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One health

Agire nell'ottica di una salute globale è la chiave per poter garantire la sopravvivenza di tutte la specie, compresa la nostra!

Il concetto di One Health, letteralmente una sola salute, deriva dal concetto di One Medicine[1] ed è stato introdotto negli anni 2000 per esprimere l’interdipendenza che unisce la salute umana alla salute animale, le quali sono a loro volta connesse al corretto mantenimento dell’ecosistema in cui esistono[2].

Approccio One Health

L’approccio One Health è un concetto multidipliscinare che prevede il lavoro sinergico di esperti operanti in diversi ambiti scientifici e sociali (dal livello locale, fino a quello nazionale e globale) con il fine di garantire condizioni di salute ottimali sia per l’uomo, che per il mondo animale e l’ambiente. In questo contesto, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO) collabora con l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO) e con l’Organizzazione Mondiale della Sanità Animale (OIE) con lo scopo di riuscire a contrastare in modo efficace i rischi derivanti dall’interazione uomo/altri animali/ecosistema (per esempio rischi di sicurezza alimentare e di diffusione di zoonosi)[3].

Pur non essendo quello di One Health un concetto di per sé nuovo, nella società odierna, caratterizzata da un modello di sviluppo irrefrenabile e poco sostenibile, è diventato essenziale.

Molti, infatti, sono i fattori che hanno alterato le interazioni tra l’uomo, gli altri animali e l’ambiente in genere, e che hanno dunque inciso negativamente sulla salute globale: cambiamenti climatici, perdita di biodiversità e consumo del suolo sono solo alcuni di questi fattori e possono essere visti come la principale conseguenza del rapido aumento della popolazione mondiale. L’aumento della popolazione umana[4], infatti, ha portato allo sfruttamento di nuove aree geografiche, sottintendendo importanti cambiamenti nell’uso del suolo (sia per guadagnare spazi coltivabili che per ottenere nuove opere urbane) e l’aumento della vicinanza tra società e fauna selvatica[5]. A questo quadro si aggiunga il cambiamento climatico, inasprito dalla banalizzazione dell’ecosistema e dalle intense attività produttive, che porta inevitabilmente ad un’alterazione a livello di struttura ecologica delle comunità con ripercussioni nell’interazione interspecifica[6].

Tutti questi aspetti promuovono la perdita di biodiversità[7] che, in ultima analisi, rappresenta il fondamento per il perseguimento di una sola buona salute.

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Attraverso l’applicazione dell’approccio One Health, dunque, si cerca di raggiungere delle condizioni di salute pubblica soddisfacenti mediante l’applicazione di programmi politici e legislativi (derivanti da attività di ricerca nei vari ambiti coinvolti) che mirino a regolare il rapporto uomo/altri animali/ambiente.

Nello specifico, i temi correlati al concetto One Health che destano maggior preoccupazione sono:

  • la sicurezza alimentare;
  • la resistenza agli antimicrobici;
  • la diffusione di zoonosi.

one healthOne Health e la sicurezza alimentare

Affinché possano essere definiti sicuri per l’uomo, gli alimenti devono essere privi di organismi e sostanze che potrebbero generare effetti avversi sul consumatore[8]; allo stesso tempo, essi devono essere anche (e soprattutto) accessibili equamente a tutti.

In linea di massima, i principali fenomeni che minano, direttamente o indirettamente, la sicurezza alimentare sono:

  • la globalizzazione del commercio alimentare;
  • il cambiamento climatico;
  • la forte espansione della popolazione umana, che implica sistemi produttivi intensivi.

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La sicurezza alimentare rappresenta quindi un’enorme sfida, soprattutto perché la popolazione umana, e quindi la richiesta di cibo, cresce ad un ritmo piuttosto sostenuto (con un tasso del 1,2% all’anno!). Attualmente, circa 800 milioni di persone soffrono di malnutrizione e si stima che nel 2050 la produzione globale del cibo dovrà essere superiore del 50% rispetto a quella del 2012[9, 10].

Per quanto riguarda i processi di cambiamento ed uso del suolo già in atto sul nostro Pianeta, la difficoltà principale per mantenere la sicurezza alimentare, e dunque perseguire l’obbiettivo di One Health, risiede nel favorire un’evoluzione sostenibile dei sistemi produttivi alimentari (soprattutto regolamentando l’uso di sostanze di sintesi e fitofarmaci in genere) al fine di garantire anche quantità di cibo sufficienti.

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Nel tema della sicurezza alimentare rientrano ovviamente anche i prodotti di origine animale, per i quali si stima che, nelle prossime due decadi, vi sarà un aumento del 50% della domanda[11]. Questo fenomeno viene indicato come Livestock Revolution e rappresenta una realtà che pone non poche preoccupazioni nell’ottica One Health. Questa forma di rivoluzione alimentare, infatti, mette in luce la necessità di dover garantire, in un contesto dove l’uso e il consumo del suolo sono già esacerbati, delle infrastrutture e delle condizioni ottimali al fine di tutelare la salute sia umana, che degli altri animali e dell’ambiente. 

Il ruolo dei cambiamenti climatici

Uno dei fattori che minacciano la sicurezza alimentare è rappresentato dai cambiamenti climatici: le catastrofi naturali come gli uragani, le alluvioni e i terremoti hanno un impatto evidente. Spesso questi fenomeni conducono  alla distruzione delle coltivazioni e delle infrastrutture destinate alla produzione alimentare, talvolta incrementando anche il rischio che vi siano contaminazioni alimentari da parte di organismi patogeni. Per fare un esempio potremmo citare gli aumenti di sintomatologia diarroica comparsi dopo l’Uragano Katrina che colpì gli USA nel 2005. Negli sfollati si registrò un aumento di infezioni batteriche ad opera di Escherichia coli, Vibrio cholerae e Salmonella[12].

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Il ruolo della globalizzazione

Un aspetto forse poco conosciuto è poi quello delle malattie che si diffondono globalmente a partire dal cibo (foodborne diseases). Questo problema riguarda da vicino ciascuno di noi dato che oggi, grazie alla globalizzazione del commercio alimentare, consumiamo cibi provenienti da diverse parti del mondo.

I fattori che favoriscono l’instaurarsi di patogeni alimentari (tra cui Escherichia coli, Salmonella, Campylobacter e Listeria) sono legati principalmente alla produzione intensiva e alla contaminazione indiretta mediante l’uso di acqua o di concimi di origine animale[10]. La maggiore criticità risiede nel fatto che le dinamiche di trasmissione dei patogeni cambiano e che, pertanto, i vettori delle malattie trasmesse mediante il cibo non sono sempre gli stessi: risulta allora complesso riuscire a controllarne la diffusione a livello globale. Ad esempio, alcuni organismi patogeni (come Norovirus, Salmonella enterica ed Escherichia coli), attraverso meccanismi differenti, possono internalizzarsi all’interno di diversi vegetali e venire così a contatto con l’ospite umano, infettandolo. Inoltre, molte delle patologie trasmesse mediante l’assunzione di cibo sono date da zoonosi[10].

One Health e la resistenza agli antimicrobici

Alcune categorie di microrganismi possono causare infezioni agli uomini, agli animali e persino alle piante[13]. I farmaci utilizzati per curare questo genere di malattie sono detti antimicrobici. A questi appartiene la categoria dei più noti antibiotici (oltre che le categorie degli antivirali, antifungini e antiparassitari)[14], cioè farmaci deputati specificamente al trattamento di infezioni causate da batteri.

Si parla di resistenza agli antimicrobici quando i microrganismi sono in grado di sopravvivere, o addirittura di moltiplicarsi, in presenza di concentrazioni di antimicrobici normalmente sufficienti per inibire la loro crescita (e/o sopravvivenza)[15].

La resistenza al trattamento con antimicrobici è stata definita la quintessenza del concetto di One Health[16]. Pur non togliendo importanza agli altri aspetti, infatti, questo risulta esserne il tema principe, in quanto coinvolge tutti gli attori dell’approccio One Health.

La criticità della resistenza agli antimicrobici risiede nel fatto che i microrganismi resistenti possono essere traferiti da un comparto all’altro della triade uomo/altri animali/ambiente. Gli agenti patogeni resistenti possono arrivare all’uomo sia attraverso l’ambiente (ad esempio in seguito al contatto con i batteri veicolati dagli animali domestici con cui entra in contatto nella vita quotidiana oppure durante la macellazione nel caso degli operatori alimentari) che attraverso l’alimentazione (ad esempio tramite frutta e verdura irrigate con acque contaminate o trattate con fertilizzanti contenenti reflui animali)[15]

Dinamiche della resistenza agli antimicrobici

La principale causa dell’insorgenza della resistenza agli antimicrobici è data dall’uso eccessivo dei farmaci antimicrobici stessi, impiegati soprattutto in ambito umano e zootecnico[6]. In particolare, negli allevamenti gli antibiotici vengono spesso utilizzati in dosi sub-terapeutiche (in quantitativo minore rispetto alla dose terapeutica) per periodi di tempo prolungati: queste condizioni sono ideali per far insorgere meccanismi di resistenza nei microrganismi. 

Il trasferimento dei geni di resistenza si verifica spesso nell’ambiente [17] per via dei massicci quantitativi di residui di antimicrobici che si diffondono principalmente attraverso gli scarichi domestici, gli allevamenti e il trattamento delle coltivazioni[16].

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Il problema della resistenza agli antimicrobici è rilevante soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, dove l’impiego di antibiotici (soprattutto di vecchia formulazione) è pressoché incontrollato[18].

Per capire la portata globale del problema della resistenza agli antimicrobici basta pensare che, secondo dei dati aggiornati al 2016, ogni anno 700.000 persone muoiono a causa di infezioni causate da agenti resistenti al trattamento antimicrobico: è stato stimato che, se il problema non verrà affrontato in modo efficace, questo valore raggiungerà i 10 milioni nel 2050[14]. In questo contesto, si può comprendere a pieno quanto sia importante impostare i nostri stili di vita nel rispetto del concetto di One Health, regolamentando fortemente l’uso di farmaci antimicrobici, non solo in medicina umana, ma anche per il trattamento animale e vegetale.

Il modello intensivo che pratichiamo ormai in tutti gli ambiti della nostra vita costituisce un nodo cruciale: per esempio, se negli allevamenti venissero applicate condizioni di stabulazione migliori (allevamento estensivo) si ridurrebbe il rischio di diffusione di epidemie e, di conseguenza, l’impiego di antimicrobici. Allo stesso modo, anche in agricoltura le caratteristiche naturali delle risorse dovrebbero essere meglio sfruttate, così da ottimizzare i risultati senza far ricorso all’impiego di questa (e non solo) categoria di sostanze.

One Health e le zoonosi

Le zoonosi sono tutte le malattie che possono essere veicolate dagli animali all’uomo. In questo contesto, i patogeni più comuni sono i virus (ad esempio Flavivirus, Henipavirus, arenavirus e gli ormai celebri coronavirus), i quali riescono a trasferirsi dall’ospite animale a quello umano mediante delle mutazioni che li rendono più abili nell’infettare le cellule umane. Per loro natura, le zoonosi risultano essere molto pericolose per la salute umana. Infatti, essendo questi patogeni completamente nuovi per il nostro organismo, il sistema immunitario non è in grado di combatterli.

Il fenomeno del contagio da animale a uomo avviene mediante il meccanismo di spillover (ovvero il salto di specie), che costituisce la via di diffusione caratteristica di questo tipo di patogeni[19].

La diffusione delle zoonosi è fortemente legata all’alterazione dei rapporti interspecifici esistenti in natura e alla cattiva gestione degli ecosistemi naturali. Le interazioni umane incontrollate con l’ambiente naturale influenzano negativamente la biodiversità, depauperandola e alterando i sottili equilibri che regolano le dinamiche epidemiologiche all’interno delle comunità animali[7].

La modifica sostanziale del paesaggio e degli ecosistemi naturali, allo scopo principale di trovare nuovi spazi urbanizzabili, porta ad un lento ma inesorabile aumento della vicinanza tra società e fauna selvatica[2, 20]. Sebbene si possa pensare che le specie animali siano scoraggiate dal vivere e riprodursi in prossimità di zone caratterizzate dall’aumento delle infrastrutture e fortemente urbanizzate, questo non è sempre vero. In questo senso, uno studio del 2020[2] ha messo in luce come alcune popolazioni animali che svolgono il ruolo di ospiti per i microrganismi a potenziale zoonotico, in condizioni di stress derivanti dalla pressione antropica, subiscano un incremento sia in termini di ricchezza che di abbondanza di specie.

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One Health e COVID-19

La malattia denominata COVID-19 insorge a seguito dell’infezione da parte di un  Betacoronavirus, il SARS-CoV-2: questo virus deriva dai pipistrelli e sembrerebbe che possa aver contagiato l’uomo usando come intermediario un altro animale, presumibilmente il pangolino. Questo mammifero, conosciuto anche come formichiere squamoso, risulta infatti essere uno degli animali più trafficati al mondo. Basti pensare che, nel 2019, nella sola Asia, circa 195.000 pangolini sarebbero stati commerciati illegalmente sia per la carne che per le scaglie, le quali sono state a lungo utilizzate come preparati per la medicina tradizionale cinese[21].

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La crisi mondiale provocata dalla diffusione del virus SARS-CoV-2 è l’esempio lampante di come il concetto di One Health sia venuto completamente a mancare nella cultura contemporanea, tanto che, con un po’ di amara fantasia, potremmo definirci dei vessilli di None Health!

David Quammen, scrittore e divulgatore scientifico statunitense, aveva già denunciato nel saggio Spillover (risalente al 2012!)[22] il peso della responsabilità umana nella diffusione delle pandemie. Conscio del fatto che la diffusione dell’epidemia da SARS-CoV-2 fosse una conseguenza inevitabile del nostro impatto ambientale, il 28 gennaio del 2020 ha riportato al New York Times[23] le seguenti parole, amare ma al contempo terribilmente vere: “When you are done worrying about this outbreak, worry about next one” (Quando avrete finito di preoccuparvi per questa epidemia, iniziate a preoccuparvi per la prossima).

Conclusioni

Il concetto di One Health ha assunto una certa rilevanza a partire dal 2000, quando si è iniziato ad avere la consapevolezza di come la salute umana, quella degli altri animali e dell’ambiente fossero profondamente interconnesse. Da ciò deriva che l’approccio One Health sia di tipo multidisciplinare, in quanto prevede che diversi esperti dei vari ambiti coinvolti collaborino sinergicamente  per tutelare l’intera salute del nostro Pianeta. In particolare, i tre diversi ambiti verso cui l’approccio One Health focalizza maggiormente l’attenzione sono quello della sicurezza alimentare, della resistenza agli antimicrobici e della diffusione delle zoonosi. Ciascuno di questi temi è estremamente attuale ed importante per garantire condizioni di vita soddisfacenti per la popolazione umana, ma può essere finalizzato solo tenendo in considerazione la salute dell’ecosistema in toto. Per poter riparare, ove possibile, all’impronta che la società umana ha già lasciato sul Pianeta, è assolutamente indispensabile diffondere il più possibile il concetto di One Health, che ancor oggi risulta in molti casi ostico e poco chiaro.

Agire nell’ottica di una salute globale è la chiave per poter garantire la sopravvivenza di tutte la specie, compresa la nostra!

Referenze

  1. Schwabe, C. W. (1984). Veterinary Medicine and Human Health, 3rd Edn. Baltimore, MD: The Williams and Wilkins Company;
  2. Bonilla-Aldana, D. K., Dhama, K., & Rodriguez-Morales, A. J. (2020). Revisiting the one health approach in the context of COVID-19: a look into the ecology of this emerging diseaseAdvances in Animal and Veterinary Sciences8(3), 234-237;
  3. World Health Organization (WHO) – One Health;
  4. United Nations – World Population Prospects 2019;
  5. Centers for Disease Control and Prevention (CDC) – One Health Basics;
  6. Essack, S. Y. (2018). Environment: the neglected component of the one health triadThe Lancet Planetary Health2(6), e238-e239;
  7. Bowler, D. E., et al. (2020). Mapping human pressures on biodiversity across the planet uncovers anthropogenic threat complexes. People and Nature2(2), 380-394;
  8. World Health Organization (WHO) – Food Safety;
  9. Garcia, S. N., Osburn, B. I., & Jay-Russell, M. T. (2020). One health for food safety, food security, and sustainable food productionFrontiers in Sustainable Food Systems4, 1;
  10. Mack, A., et al. (Eds.). (2012). Improving food safety through a one health approach: workshop summary. National Academies Press;
  11. Food and Agricolture Organization of the United Nations (FAO). The future of food and angricolture – Trends and challenges;
  12. Watson, J. T., Gayer, M., & Connolly, M. A. (2007). Epidemics after natural disastersEmerging infectious diseases13(1), 1;
  13. Centers for Disease Control and Prevention (CDC) – Antibiotic/Antimicrobial Resistance;
  14. O’Neill, J. (2016). Tuckling drug-resistant infections globally: final report and recommendations. The review on antimicrobial resistance;
  15. Agenzia Italiana del Farmaco – La resistenza agli antimicrobici oggi: momenti e prospettive di intervento;
  16. Robinson, T. P., et al. (2016). Antibiotic resistance is the quintessential One Health issue. Transactions of the Royal Society of Tropical Medicine and Hygiene, 110(7), 377-380;
  17. Wellington, E. M., & Van Elsas, J. D. (Eds.). (2013). Genetic interactions among microorganisms in the natural environment. Elsevier;
  18. Hart, C. A., & Kariuki, S. (1998). Antimicrobial resistance in developing countriesBmj317(7159), 647-650;
  19. Bongaarts, J. (2019), IPBES2019Summary for policymakers of the global assessment report on biodiversity and ecosystem services of the Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services. Population and Development Review, 45: 680-681;
  20. Gibb, R., et al. (2020). Zoonotic host diversity increases in human-dominated ecosystems. Nature584(7821), 398-402;
  21. WWF (2020) – Pangolino come il panda;
  22. Quammen, Q. (2014). Spillover. L’evoluzione delle pandemie. Adelphi edizioni;
  23. The New York Times (2020). We made the Coronavirus Epidemic.

Immagine di copertina modificata da Thddbfk, Wikimedia Commons (CC BY-SA 4.0)

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