, viene da pensare se sia davvero svantaggioso darsi alla fuga sacrificando la propria prole ma salvando la pelle, quando l’alternativa potrebbe costare la morte sia del genitore che dei piccoli. In altre parole, se il rischio di morire contrattaccando un predatore particolarmente aggressivo è alto, non converrebbe salvare almeno la propria vita, e riprodursi nella stagione successiva?

Il discorso è naturalmente in ottica evoluzionistica, e siamo ben lontani dall’etica umana che non accetterebbe mai l’abbandono dei propri figli. In natura però, tutto ruota attorno alla selezione naturale e al successo riproduttivo. Qualsiasi caratteristica anatomica, fisiologica o comportamentale è mantenuta solo se permette di aumentare la capacità riproduttiva di chi la possiede. Esiste un sottile ed invisibile equilibrio di costi e benefici, che giustifica un comportamento solo appunto se i benefici che questo apporta a chi lo pratica superano i costi dello stesso. Approfondire tale meccanismo richiederebbe un discorso più lungo e complesso, chi fosse interessato a tali tematiche può trovare una spiegazione più esaustiva di questi concetti al link sottostante.

Leggi anche: La cornacchia di Zach e l’equilibrio costi benefici in natura.

Quali sono i costi e quali i benefici che il mobbing può conferire a chi lo pratica?

I costi non sono difficili da individuare, a partire dal costo energetico dell’azione di contrattacco (anche se questo si limitasse solo all’emissione di forti richiami). Bisogna considerare poi la perdita di tempo, che avrebbe potuto essere impiegato in azioni più redditizie, come l’alimentarsi. Non ultimo il rischio a cui ci si espone. Per le specie che cercano di distrarre il predatore attraverso vocalizzazioni o grazie al lancio di oggetti, il rischio di morire  a causa di un attacco del predatore stesso non è molto consistente, poiché l’animale si mantiene a distanza dalla minaccia[2].

Tale parametro cambia molto per quelle specie che arrivano ad aggredire il predatore in avvicinamento, al fine di allontanarlo dai nidi. Sono stati osservati, ad esempio, diversi casi in cui dei gufi della Virginia (Bubo virginianus) catturavano proprio gli esemplari di cornacchia americana (Corvus brachyrhynchos) che si erano alzati in volo in direzione del predatore in un tentativo di mobbing. Esporsi a tali rischi è sicuramente un grosso costo per l’individuo, e se tale comportamento viene messo in atto, dovrà sicuramente essere bilanciato da importanti benefici[1].

Per ciò che riguarda i benefici, sicuramente primeggia l’allontanamento del predatore, che spesso rinuncia ad attaccare se si trova di fronte una difesa di gruppo. Un altro importante fattore potrebbe essere legato all’educazione della prole, che impara da quali minacce occorre guardarsi le spalle[1].

Da una prima analisi, però, appare difficile riuscire a giustificare il comportamento della difesa, poiché i costi, soprattutto in alcune situazioni, sembrano essere di gran lunga maggiori dei benefici derivanti dall’azione. Numerosi studiosi hanno sviluppato dunque differenti ipotesi sulle ragioni per cui l’evoluzione ha portato all’insorgere di tali comportamenti. Analizziamone alcune.

Le ipotesi di Curio

L’etologo tedesco Eberhard Curio ha formulato diverse potenziali spiegazioni per cercare di risolvere il problema. Una prima ipotesi si basa sul seguente meccanismo: una preda che riesce, attraverso il mobbing, ad allontanare un predatore, non solo salva la propria vita in quel frangente, ma scoraggia il predatore stesso dal tentare nuovi attacchi in futuro. Tale idea è fondata sull’assunto che il predatore riesca a ricordare una brutta esperienza passata e dunque decida di evitare in futuro di attaccare un gruppo di animali da cui è stato respinto.

L’ipotesi potrebbe in parte spiegare l’esistenza stessa del mobbing. Infatti, assicurarsi che un predatore non faccia più visita al proprio nido è una conquista importantissima. Non tutti però accettano tale spiegazione, poiché non si hanno evidenze certe sulla capacità dei predatori contro i quali il mobbing è praticato più frequentemente, di ricordare la brutta esperienza e modificare in tal senso le abitudini di caccia. Inoltre, in contesti in cui la difesa avviene in gruppo, come nel caso di uccelli che nidificano in vaste colonie, un singolo individuo trarrebbe ugualmente vantaggio dalla difesa operata dai suoi vicini di casa, e quindi sarebbe per lui vantaggioso non esporsi a rischi, lasciando che gli altri pratichino il mobbing anche per lui.

Una tale prospettiva, vantaggiosa per il singolo, porterebbe presto alla scomparsa di uccelli disposti ad attaccare i propri predatori, perché questi sarebbero penalizzati a livello evolutivo rispetto ai più “furbi” che tendono a lasciare il lavoro agli altri[1].

Curio formulò dunque una nuova ipotesi, leggermente più complessa. Egli fece riferimento al mobbing come una forma di difesa indiretta. Si immagini che un individuo di una specie A sia minacciato da un predatore appartenente alla specie B. L’individuo A decide di lanciare, assieme ai suoi compagni, una serie di forti vocalizzazioni per dissuadere l’individuo B dall’attacco. Secondo Curio, tali richiami potrebbero invece avere la funzione di attirare un’altra specie, che chiameremo C, in grado di predare la specie B. Attirato dai richiami, un ipotetico individuo C giunto sul posto, potrebbe decidere di attaccare l’individuo B, difendendo indirettamente e inconsciamente la specie A.

L’ipotesi è affascinante, ma probabilmente poco verosimile. Affinché infatti la difesa indiretta funzioni, l’individuo C, attirato da A, deve essere un predatore, e, essendo tale, nulla vieta che giunto sul posto decida di attaccare A anziché rivolgersi contro l’individuo B. Inoltre, pur ammettendo che C sopraggiunga e riesca ad uccidere B o metterlo in fuga, è probabile che poi proseguirà attaccando la specie A. In queste condizioni, quindi, l’individuo che tentava di difendersi da un predatore, non solo fallisce nell’intento, ma potrebbe trovarsi a doverne fronteggiare due, con esiti disastrosi[1].

L’ipotesi della selezione sessuale

Le idee di Curio, seppur suggestive e interessanti, non sembrano soddisfacenti a spiegare il fenomeno. Alcuni studiosi, tra cui L. A. Dugatkin e J.-G. J. Godin, hanno proposto un’altra spiegazione, secondo cui ai benefici legati all’allontanamento del predatore e all’educazione della prole, debba essere aggiunto un terzo fattore, legato alla selezione sessuale. Secondo questa ipotesi, infatti, un individuo può essere portato ad impegnarsi attivamente nel mobbing poiché questo lo renderebbe un partner più attraente per l’altro sesso.

Mettere in mostra le proprie doti fronteggiando un predatore, potrebbe essere fondamentale per dimostrare il proprio valore e ottenere un livello superiore in tutti quegli animali che possiedono una gerarchia sociale. Essendo il mobbing un comportamento portato spesso avanti in gruppo, e dunque da animali gregari, mostrarsi abile nell’allontanare le minacce potrebbe essere fondamentale per garantirsi la possibilità di accoppiamento nelle stagioni riproduttive successive. In altre parole, praticare il mobbing aumenterebbe la capacità riproduttiva dell’individuo, proprio ciò che la selezione naturale premia nel corso delle generazioni[1].

Sebbene non si sia ancora giunti ad una spiegazione esaustiva e completa delle motivazioni per le quali il mobbing sia stato premiato dall’evoluzione in alcuni contesti, probabilmente il vantaggio ottenuto da chi lo mette in atto in ambito della selezione del partner è un fattore determinante ai fini della sua sostenibilità evoluzionistica[1].

Referenze

  1. Coco, Emanuele, and Rita Cervo. «Etologia. Atlante illustrato sul comportamento degli animali.» Giunti Editore, 2008.
  2. Sordahl, Tex A. «The Risks of Avian Mobbing and Distraction Behavior: An Anecdotal Review». The Wilson Bulletin 102, n. 2 (1990): 349–52.
  3. Wheatcroft, David J., and Trevor D. Price. «Reciprocal Cooperation in Avian Mobbing: Playing Nice Pays». Trends in Ecology & Evolution 23, n. 8 (1 agosto 2008): 416–19.
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