Interviste - La parola all'esperto - BioPills https://www.biopills.net/news-e-curiosita/interviste/ Il vostro portale scientifico Thu, 01 Dec 2022 11:12:33 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.1.1 Lotta contro l’AIDS: intervista a Giusi Giupponi https://www.biopills.net/lotta-contro-aids-intervista-giusi-giupponi/ https://www.biopills.net/lotta-contro-aids-intervista-giusi-giupponi/#respond Thu, 01 Dec 2022 11:12:33 +0000 https://www.biopills.net/?p=52098 Lega Italiana per la lotta contro l'AIDSIl virus dell’immunodeficienza umana (HIV) causa l’infezione più diffusa al mondo. La sindrome da immunodeficienza acquisita (AIDS), indotta dall’HIV, ancora oggi porta a più di mezzo milione di morti l’anno. Diventata pane quotidiano per i media di tutto il mondo negli anni Ottanta del secolo scorso, la sua comunicazione soffre ancora di storici appellativi quali […]]]> Lega Italiana per la lotta contro l'AIDS

Il virus dell’immunodeficienza umana (HIV) causa l’infezione più diffusa al mondo. La sindrome da immunodeficienza acquisita (AIDS), indotta dall’HIV, ancora oggi porta a più di mezzo milione di morti l’anno. Diventata pane quotidiano per i media di tutto il mondo negli anni Ottanta del secolo scorso, la sua comunicazione soffre ancora di storici appellativi quali “cancro dei gay” e “punizione divina”.

Le scienze biomediche a oggi hanno compiuto notevoli passi in avanti tanto da rendere la vita delle persone con HIV in cura assimilabile a quella della popolazione generale. Bisogna solo prendere uno o due farmaci al giorno ed effettuare controlli periodici con le analisi del sangue. Controlli che d’altronde dovrebbero essere eseguiti di routine dall’intera popolazione. Per aiutare nel processo di prevenzione e far chiarezza su aspetti tabù e contribuire alla “normalizzazione” dell’infezione, oggi molto meno invalidante di patologie ben più accettate, intervistiamo la neopresidente della Lega Italiana per la Lotta contro l’AIDS (LILA), Giusi Giupponi.

LILA è una federazione nazionale con sedi in tutto il territorio italiano. Attiva da 35 anni e fondata il 21 gennaio 1987, è un’associazione che assiste le persone che ne fanno richiesta in tutte le fasi della gestione dell’infezione da HIV, dalla diagnosi alle terapie, e offre servizi di prevenzione.

Ringrazio la Presidente per il tempo che ci ha dedicato. Vuole illustrarci le attività principali dell’associazione?

Grazie a voi per averci dato un altro canale con cui arrivare a sempre più persone. Il punto fondamentale è che si può avere una vita assolutamente “normale” anche con l’infezione in corso. Il termine “normale” sicuramente porta varie accezioni anche negative però ad oggi bisogna cercare di far rientrare la condizione di sieropositività nel sentire comune così da esorcizzare convinzioni errate che purtroppo ancora oggi sono radicate nella coscienza generale. Le nostre sedi assistono persone che non vogliono fare il test da sole o che cercano informazioni attendibili su qualsiasi aspetto riguardante HIV e AIDS.

Mensilmente offriamo anche test salivari e capillari, con prenotazione, e assistiamo chi ci contatta nella scoperta del responso. Inoltre effettuiamo anche test per la sifilide e per epatite C. Il tutto garantendo l’anonimato di chi ne fa richiesta. Per esempio nell’ultimo anno sono stati offerti 4108 test. In aggiunta i nostri centralini helpline rispondono dal lunedì al venerdì per aiutare chiunque ne abbia bisogno. Il servizio è di puro volontariato sostenuto grazie a volontari e volontarie che sono ovviamente formati e formate per garantire un’assistenza valida.

Che tipo di domande vi vengono rivolte, in genere?

Si può andare da dubbi sul rischio in determinate situazioni alle incertezze di chi magari convive con persone positive e vuole capire come comportarsi. A volte cercano semplicemente supporto emotivo in seguito a un responso positivo al test. Il servizio è attivo dal 1990 e nel 2002 è partito Lila chat, un forum in cui le persone possono interagire e creare così una comunità di supporto aperta, ovviamente a chiunque indipendentemente dallo stato sierologico.

Come la fa sentire essere la portavoce di un’associazione così impegnata nell’aiutare una comunità poco rappresentata mediaticamente?

La responsabilità è molta, in quanto non è solo una questione di supportare e sostenere le persone, ma bisogna affrontare le conseguenze che una scarsa comunicazione ancora oggi comporta. Per esempio definire l’infezione da HIV una malattia, fondamentalmente è sbagliato. Oggi infatti le terapie permettono una buona qualità della vita. Bisognerebbe cominciare a definirla infezione e basta. Senza una corretta prevenzione si può arrivare invece all’AIDS che rappresenta un ostacolo più complesso da affrontare, ma comunque meno letale grazie alle innovazioni biomediche cui siamo arrivati. L’importante è capire che il primo passo da fare è prevenire ed informare. Negli anni Novanta dovevi prendere 15 o 20 pastiglie al giorno, oggi ne basta una o addirittura la long acting che permette un’iniezione ogni due mesi.

Con la prevenzione oltretutto non solo le persone evitano l’infezione o eventuali conseguenze più difficili a lungo termine, ma anche il sistema sanitario ne guadagna, giusto?

Sì, esatto. Le terapie preventive come la PrEP hanno un costo molto minore di quelle continuative post infezione. Noi abbiamo lanciato la campagna “U=U” che è stata riconosciuta a livello scientifico dal Ministero della Salute: una persona in trattamento con una carica virale azzerata non può trasmettere il virus. Purtroppo non è un concetto così diffuso proprio per la mancanza di comunicazione. Eppure ha permesso alle persone con HIV di poter vivere in maniera più tranquilla anche la propria intimità sessuale. Anche facendo sesso non protetto, se la persona ha una carica virale soppressa, non trasmette il virus.

Alla fine non è nemmeno una questione solamente sessuale.

No, infatti. Grazie alle moderne innovazioni anche il parto naturale è possibile. In paesi in cui i sistemi sanitari non sono sviluppati o sono difficilmente accessibili sono ancora molto presenti le infezioni madri-figli/figlie nel momento del parto. Oggi questo problema, se sussistono le condizioni sanitarie idonee, è superato. 10 anni fa tutto ciò non era possibile da nessuna parte, anche nei paesi più sviluppati.

Oggi si può programmare e avere una vita di qualsiasi tipo, indipendentemente dalla diagnosi. Per questo prima parlavo di “normalità”. Bisogna arrivare a un punto in cui sia totalmente privo di ambiguità e timori parlarne in TV o da qualsiasi altra parte. Io nel 2009 ho fatto la scelta di dichiarare di avere l’HIV ritenendo che sia importante parlarne rispettando però chi sceglie di non farlo.

Effettivamente non sempre l’ambiente sociale in cui ci troviamo è favorevole a questa “normalità”.

I “grandi media” riportano solo i casi eclatanti di individui irresponsabili che hanno trasmesso il virus a persone inconsapevoli. Questo tinge sempre la discussione di toni allarmanti e fa arretrare il dibattito e la lotta che ogni giorno ci impegniamo a portare avanti.

Legalmente ci sono forme di tutela per chi ha l’HIV?

Sì, la legge 135/90 tutela la dignità delle persone affette da HIV/AIDS. Spesso ci scrivono persone preoccupate a causa dei datori o delle datrici di lavoro che chiedono loro di effettuare il test o di conoscere il loro stato sierologico. Questa cosa è assolutamente illegale e vietata dalla 135/90. LILA offre un costante supporto anche a coloro che si sentono rivolgere queste richieste illecite.

Se ci pensiamo bene d’altronde esistono patologie croniche molto più invalidanti. Patologie che richiedono terapie più complesse e con molti effetti collaterali.

Il punto è esattamente questo. Come ha detto lei esistono patologie croniche più complesse da gestire e che anche lavorativamente parlando causano molti più impedimenti. Eppure si parla con toni positivi e protettivi di quelle stesse malattie attribuendo invece sempre un alone tetro e oscuro all’HIV quando paradossalmente si vive meglio con questa infezione che con tantissime altre condizioni croniche più note al pubblico.

Quindi lei concorda con l’opportunità dell’anonimato nelle fasi di diagnosi e trattamento dell’infezione?

Certamente. Ritengo fondamentale che ogni persona possa sentirsi libera di valutare il contesto in cui vive e decidere se e come comunicare l’eventuale positività. Come dicevo io ho scelto di rendermi visibile, ma rispetto assolutamente coloro che scelgono di non farlo essendo un loro diritto. È importante, se si è corso un rischio, fare un test e avere una diagnosi precoce. Accedendo tempestivamente alle terapie infatti, la carica virale si azzera nell’arco di 6 mesi. Anche se esiste la giornata del primo dicembre, fondamentale per la risonanza mediatica, noi, come le altre associazioni, lavoriamo ogni giorno per cercare di essere vicini e vicine a chiunque ne abbia bisogno.

Nelle nostre sedi viene offerto il test gratuito anonimo così come anche in molti ospedali. Esistono anche gli autotest che si comprano in farmacia. Dal 2020, con la pandemia da covid offriamo supporto da remoto a chi effettua l’auto test in casa e da maggio 2022 grazie a un progetto europeo, Just LILA, possiamo spedire a domicilio kit per il test a chi ne faccia richiesta.

In tutto ciò siete aiutati e aiutate da enti pubblici e privati?

LILA si regge totalmente su donazioni. Per mantenere attivi i nostri servizi sono fondamentali gli aiuti di privati e aziende. Sarebbe ancora più importante però ricevere aiuti dalle istituzioni.

In che rapporti siete con il Ministero della salute?

Il rapporto è continuativo. Infatti siamo presenti nella consulta delle associazioni di lotta all’HIV/AIDS, in seno al ministero della salute. Facciamo continue richieste per aumentare e intensificare le campagne informative insieme a tutte le alte associazioni.

A cos’è dovuta la mancanza di comunicazione che vi complica il lavoro e rende difficile la condizione di sieropositività? C’entra il retaggio culturale che ci portiamo dietro dagli anni Ottanta?

Sicuramente quegli stereotipi sono ancora presenti. All’inizio si parlava di “peste dei gay” e purtroppo ancora oggi l’HIV viene visto come un pericolo solo per omosessuali e persone che usano sostanze per via iniettiva. In realtà l’infezione è diffusa maggiormente tra le persone eterosessuali e l’orientamento sessuale non influisce sul rischio di contrarla. La prevenzione vale per tutte e tutti.

In Nord America, terapie preventive come la PrEP sono molto diffuse grazie ai social media e a vere e proprie campagne statali. Secondo lei c’è differenza tra la mancanza di comunicazione delle forme di prevenzione rispetto a quella delle terapie post infettive?

Sicuramente il retaggio culturale di cui lei parlava prima è molto importante soprattutto nella prevenzione. Oggi parlare pubblicamente di sesso e sessualità è complesso e soprattutto farlo senza stereotipi o tabù. Una campagna informativa più strutturata anche da parte dello Stato aiuterebbe sicuramente a ottenere una maggiore consapevolezza.

Tendenzialmente le persone omosessuali sono sempre più consapevoli riguardo queste tematiche.

Purtroppo si ragiona ancora per compartimenti, come se un’infezione davvero facesse distinzioni di ogni sorta. Solo la consapevolezza di tutti e tutte ci porterà a ridurre le nuove infezioni. Per esempio le donne pensano ancora di essere meno a rischio degli uomini e questo mito va sfatato.

Collaborate con scuole per la divulgazione di tutte queste informazioni fondamentali?

In genere o ci chiamano direttamente loro o ci proponiamo noi. Comunque siamo stati e state in diversi licei a parlare di prevenzione. Generalmente dal quarto anno in poi, dato che parlare ai minorenni di sesso e sessualità non è ancora una pratica accettata. Oggi si matura sessualmente molto prima, dobbiamo accettare che le nuove generazioni sappiano molto di più e facciano sesso da età precoci rispetto a prima. Di conseguenza anche l’educazione a questi temi dovrebbe essere permessa a età più basse.

La pandemia da COVID-19 che impatto ha avuto sulle persone con HIV?

Sicuramente non è stato un periodo semplice. Nel senso che i virologi hanno, giustamente, concentrato le loro forze sull’emergenza. Così facendo le persone non hanno avuto modo di monitorare la loro salute, ma chiariamo che in ogni caso l’accesso ai farmaci per le varie terapie è restato costante e non si è mai interrotto. Il problema principale è stato che si sono ridotti i test diagnostici. Infatti i dati del 2020 non sono affidabili: mostrano una netta diminuzione di nuove diagnosi, ma sicuramente è dovuto a questa difficoltà nell’effettuare test. I dati relativi al 2021 mostrano, invece, come ci si attendeva, un rialzo nei contagi. Ma soprattutto sono aumentate le diagnosi tardive che erano già molto alte. Nel 2021 il 63.2% delle nuove diagnosi ha riguardato persone che erano già in AIDS o prossime a questa condizione. Comunque, ci sarà l’impatto della pandemia da considerare per un confronto con i dati pre-Covid.

Sitografia

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La vita social delle piante – Intervista a Paola Bonfante https://www.biopills.net/la-vita-social-delle-piante-intervista-a-paola-bonfante/ https://www.biopills.net/la-vita-social-delle-piante-intervista-a-paola-bonfante/#respond Wed, 22 Jun 2022 10:02:40 +0000 https://www.biopills.net/?p=50592 paola bonfanteNell’ultimo rapporto FAO su “Lo stato delle conoscenze sulla biodiversità del suolo” si dice che le comunità microbiche delle terreno svolgono un ruolo determinante nel promuovere la produzione alimentare, nel contrastare i fenomeni legati al cambiamento climatico e nell’aumentare la resilienza delle produzioni agrarie. Lo studio e la conoscenza delle relazioni simbiotiche pianta-microrganismi nel contesto […]]]> paola bonfante

Nell’ultimo rapporto FAO su “Lo stato delle conoscenze sulla biodiversità del suolo” si dice che le comunità microbiche delle terreno svolgono un ruolo determinante nel promuovere la produzione alimentare, nel contrastare i fenomeni legati al cambiamento climatico e nell’aumentare la resilienza delle produzioni agrarie.

Lo studio e la conoscenza delle relazioni simbiotiche pianta-microrganismi nel contesto dell’ecosistema agrario, rappresentano un’opportunità importante per la promozione di un’agricoltura sostenibile con ridotto impatto ambientale. Per far questo è prima necessario capire il ruolo ecologico di queste relazioni e quali fattori, ambientali e genetici, entrino i gioco.

Parleremo di questo e molto altro con Paola Bonfante, Professoressa Emerita presso l’Università degli Studi di Torino. Ha insegnato Biologia Vegetale presso il medesimo Ateneo, è stata Direttrice del Centro di Studio sulla Micologia del Terreno del CNR, e poi Direttrice del Dipartimento di Biologia Vegetale. È considerata una pioniera degli studi sulle relazioni tra piante e microrganismi, in particolar modo delle simbiosi tra funghi micorrizici e piante.

Grazie all’avvento delle Next Generation Sequencing, ha inoltre fatto luce sulla natura dei meccanismi molecolari alla base della comunicazione pianta-fungo. È attualmente nella lista dei top scientist italiani, nonchè una delle ricercatrici più citate al mondo (Highly Cited Researchers 2017, 2018, 2020, Clarivate Analitics). Fa parte di numerose prestigiose Accademie, tra cui l’Accademia dei Lincei, e nel 2019 è stata nominata Commendatrice della Repubblica Italiana per meriti scientifici.

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“Una pianta non è un’isola”: non esistono piante “sole”, perché interagiscono a vari livelli con molteplici microorganismi. Qual è la natura di queste relazioni?

Il titolo del mio libro “Una pianta non è un’isola” è una citazione tratta dalla “Meditazione XVII” di John Donne, poeta e religioso della Chiesa d’Inghilterra che visse durante i primi anni del Seicento. Con il verso “Nessun uomo è un’isola”, Donne ribadisce il concetto che nessun uomo è solo, bensì fa parte di una collettività.

Questo concetto è ancora attuale. Pensiamo alla guerra: nessuna azione del singolo è isolata ma ha sempre ricadute nel mondo esterno. Donne dice: “E dunque non chiedere mai per chi suona la campana: suona per te”.

Passando dalla filosofia alla biologia, a me è sempre sembrato che questa frase descrivesse perfettamente le piante, che vivono in relazione con moltissimi microrganismi diversi, influenzandosi reciprocamente. Quando vediamo una pianta isolata in cima ad una collina, essa non è sola ma interagisce con un mondo microscopico a noi invisibile. Microorganismi presenti sulla superficie delle sue radici e in tanti altri suoi organi e tessuti come fiori, foglie e frutti.

L’idea alla base del libro è stata proprio comunicare la rilevanza di questo mondo invisibile. Invisibile perchè quello che studio si trova sotto i nostri piedi, in una posizione non facilmente accessibili a noi esseri umani. Invisibile, inoltre, perché i microrganismi stanno per definizione sotto al nostro limite di risoluzione.

Parlando di relazioni pianta-microrganismi ci riferiamo in realtà a un numero molto diversificato di relazioni e usiamo il termine generico di microbiota delle piante. Questo termine indica le comunità di microrganismi che vivono in associazione con la pianta, che possono avere caratteristiche e funzioni diverse.

Ci sono microrganismi patogeni, che danneggiano la pianta in termini di sopravvivenza e di minor crescita. Altri ancora sono estremamente utili al benessere e allo sviluppo della pianta. Queste caratteristiche, a ben pensarci, sono analoghe a quelle dei microrganismi del nostro microbiota intestinale.

Le interazioni tra piante e microrganismi avvengono nel suolo. Qual è il suo ruolo nel plasmare la comunità microbica delle piante? E anche le piante svolgono un qualche ruolo attivo?

Grazie all’avvento del Next Generation Sequencing, dal 2012 in poi abbiamo potuto sequenziare il microbiota di piante provenienti da molti ambienti diversi. Eravamo interessati a capire anche quali organismi fossero associati a ciascuna di esse, come anche quali fattori influenzino la presenza di alcune comunità microbiche rispetto ad altre.

Tra questi fattori troviamo proprio il suolo, l’ambiente in cui piante e microrganismi interagiscono tra loro.

È molto difficile dare regole generali, sono stati studiati e analizzati suoli molto differenti in composizione e ricchezza in nutrienti. C’è però chi afferma che i suoli di ambienti naturali siano più biodiversi ripetto a quelli degli agroecosistemi. I dati sperimentali, tuttavia, non permettono ancora di affermarlo definitivamente.

Dobbiamo inoltre considerare che è possibile distinguere aree e porzioni di suolo differenti, tra le quali c’è la rizosfera. Questa porzione di suolo a stretto contatto con l’apparato radicale delle piante è molto ricca in microrganismi, ospitando la maggior biodiversità microbica, grazie anche agli essudati radicali rilasciati dalla pianta.

Quindi anche la genetica della pianta è fondamentale nel selezionare i microorganismi con cui instaurare una relazione: in un certo senso fa da filtro tra tutti quelli presenti nel suolo.

Il genotipo del vegetale ha anche un ruolo fondamentale nell’influenzare le dinamiche della comunità microbica del terreno. Queste relazioni sono effettivamente molto complesse, sistemi estremamente difficili da decifrare.

Ho particolarmente apprezzato, dunque, che il Premio Nobel per la Fisica Giorgio Parisi abbia citato il Plant Microbiota come esempio di sistema complesso. Un sistema in cui ogni componente tende a trovare un equilibrio, la cui natura a noi scienziati è ancora in parte sconosciuta.

E se consideriamo che in questo sistema interagiscono non solo batteri, ma anche virus, funghi e nematodi, capiamo bene quanto sia difficile per la ricerca decifrare questo intricato mondo di relazioni sotterranee.

Cosa sono le relazioni pianta-funghi micorrizici e quanto tempo fa sono comparse sulla Terra?

Iniziamo con due cifre impressionanti. Secondo i report dei “Kew Gardens”, punto di riferimento sulla biodiversità vegetale, attualmente conosciamo circa 390.000 specie di piante. Di queste, circa il 90% vive in associazione con funghi micorrizici. Le interazioni pianta-fungo si dimostrano uno degli eventi ecologici più pervasivi del pianeta.

Qual è, quindi, il loro ruolo ecologico? Il loro successo dipende solo dallo scambio di nutrienti? Ora sappiamo che biodiversità e struttura delle comunità vegetali dipendono moltissimo dalle comunità fungine che colonizzano le radici.

La parola micorriza, poi, è un “termine ombrello” che raccoglie, oltre alle specie vegetali, anche un altissimo numero di funghi dei gruppi più svariati. Ognuno di loro si associa di preferenza con un dato gruppo di piante, originando un’associazione pianta-fungo abbastanza specifica.

Sappiamo che il 70% delle specie vegetali, dalle felci alle Gimnosperme e alle Angiosperme, si associa con i funghi Micorrizici Arbuscolari (AM), che appartengono a un gruppo molto antico, i Glomeromycotinia.

Le piante ad alto fusto, conifere e latifoglie, si associano soprattutto con i Basidiomiceti per formare le Ectomicorrize. Ancora le Ericales, come le Eriche e le Calluna, formano una Simbiosi Ericoide, prevalentementecon gli Ascomiceti.

Nelle orchidee, invece, è la fase germinativa che dipende strettamente da una particolare simbiosi con i funghi. Nelle primissime fasi di sviluppo, infatti, sono i funghi simbionti a nutrire l’orchidea, apportandole zuccheri.

La storia evolutiva delle simbiosi pianta-fungo parte dalla prima comparsa delle piante terrestri nel Devoniano, circa 450 milioni di anni fa. I fossili raccontano che le piante non avevano ancora un vero apparato radicale ma erano dotate di organi sotterranei chiamati rizomi.

Ebbene, proprio nei rizomi sono state rinvenute strutture molto simili ai funghi arbuscolari di oggi. Per cui l’idea centrale è che questi funghi siano stati effettivamente degli alleati delle piante nella loro conquista delle terre emerse.

Quali benefici traggono la pianta e il fungo che si impegnano in una relazione micorrizica?

Vorrei iniziare da qualcosa di molto generale ma che abbiamo imparato a conoscere solo adesso. Quando parliamo del nostro Gut Microbiota (microbiota intestinale), ci riferiamo molto spesso al Gut-Brain Axis, ossia all’asse intestinoi-cervello. Quando ci riferiamo al microbiota vegetale parliamo invece di Root – Shoot Axis. 

Il dato interessante è che quando prendiamo in considerazione il Plant Microbiota, possiamo identificare delle somiglianze con le funzioni legate al nostro Gut Brain Axis. Tra queste, vi sono la nutrizione e lo sviluppo della pianta, nonché la sua immunità.

Nel caso delle micorrize, questi tre aspetti sono perfettamente corrispondenti alle funzioni benefiche che i funghi hanno nei confronti della pianta. Per quanto riguarda le funzioni nutrizionali, a me piace dire che i funghi micorrizici aiutano le piante nella loro dieta. Le piante, infatti, non hanno bisogno solo di acqua e di anidride carbonica per svolgere la fotosintesi.

Esse necessitano anche di elementi minerali (azoto, fosforo e potassio) senza i quali il processo fotosintetico non sarebbe possibile. Si dice che i funghi svolgono il ruolo di biofertilizzatori, in quanti aiutano la pianta ad assorbire meglio proprio questi elementi nutrizionali.

Le micorrize hanno inoltre un forte impatto sullo sviluppo della biomassa vegetale, grazie a una stimolazione sistemica di molti processi metabolici. Infine, è noto che l’interazione con i funghi micorrizici stimola ed innalza il sistema immunitario della pianta, rendendola più responsiva e pronta ad agire a seguito di eventuali attacchi da parte dei patogeni.

Il principale vantaggio che trae il fungo è rappresentato dal carbonio ridotto (spesso sotto forma di lipidi) e dai prodotti della fotosintesi che esso riceve direttamente dal suo ospite vegetale.

Qual è il contributo della biologia molecolare e dell’analisi del DNA allo studio delle micorrize?

Le tecnologie di analisi del DNA si sono rivelate estremamente efficaci nello studio della comunicazione tra pianta e microrganismi. In particolare, abbiamo imparato molto dall’analisi delle relazioni molecolari che intercorrono tra pianta e organismi patogeni.

L’utilizzo della biologia molecolare ha permesso così agli scienziati di scoprire quali siano alcune delle molecole principali coinvolte nell’interazione pianta- funghi micorrizici. È stato scoperto che le piante rilasciano nell’ambiente una particolare classe di molecole di natura ormonale che prende il nome di strigolattoni. Queste molecole hanno il compito di attirare e selezionare le comunità fungina presente nel suolo.

In parallelo a queste ricerche, si è visto come le molecole simili alla chitina, la componente principale della parete cellulare fungina, siano rilasciate dai funghi nell’ambiente extracellulare. Qui vengono poi percepite e legate dalla pianta attraverso specifici recettori presenti sulla superficie delle cellule vegetali.

Questo legame iniziale fa sì che vengano attivate a cascata tutta una serie di geni specifici, e quindi proteine, responsabili per l’instaurarsi della simbiosi. Si tratta di una catena di interazioni molecolari molto interessante, ma che solo adesso cominciamo a decifrare. Personalmente ritengo che, avendo individuato due classi di molecole segnale per la simbiosi AM (strigolattoni e chitooligosaccaridi), non dobbiamo pensare di aver compreso come effettivamente funziona il dialogo molecolare tra pianta e funghi micorrizici.

L’utilizzo della biologa molecolare sarà comunque fondamentale per rendere sempre più di successo la simbiosi micorrizica anche in condizioni di campo: solo così l’interazione pianta-fungo benefico potrà essere impiegata appieno. Uno strumento quindi rilevante per spostarci da un’agricoltura intensiva a una più sostenibile con minor uso di fertilizzanti e prodotti di sintesi.

Oltre alle micorrize, le piante ospitano ed interagiscono con una comunità microbica ad alto grado di biodiversità. Lo studio del microbiota vegetale può aiutarci ad affrontare le sfide ambientali? E su quali aspetti c’è ancora da far luce?

Sicuramente quello che sappiamo è che le interazioni pianta-microrganismi sono molto plastiche, pronte cioè a rispondere a tutta una serie di stimoli e variazioni ambientali. Questo dinamismo è dato dal fatto che le piante interagiscono con i microrganismi a più livelli, dall’apparato radicale fino alle parti aeree.

Ci sono studi che si sono occupati proprio di analizzare come variano le comunità microbiche del suolo e della pianta al variare delle condizioni e degli stimoli ambientali. Nel riso, ad esempio, il passaggio da una condizione di sommersione ad una parzialmente asciutta, comporta un cambiamento piuttosto repentino del microbiota della pianta. Microbiota che di fatto può esser utilizzato come marker ambientale per quanto riguarda l’analisi della variazione di alcuni fattori, ad esempio la disponibilità o meno di acqua.

Ma come è possibile fare uso di tutte queste informazioni? Una delle cose che possiamo fare è produrre le cosiddette comunità microbiche sintetiche, consorzi microbici sviluppati ad hoc per dar un miglior sostegno alla pianta. Chiaramente si tratta di un processo graduale , dove la progettazione de lo studio di questi consorzi inizia sempre in condizioni controllate di laboratorio.

Questo aspetto, da un lato, è di fondamentale importanza perché ci permette di ottenere un dato che sia sperimentalmente significativo. Dall’altro, invece, la creazione di questi consorzi sintetici può annullare quelle che sono le attività e le potenzialità dei singoli microrganismi. Gli effetti benefici di un singolo microrganismo, infatti, possono essere annullati o ridimensionati quando questo viene posto in un ambiente ricco di altri microrganismi con i quali entra in competizione.

Dal laboratorio al campo: quali le applicazioni pratiche di questi microrganismi per un’agricoltura sempre più sostenibile?

Una delle sfide ambientali alle quali dobbiamo far fronte è proprio il degrado dei suoli a causa delle pratiche di agricoltura intensiva. In tale contesto, l’utilizzo dei microrganismi è sicuramente una prospettiva molto interessante ed è già realtà in molti Paesi del mondo.

Si parla infatti della cosiddetta “Microbial Revolution” che vede, tra gli altri, anche l’impiego dei microrganismi per un’agricoltura sostenibile a basso impatto ambientale. Una pratica in uso da molto tempo anche nei paesi in via di sviluppo è l’applicazione degli inoculi microbici. In particolare, questi inoculi possono essere misti, formati cioè da un insieme di funghi micorrizici e batteri della Rizosfera.

Questi batteri promuovono la crescita delle piante in varie modalità e vengono identificati con il nome di “Plant Growth Promoting Rhizobacteria” (PGPR). I PGPR più comunemente usati appartengono ai generi Bacillus e Pseudomonas. Possiamo trovare anche batteri cruciali dal punto di vista ecologico, come i Rizobi, in grado di fissare l’azoto atmosferico (N2).

Quali sono, secondo lei, le prospettive di queste tecnologie?

Sono applicazioni molto interessanti che però rispondono sempre a specifiche esigenze di mercato. Molto spesso, purtroppo, la loro commercializzazione si basa su evidenze sperimentali deboli. Il controllo e la verifica dei risultati sul campo possono portare a dati discordanti dalle evidenze di laboratorio.

Ad esempio, l’inoculo non si è rivelato efficace in campo per via di una formulazione non corretta, oppure esso è stato applicato secondo procedure di impiego sbagliate. Può inoltre accadere che alcuni tra i microrganismi impiegati con la formulazione siano alieni, ossia provengano da ambienti molto diversi da quelli in cui sono effettivamente applicati. È chiaro che questo porta a tutta una serie di problematiche dal punto di vista della biodiversità locale, che oggi più che mai deve essere tutelata e rispettata.

Un’ulteriore via potrebbe essere quella di utilizzare le molecole segnale alle quali abbiamo fatto accenno in precedenza. Studi condotti dal mio collega presso l’Università di Torino, il Prof. Andrea Genre, hanno dimostrato la stimolazione della crescita delle piante a seguito della sola percezione delle molecole segnale rilasciate dai funghi micorrizici.

Detto ciò, sarebbe auspicabile per il futuro un maggior allineamento tra la ricerca scientifica condotta in laboratorio e l’effettiva applicazione sul campo da parte degli agricoltori. La strada è ancora lunga, ma data l’attuale sensibilità della politica ai temi del green e dell’ambiente, possiamo essere moderatamente ottimisti.

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Api di città – Intervista a Giuseppe Manno di Apicolturaurbana.it https://www.biopills.net/api-di-citta-intervista-a-giuseppe-manno-di-apicolturaurbana-it/ https://www.biopills.net/api-di-citta-intervista-a-giuseppe-manno-di-apicolturaurbana-it/#respond Wed, 23 Mar 2022 11:02:16 +0000 https://www.biopills.net/?p=49499 Apicoltura urbanaSecondo l’ultimo rapporto FAO il 37% delle api è a rischio estinzione: da anni gli apicoltori segnalano tassi di mortalità molto elevati per questi insetti e una ingente riduzione nella produzione di miele. Questa perdita di biodiversità interessa in realtà tutto il mondo degli insetti e ha conseguenze significative sull’agricoltura e sulle catene alimentari. Le […]]]> Apicoltura urbana

Secondo l’ultimo rapporto FAO il 37% delle api è a rischio estinzione: da anni gli apicoltori segnalano tassi di mortalità molto elevati per questi insetti e una ingente riduzione nella produzione di miele. Questa perdita di biodiversità interessa in realtà tutto il mondo degli insetti e ha conseguenze significative sull’agricoltura e sulle catene alimentari. Le api sono infatti responsabili dell’impollinazione di circa l’80% delle piante e delle colture selvatiche del nostro pianeta. Si tratta quindi di organismi essenziali per l’equilibrio degli ecosistemi.

La perdita di biodiversità che si sta registrando negli ultimi decenni è dovuta alla rottura dell’equilibrio naturale tra gli organismi viventi. Questo equilibrio è il risultato di milioni di anni di evoluzione, ma è stato messo in crisi in pochi decenni dall’attività umana e dal cambiamento climatico. È quindi necessario prendere consapevolezza dell’importanza di questa biodiversità e della necessità di tutelare quanto più possibile questi ecosistemi. Ne parliamo con Giuseppe Manno, founder di Apicolturaurbana.it, prima realtà in Italia dedicata al mondo dell’apicoltura in un contesto urbano.

In che modo il cambiamento climatico mette a rischio la sopravvivenza delle api? 

Influenzando drasticamente l’equilibrio delle stagioni, l’avvicendarsi delle temperature e delle fioriture. Le api vivono in relazione alle fioriture, senza i fiori rimangono senza fonti proteiche come il polline e il miele.

Troppo spesso, ultimamente, le fioriture tendono a concentrarsi in un solo periodo dell’anno e quindi le api hanno meno fonti di nutrimento nei mesi restanti. Il cambiamento climatico ha ridotto i livelli di piovosità e questo mette a repentaglio le fioriture spontanee di primavera. Al tempo stesso l’aumento delle temperature causa un risveglio prematuro delle api.

Di conseguenza, la colonia si trova disorientata, in una situazione in cui non ci sono fioriture e la temperatura è anomala. L’ape regina può cominciare a deporre le uova aspettandosi un’importazione di nettare e di polline, che risulta però non sufficiente per la scarsa fioritura.

Inoltre, il verificarsi di bruschi cali di temperatura rende impossibile scaldare la covata perché non ci sono abbastanza nettare e miele per aiutare le api operaie.

Per questo motivo, all’uscita dall’inverno si assiste sempre più frequentemente a morie di famiglie di api e allo sviluppo di patologie della colonia.

Anche l’attività umana ha contribuito alla scomparsa delle api?

Certamente. L’uomo ha ulteriormente contribuito alla rottura di questo equilibrio sviluppando innanzitutto un modello intensivo di agricoltura. Sono sempre meno gli spazi che si usavano un tempo per delimitare i campi, non ci sono più fasce fiorite, ci sono solamente monocolture estese per chilometri e chilometri. Di conseguenza le api hanno difficoltà a trovare fiori da bottinare. Naturalmente, anche l’utilizzo di pesticidi, erbicidi e concianti ha avuto conseguenze estremamente gravi sulla salute e sulla proliferazione di questi insetti. Negli ultimi anni, però, l’attenzione delle aziende che producono agrofarmaci è migliorata molto e l’uso di questi prodotti è controllato e testato.

Per di più, anche il modello di apicoltura che si è sviluppato negli ultimi decenni non è sostenibile. L’obiettivo di massimizzare la produzione di miele ha portato allo sfruttamento delle api. In particolare, la pratica del nomadismo per inseguire le fioriture, l’introduzione di antibiotici, l’intervento sul ciclo naturale di sviluppo di questi insetti sono tuti fattori di stress che mettono a rischio la sopravvivenza delle api.

È in questo contesto che è nato il progetto Apicolturaurbana.it Con quali obiettivi?

Ho iniziato a fare apicoltura per hobby, ma molto presto ho percepito le problematiche connesse al cambiamento climatico e all’azione dell’uomo. Le produzioni diventavano sempre più scarse e le api venivano sempre più spesso colpite da patologie.  Dopo essere entrato in contatto con realtà estere – metropoli quali Berlino, Londra, Parigi – che avevano già sviluppato progetti di apicoltura urbana, ho deciso di provare a diffondere anche in Italia un modello di apicoltura biologica e sostenibile. Il progetto è nato nel 2016 e mira a creare una rete di aziende che sponsorizzino progetti di tutela degli insetti adottando le api in un contesto urbano. Riteniamo che questo modello di apicoltura possa essere uno strumento di sensibilizzazione su importantissimi temi come l’inquinamento, la scomparsa delle api, il ruolo fondamentale degli insetti impollinatori e l’importanza della biodiversità. L’obiettivo di questa realtà non è tanto la produzione di miele, quanto l’educazione ambientale delle persone.  

L’ambiente urbano si presta all’allevamento delle api?

Le api hanno sempre vissuto a contatto con l’uomo in un contesto urbano. Ci sono testimonianze di arnie rudimentali sui tetti delle ville patrizie in epoca romana e durante il Medioevo i monaci avevano colonie di api nei chiostri delle abbazie. Nel passato recente era comune avere arnie nei cortili e negli orti dietro casa perché le api erano fondamentali per la cera.

Oggi la città da un punto di vista floreale sta diventando un rifugio per questi insetti. La grande biodiversità di fiori presenti sui nostri terrazzi e nei nostri parchi permette alle api di vivere in un ambiente in cui hanno sempre la possibilità di trovare nutrimento.

Questa biodiversità si riflette poi nelle caratteristiche organolettiche del miele prodotto dalle “api di città”. Si tratta di un miele che rappresenta migliaia e migliaia di fiori diversi, analizzandolo si trovano pollini anche di piante esotiche. Inoltre nelle città c’è una temperatura leggermente superiore che permette alle colonie di uscire dall’inverno con una mortalità inferiore.

È possibile monitorare lo stato di salute di una famiglia di api?

Sì, è possibile anche se non è semplicissimo dal momento che le api restano animali selvatici. Si utilizzano sensori intelligenti posti all’interno e all’esterno dell’alveare che permettono di raccogliere informazioni relative allo stato di salute e al benessere delle api. Sulla base dei dati raccolti è possibile sviluppare algoritmi di intelligenza artificiale per comprendere il comportamento di questi insetti. Inoltre, integrando questi dati con i dati climatici e con i dati raccolti dalle analisi sulle matrici ambientali (miele, polline, cera) è possibile elaborare modelli in grado di garantire che la biodiversità dell’ambiente sia buona.

Nel caso si rilevi uno stato di sofferenza è possibile intervenire sia a livello di conduzione delle api sia a livello di ambiente e quindi di biodiversità floreale. Ad esempio, è possibile cercare di garantire l’apporto di polline durante tutto l’anno piantumando specie vegetali che fioriscano in periodi consecutivi.

Le api possono aiutarci a misurare lo stato di salute dell’ambiente?

Certamente, attraverso le api è possibile fare biomonitoraggio ambientale, sfruttando sensori posizionati a livello degli alveari e analizzando le matrici ambientali. Le api volano per chilometri e possono quindi fornirci informazioni molto importanti sullo stato di salute dell’ambiente circostante, coprendo un’area più vasta di 300 ettari. Inoltre, le api prendono dall’ambiente piccole goccioline d’acqua, resine, polline, nettare, quindi mappano il territorio in modo molto preciso. In collaborazione con alcuni enti italiani abbiamo avviato progetti di biomonitoraggio ambientale per controllare i livelli di smog nelle nostre città oppure per studiare l’impatto di discariche e impianti di smaltimento rifiuti sulle aree circostanti. Una sola ape bottinatrice visita in media 2000-3000 fiori al giorno, considerando migliaia di api è come avere centinaia di migliaia di microcampionamenti sul territorio limitrofo.

È possibile anche analizzare i pollini per comprendere qual è la biodiversità floreale dell’ambiente circostante. Con questa analisi si riesce così a stimare quali sono state le piante più visitate. È possibile inoltre calcolare in modo approssimativo qual è stato l’impatto in termini di proliferazione e quindi di CO2 abbattuta indirettamente da questi insetti.

Quali ritiene siano le azioni più importanti da intraprendere per tutelare gli ecosistemi e questa biodiversità?

Innanzitutto è necessario cercare di raggiungere le istituzioni per avviare un percorso di tutela degli insetti a livello cittadino. Sono sufficienti piccole azioni, come ridurre gli sfalci nei giardini pubblici per avere più fioriture spontanee. Berlino e Parigi hanno vietato l’utilizzo di pesticidi ed erbicidi nei contesti urbani e nei Paesi Bassi sono state create delle “autostrade per le api”, dei veri e propri corridoi biologici per gli insetti impollinatori.

Ma anche il contributo di ognuno di noi è fondamentale. Una colonna portante della nostra realtà è l’educazione ambientale dei bambini in età scolare. Piccoli bug-hotel costruiti anche con materiali di riciclo possono diventare il fulcro di attività didattiche per trasmettere l’importanza della biodiversità e della tutela di questa famiglia di insetti.

L’Honey Factory presentata all’Expo di Milano e ora collocata ai giardini della Triennale è una struttura che abbiamo progettato appositamente per toccare con mano il modello di società delle api e per fare dell’apicoltura urbana uno strumento di sensibilizzazione. Le api hanno molto da insegnarci e trasmettono valori importanti quali la coesione, l’equilibrio, il lavoro di squadra.

Approfondimenti

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https://www.biopills.net/api-di-citta-intervista-a-giuseppe-manno-di-apicolturaurbana-it/feed/ 0
Anatomia di uno strumento di citizen science – Intervista a Enrico Caprio di Ornitho.it https://www.biopills.net/intervista-enrico-caprio-ornitho/ https://www.biopills.net/intervista-enrico-caprio-ornitho/#respond Fri, 26 Nov 2021 15:09:00 +0000 https://www.biopills.net/?p=48567 Enrico Caprio di OrnithoCon la COP26 appena terminata e i sempre più frequenti disastri naturali, le questioni ambientali animano il dibattito politico e le piazze di tutto il mondo. La biodiversità e la sua conservazione restano uno dei punti focali che gli scienziati inseriscono nei loro piani di ricerca. Capire gli effetti che l’uomo sta causando su piante […]]]> Enrico Caprio di Ornitho

Con la COP26 appena terminata e i sempre più frequenti disastri naturali, le questioni ambientali animano il dibattito politico e le piazze di tutto il mondo. La biodiversità e la sua conservazione restano uno dei punti focali che gli scienziati inseriscono nei loro piani di ricerca.

Capire gli effetti che l’uomo sta causando su piante e animali risulta fondamentale per cercare di contenere e limitare i danni. Per fare ciò oltre che la ricerca su campo e in laboratorio esistono numerosi strumenti che permettono di archiviare e monitorare numerosi bioindicatori.

Tra questi c’è la piattaforma online Ornitho.it della quale ci parla uno dei fondatori, il dott. Enrico Caprio, ricercatore presso l’Università di Torino nel Dipartimento di Scienze della vita e di biologia dei sistemi.

È un ecologo che si occupa dell’impatto delle attività antropiche su una serie di indicatori biologici, tra i quali il principale sono gli uccelli. Parallelamente svolge anche attività di volontariato presso un’associazione regionale che si chiama “Gruppo Piemontese Studi Ornitologici F.A. Bonelli ONLUS” (GPSO) di cui al momento è presidente.

Ringrazio il Dottor Enrico Caprio per aver accettato l’intervista. Come è nato il progetto Ornitho.it?

Nell’ambito delle attività che portiamo avanti presso il GPSO siamo stati coinvolti in questo progetto che è quello appunto del portale Ornihto.it.

Con l’avvento delle nuove tecnologie comunque già dal 2005-2006 era possibile cercare di creare una infrastruttura informatica per archiviare le osservazioni ornitologiche che potevano essere trasmesse da appassionati o anche da professionisti. Ci eravamo mossi in maniera indipendente in Piemonte creando un portale regionale che si chiama Aves.Piemonte e praticamente nello stesso momento abbiamo lanciato anche Ornitho.it che ha cominciato il progetto Atlante degli uccelli nidificanti in Italia.

L’idea era nata per dotare anche il nostro Paese di uno strumento di archiviazione dei dati on-line in modo che potessero poi essere utilizzati e anche condivisi per un progetto comune. Se noi andiamo sulla pagina di Ornitho si possono vedere mappe che sintetizzano alcuni eventi: per cui possiamo iniziare a vedere magari in primavera le prime rondini che arrivano e possiamo seguire le migrazioni di varie specie di uccelli. Oltre l’atlante italiano è stata pubblicata la raccolta dati avvenuta in quegli anni con l’atlante europeo. L’Italia ha contribuito anche tramite Ornitho inviando le proprie osservazioni.

Come si colloca la piattaforma, a livello internazionale?

La piattaforma è stata sviluppata da un dottorando che poi ne ha fatto un mestiere fondando un’azienda che gestisce i portali Ornitho europei. La troviamo infatti anche in Austria, Germania, Lussemburgo, Svizzera, Francia, Croazia, Polonia e le regioni catalana e basca della Spagna. Forse mi sono perso qualche stato ma comunque ha una diffusione abbastanza ampia a livello europeo.

Radunando paesi molto popolosi tutti hanno collaborato all’atlante degli uccelli nidificanti redatto dal EBCC, European Birds Census Council, un organismo non governativo che coordina i censimenti a livello europeo, anche con contributo italiano.

Rispetto agli altri paesi in Italia facciamo un po’ più difficoltà a recuperare le risorse necessarie. Basta considerare che il nostro bilancio è di poche migliaia di euro l’anno, mentre l’analogo svizzero ne ha uno di diversi milioni. Quindi sicuramente è un caso a sé però gli altri paesi direttamente dalla piattaforma o indirettamente godono di maggiori finanziamenti rispetto ai nostri che sono quasi a zero.

Come si è avvicinato allo studio delle scienze naturali e come è finito a lavorare proprio con gli uccelli?

Sono sempre stato appassionato fin da bambino di tutto ciò che mi circondava in natura. Gli uccelli sono uno dei gruppi animali che possiamo trovare un po’ dappertutto, dai parchi cittadini ai luoghi meno urbanizzati. Hanno sempre attirato la mia attenzione, tanto che da bambino giravo col binocolo al collo per osservarne il più possibile. Poi sono stato fortunato in quanto la mia passione è diventata anche il mio lavoro.

Passione a parte, gli uccelli sono degli ottimi bioindicatori perché sono abbastanza facili da studiare. Attraverso il canto e tecniche standardizzate, infatti, è facile capire quali specie sono in un determinato luogo. In generale, inoltre, rispondono molto bene ai cambiamenti ambientali. Se per esempio un bosco viene diradato possiamo osservare come numerose specie di uccelli non avranno più un luogo cui nidificare.

Io ho studiato le ripercussioni delle attività umane sugli uccelli in ambito alpino, valutando per esempio l’impatto delle piste da sci, ma anche in ambito agricolo per l’utilizzo di pesticidi. Oltre alle applicazioni pratiche, lo studio degli uccelli ci può dire molto su come salvaguardarli. Ci sono da studiare i luoghi in cui vanno a mangiare, i percorsi di migrazione dall’Italia fino all’Africa e le strategie, diciamo, di sosta delle varie specie che ci possono aiutare scegliere con cognizione di causa come tutelare ciascuna specie a rischio.

Gestire una banca dati come Ornitho richiede molta organizzazione, immagino. Ricevete aiuti o finanziamenti esterni?

Sottolineiamo bene questo aspetto. Dicevo come a livello regionale abbiamo una piattaforma a sé stante. I costi di Ornitho, invece, sono coperti dalle associazioni che aderiscono al progetto e operano su scala nazionale o regionale. Prima di tutto c’è il Centro Italiano Studi Ornitologici, che è il punto di riferimento per tutte le altre. Poi troviamo la Lega Italiana Protezione Uccelli e la EBN Italia. Quest’ultima ha creato un movimento di birdwatcher, gli appassionati di osservazioni ornitologiche che vanno in giro a cercare specie d’interesse. Oltre queste tre associazioni nazionali ce ne sono altre che aderiscono a livello regionale tra cui il GPSO di cui faccio parte, ma anche tante altre che sia a livello regionale che locale contribuiscono alla raccolta fondi per pagare le spese della piattaforma.

Questa è la nostra principale fonte di autofinanziamento. Non riceviamo finanziamenti pubblici, fatta eccezione di alcuni accordi con alcuni musei come il MUSE di Trento che a suo tempo versava una quota annuale. Abbiamo anche una convenzione con la regione Friuli Venezia-Giulia, che utilizza la nostra infrastruttura informatica per archiviare i propri dati. Questo le permette di adempire correttamente agli obblighi europei derivanti dalla Direttiva Habitat e dalla Direttiva Uccelli, che richiedono agli enti pubblici di dimostrare che le specie minacciate siano gestite correttamente e che siano in un buono stato di salute.

Pensa che questa difficoltà nel trovare finanziamenti sia dovuta a un disinteresse generale per le questioni ambientali o per la specifica materia trattata?

Diciamo che non c’è un grande interesse a supportare la piattaforma. Abbiamo provato a contattare ad esempio il Ministero dell’Ambiente, ma non siamo riusciti a ottenere supporto finanziario. Al momento gestire la piattaforma significa archiviare e poi rendicontare milioni e milioni di dati. Ad oggi il costo del portale è di 7-8000 euro all’anno ma i costi arriveranno quasi a raddoppiare nel giro di tre o quattro anni. Però al momento non siamo riusciti a farne capire l’importanza o comunque non abbiamo trovato gli interlocutori corretti.

Forse non si è capito appieno la potenzialità del portale e la quantità e la qualità di informazioni che in molti casi potrebbero essere a disposizione proprio per fini istituzionali. Sappiamo che ci sono molte persone che per lavoro raccolgono dati per amministrazioni. Per cui quello che noi vogliamo come portale non è assolutamente scavalcare i professionisti e quelli che possono effettivamente guadagnare con queste attività ma rendere tutto molto più semplice e agevole permettendo all’utenza di archiviare facilmente i dati e di consultarli in modo immediato.

Alcune regioni hanno fatto delle altre scelte, magari di tipo politico. Come il Piemonte, dove risiedo, che ha un suo portale in autonomia ma che ha un accordo di scambio di dati con Ornitho. Altre regioni non si sono dotate di propri database e, magari, si stanno orientando sull’utilizzo dell’infrastruttura Ornitho.it. Sicuramente l’attenzione all’ambiente è migliorata a livello nazionale ma molto spesso non rientra tra le priorità. Questo nonostante il periodo così critico che ci ha mostrato come ci si debba dar da fare per ridurre la pressione sul clima.

Come funziona il sistema di segnalazione e come vengono processati i dati?

La piattaforma è aperta: tutti e tutte si possono iscrivere e inserire i propri dati. Al momento abbiamo come osservatori iscritti totali circa 7500 persone che hanno aderito alla piattaforma, di cui circa 2500 sono attivi e, tra questi, ci sono sicuramente persone già magari un po’ più formate dal punto di vista ornitologico e appassionati nel lungo periodo, ma ci possono essere anche dei cittadini alle prime armi.

Ad oggi abbiamo archiviato un totale di quasi 20 milioni di osservazioni che sono molto importanti dal punto di vista numerico, ma se la qualità del dato non è elevata non vale nulla. Quindi quello che fanno tutti i portali che raccolgono osservazioni è una sorta di validazione. Se per esempio segnalo un pettirosso nel mio giardino non salta particolarmente all’occhio perché è un’osservazione estremamente plausibile. Se invece viene segnalata una specie molto rara, che magari non dovrebbe nemmeno essere presente in Italia, allora quella segnalazione viene controllata. Contattiamo chi ha effettuato l’osservazione e gli chiediamo delucidazioni, o anche di caricare gli allegati video, foto o audio.

Se la specie è sbagliata i nostri volontari della validazione contattano l’utente e gli offriamo un po’ di formazione. Il nostro approccio è, quindi, di indirizzare sulla strada corretta chi più sbaglia per permettergli di non commettere più gli stessi errori. Con progetti locali ci sono stati nuovi utenti rispetto al normale utilizzo della piattaforma.

Onitho.it viene utilizzato solo per studi scientifici o anche in altri contesti?

Se si inseriscono un minimo di 30 dati al mese si sbloccano nuove funzionalità di ricerca e si possono utilizzare i dati per creare e visualizzare mappe. I dati, in licenza Creative Commons, sono utilizzabili liberamente, tranne che negli studi che hanno, tra gli scopi, il guadagno personale. Per offrire un servizio a livello educativo abbiamo messo a disposizione la sezione news, nella quale pubblichiamo aggiornamenti e notizie che possono interessare anche studenti e studentesse o chi vuole avvicinarsi al mondo dell’ornitologia.

Dal 2014, inoltre, la piattaforma ha aperto una sezione per caricare dati anche sui rettili e anfibi – in collaborazione con la Società Erpetologica Italiana – libellule – sempre in collaborazione con un’associazione che si chiama Odonata.it – e poi mammiferi terrestri, marini e pipistrelli con l’Associazione Teriologica Italiana.

Dopo 5 anni, come in altri Paesi, abbiamo aperto la possibilità di inserire anche questo tipo di osservazioni perché alla fine gli ornitologi e i birdwatchers si concentrano sugli uccelli, ma non possono certo evitare di imbattersi nel resto della fauna. Così facendo, gli permettiamo di inserire i dati relativi a queste altre osservazioni, che sono poi utilizzati dalle associazioni interessate per i propri scopi di ricerca e legati alla Direttiva Habitat.

Ci sono oggi progetti trasversali tra le varie associazioni per unire i dati e trarne una sorta di conclusione comune?

Oltre all’Atlante degli uccelli nidificanti in Italia di imminente pubblicazione e a quello degli uccelli svernanti che dobbiamo realizzare non ci sono altri progetti. Però sicuramente costituisce un potenziale molto importante perché potremmo considerare molti più fattori allo stesso tempo. Ad esempio, un problema all’ordine del giorno è quello della crisi climatica. Per rafforzare le nostre conclusioni sui suoi effetti, potremmo studiare congiuntamente le specie di lepidotteri che sempre più spesso compaiono più a Nord di quanto ci si aspetta e lo spostamento dell’areale di alcune specie di uccelli. Al momento questa visione d’insieme non è ancora stata discussa.

Ha qualche consiglio per appassionati che vogliono avvicinarsi al mondo dell’osservazione o dell’ornitologia?

Chi è completamente a digiuno, per cominciare può seguire uno dei numerosi corsi online di introduzione al birdwatching, nati soprattutto durante i lockdown dovuti alla pandemia. Poi ci si può avvicinare alle associazioni più vicine a livello territoriale. Esistono quasi in ogni regione associazioni ornitologiche, o comunque naturalistiche, forti che possono accogliere nuove appassionate e nuovi appassionati e che organizzano eventi formativi.

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Gatto di Pallas: per la prima volta in studio il suo stato di conservazione – Intervista a Claudio Augugliaro https://www.biopills.net/gatto-di-pallas-per-la-prima-volta-in-studio-il-suo-stato-di-conservazione-intervista-a-claudio-augugliaro/ https://www.biopills.net/gatto-di-pallas-per-la-prima-volta-in-studio-il-suo-stato-di-conservazione-intervista-a-claudio-augugliaro/#respond Mon, 19 Jul 2021 08:47:56 +0000 https://www.biopills.net/?p=47095 Circa 900. È questo il numero di specie animali e vegetali scomparse per sempre dalla superficie del nostro pianeta dal 1500 a oggi. Attualmente, il 26% dei mammiferi e il 14% degli uccelli è considerato a rischio di estinzione. La continua espansione delle attività umane non fa che peggiorare la situazione, portando un numero crescente […]]]>

Circa 900. È questo il numero di specie animali e vegetali scomparse per sempre dalla superficie del nostro pianeta dal 1500 a oggi. Attualmente, il 26% dei mammiferi e il 14% degli uccelli è considerato a rischio di estinzione. La continua espansione delle attività umane non fa che peggiorare la situazione, portando un numero crescente di specie sull’orlo della scomparsa. Come se non bastasse, parliamo di un quadro piuttosto ottimistico, che potrebbe nascondere una situazione reale anche peggiore. Per molte specie mancano i dati di popolazione che permettano di valutare il loro stato di conservazione e il rischio di estinzione nei prossimi decenni. Una di queste è il Gatto di Pallas (Otocolobus manul), un piccolo felino divenuto famoso nel mondo dei social grazie alle sue buffe espressioni. Abbiamo intervistato Claudio Augugliaro, che guida un team di ricercatori italiani impegnati nel monitoraggio della specie nelle steppe asiatiche.

Claudio Augugliaro, laureato in ecologia e biogeografia all’università di Palermo, ha conseguito un master sulle convenzioni internazionali che regolano il commercio di specie selvatiche e attualmente sta ultimando il proprio dottorato sul leopardo delle nevi (Panthera uncia). Vive in Mongolia, dove si occupa di ricerca e conservazione coordinando diversi progetti sia sul leopardo delle nevi, sia sul gatto di Pallas. È il fondatore di Wildlife Initiative, organizzazione no profit dedicata alla ricerca e alla conservazione della fauna selvatica in diverse aree del mondo.

Cosa ha portato dei ricercatori italiani in Mongolia e qual è lo stato delle popolazioni di gatto di Pallas nella zona?

Vivo in Mongolia ormai da diversi anni e sono affascinato dalla bellezza della natura di questo paese. Per il gatto di Pallas, tutto iniziò quando piazzai alcune fototrappole nella steppa per osservare gli animali, più per divertimento che a fini di ricerca. Solo in seguito decisi di impegnarmi in un monitoraggio serio della specie, vista la totale carenza di dati di popolazione sul gatto di Pallas. Il problema era però la mancanza di fondi, e decisi di tentare di autofinanziarmi attraverso l’ecoturismo.

Iniziai a organizzare tour per portare piccoli gruppi di studenti e appassionati alla scoperta della steppa mongola ma anche per insegnare loro come si conduce un progetto simile in un’area remota e priva di comfort. Grazie all’ecoturismo sono riuscito a raccogliere i fondi necessari a uno studio ben strutturato. Ho contattato altri ricercatori che avevano partecipato alle nostre spedizioni ecoturistiche e alcuni dei maggiori esperti di fototrappolaggio, di piccoli felini e di gatto di Pallas. Ne è nato un gruppo di ricerca internazionale, ma a guida italiana. Dopo diversi mesi di campionamenti tramite fototrappole siamo riusciti a stimare per la prima volta la numerosità di una popolazione del gatto di Pallas in Mongolia.

Abbiamo stimato una densità di circa 15 gatti per 100 km2, un valore abbastanza buono per la popolazione oggetto del nostro studio. Come è ovvio, però, un solo studio non basta a definire lo stato della specie nel paese né tantomeno a livello globale. A oggi, infatti, non si hanno altre stime e per organizzare delle azioni di conservazione fondate su evidenze solide abbiamo bisogno di numerosi altri studi come il nostro. Solo realizzando campionamenti anche in altre aree e ripetendoli su più anni potremmo avere un’idea dello stato delle popolazioni del gatto di Pallas e verificare quali azioni mettere in atto per tutelare la specie da eventuali minacce. Ad esempio, stiamo studiando anche l’interazione tra il gatto di Pallas, gli altri carnivori e le varie prede.

Quali sono le principali minacce per il gatto di Pallas?

In generale la situazione non è preoccupante in Mongolia. L’habitat è infatti piuttosto integro, essendo il paese quasi totalmente privo di infrastrutture. Al di fuori della capitale Ulan Bataar e di pochi altri centri non esistono strade asfaltate e nei villaggi mancano reti fognarie, acqua corrente ed energia elettrica. Anche la persecuzione diretta da parte dell’uomo incide solo marginalmente. Non si tratta di una specie cacciata regolarmente, fatta eccezione per alcuni abbattimenti legati all’utilizzo del grasso dell’animale nella medicina tradizionale. Esiste anche una caccia finalizzata alla produzione di cappelli di pelliccia, limitata però soltanto ad alcune aree del paese.

Il quadro è più complesso se si considerano effetti indiretti delle attività antropiche, come ad esempio il fenomeno del sovrasfruttamento dei pascoli. In Mongolia il mercato del cashmere è un settore economico centrale, e negli ultimi anni si è avuto un enorme incremento nei capi allevati. Questo ha causato un importante sfruttamento di alcune aree di pascolo, che può causare un generale impoverimento dell’ambiente. Ciò scatena a sua volta delle dinamiche ecologiche difficili da prevedere, con effetti negativi su diverse specie animali.

Tuttavia, l’attività più impattante è probabilmente l’ecoturismo, spesso effettuato in mancanza del rispetto per il benessere animale. Capita infatti che alcuni locali, stimolati dal possibile guadagno, organizzino spedizioni turistiche che non tengono in considerazione le esigenze della specie. Quando questo capita, diventano una fonte di disturbo importante: in una zona nel centro della Mongolia il turismo fotografico è arrivato a causare l’estinzione locale di una popolazione di gatto di Pallas.

Come si rende l’ecoturismo una risorsa per la conservazione e non una fonte di disturbo per gli animali?

L’ecoturismo è essenzialmente una forma di turismo incentrata sulla visita di aree naturali e sull’osservazione delle specie che le abitano. Nasce quindi come attività sostenibile, volta ad incentivare la tutela del patrimonio naturale. Se organizzato con criterio, può essere una risorsa importante per la conservazione che non arreca disturbo agli animali. Purtroppo, però, assisto spesso a esempi di ecoturismo finalizzato solo al guadagno economico e che non tiene conto delle esigenze della specie. In alcune zone si permette ai turisti di fotografare le femmine di Manul con i piccoli nei pressi delle loro tane, con i gruppi di turisti che si susseguono senza tregua per tutto il periodo di cura della prole, fino allo svezzamento. Un’attività di questo tipo ha un impatto importante sia sulla madre che sui piccoli e può causare un abbandono della zona da parte degli animali con conseguente frammentazione della popolazione su più ampia scala.

L’ecoturismo che noi organizziamo è invece un turismo molto più di nicchia, fondato sul rispetto per la specie e che permette di contribuire attivamente alle attività di ricerca. Ospitiamo soltanto gruppi di 4 o 6 persone e solo in determinati periodi dell’anno. Chi partecipa alle nostre spedizioni è immerso nel lavoro di campo e fa il ricercatore partecipando attivamente alle attività di monitoraggio al nostro fianco. Coinvolgiamo il “turista” nel controllo delle fototrappole e nella vita della steppa in compagnia dei pastori nomadi. È un modo di procedere totalmente diverso dal turismo in altre zone, in cui gli animali sono seguiti e disturbati costantemente.

Ecoturismo, ricerca e conservazione vengono meglio se fatti assieme alle comunità locali?

Un buon rapporto con le popolazioni locali e il loro coinvolgimento nei progetti, quando possibile, sono fondamentali per l’efficacia delle azioni di conservazione. Non solo, coinvolgere le comunità del posto può aiutare nella fase di ricerca e di monitoraggio. Occorre, però, sapersi rapportare in modo giusto con le persone con cui si viene a contatto. La steppa è abitata principalmente da pastori, che inizialmente si mostravano piuttosto diffidenti, non comprendendo la ragione dei nostri studi. Nella loro visione un animale selvatico è semplicemente una risorsa da cui possono essere ottenute della carne e delle pelli. Queste piccole comunità di allevatori considerano le specie selvatiche e domestiche al pari della propria. Tutte hanno diritto di sfruttare le risorse ambientali. Il problema sorge quando tale sfruttamento diventa insostenibile ed è qui che con la nostra consapevolezza di ricercatori e conservazionisti bisogna intervenire.

Senza far nulla per favorire una comunicazione e un coinvolgimento, rischiamo di essere visti come invasori e di non ottenere nessun tipo di collaborazione. Se, invece, cerchiamo il dialogo, ci sediamo nelle loro tende (ger) e spieghiamo loro il nostro scopo, possiamo divenire dei loro ospiti. Quando riusciamo anche a coinvolgerli attivamente, veniamo visti come dei benefattori.

Per il monitoraggio del gatto di Pallas abbiamo coinvolto nelle operazioni di raccolta dati tutte le nove famiglie di pastori che vivono nell’area di studio. In cambio abbiamo fornito loro un compenso in denaro; un milione e mezzo di tugrik all’anno (circa 440 euro), equivale al guadagno minimo che si può ottenere annualmente dal commercio del cashmere. Per noi può essere una cifra tutto sommato limitata, ma per loro può fare la differenza. Se si coinvolgono i locali in iniziative come questa, loro collaboreranno anche nelle azioni di tutela vere e proprie, come limitare il pascolo a certe ore della giornata o a determinate zone.

La minor popolarità di alcune specie rispetto ai felini più grandi e conosciuti influisce in qualche modo sull’impegno per la loro conservazione?

Sì, sicuramente un’influenza è presente. Si stanziano molti più fondi per la conservazione dei grandi felini più carismatici, ma è anche giusto considerando il loro stato attuale. Essendo predatori più grandi hanno territori di caccia più ampi, quindi questi animali subiscono maggiormente gli effetti della frammentazione e degradazione dei loro habitat, e spesso i progetti di tutela sono molto dispendiosi.

Per i piccoli felini sono stanziati in genere meno fondi, tuttavia il problema più che la quantità di risorse è la loro gestione. Spesso vengono finanziati progetti che non portano nè ad azioni concrete sul campo, né a pubblicazioni scientifiche che possano attestare i risultati di una ricerca nell’ambito del monitoraggio e delle stime di popolazione. Ciò avviene perché di solito chi assegna i fondi e revisiona i progetti da sostenere non è un esperto del settore e non ha quindi la capacità critica per valutarne correttamente la validità.

In Mongolia esistono diversi progetti di conservazione che si rivelano purtroppo fittizi. Alcune organizzazioni ottengono fondi per azioni di monitoraggio o di tutela, ma poi non portano avanti alcuna ricerca concreta e non implementano azioni per salvaguardare la specie. Spesso si tratta di locali, ben visti dal panorama internazionale che ne favorisce il finanziamento, ma solitamente privi di competenze adatte. Il risultato è la presenza di diverse organizzazioni nel paese finanziate da fondi esteri, ma dedite più allo sfruttamento turistico spesso poco sostenibile che alla conservazione vera e propria.

Noi di Wildilife Initiative riceviamo fondi da alcuni sponsor che ci permettono di coprire a stento le spese. Non ne otteniamo, però, dagli zoo italiani, che generalmente sostengono altri progetti internazionali. Lo trovo frustrante, considerato che i colleghi e le ONG americane e del resto d’Europa vengono ben supportate dagli zoo dei propri paesi di origine. Come membro del comitato direttivo del Manul Working Group mi sto impegnando nel tentare di favorire una distribuzione dei fondi concentrata sulle organizzazioni che implementano progetti seri basati su evidenze scientifiche e documentati da pubblicazioni ufficiali.

Referenze

  1. Our World in Data: Extinctions
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https://www.biopills.net/gatto-di-pallas-per-la-prima-volta-in-studio-il-suo-stato-di-conservazione-intervista-a-claudio-augugliaro/feed/ 0
I pesci sanno contare? Intervista a Robert Gerlai https://www.biopills.net/i-pesci-sanno-contare-intervista-a-robert-gerlai/ https://www.biopills.net/i-pesci-sanno-contare-intervista-a-robert-gerlai/#respond Fri, 18 Jun 2021 10:39:29 +0000 https://www.biopills.net/?p=46221 I pesci sanno contareLe abilità numeriche vanno ben oltre la capacità di eseguire operazioni aritmetiche. Lo si vede bene in altri animali, che pur non sapendo “contare” possono stimare le quantità o valutare quale tra diversi gruppi sia il più numeroso. I pesci ne sono un esempio: nonostante siano sottovalutati, hanno grandi capacità cognitive. Ne parliamo con Robert […]]]> I pesci sanno contare

Le abilità numeriche vanno ben oltre la capacità di eseguire operazioni aritmetiche. Lo si vede bene in altri animali, che pur non sapendo “contare” possono stimare le quantità o valutare quale tra diversi gruppi sia il più numeroso. I pesci ne sono un esempio: nonostante siano sottovalutati, hanno grandi capacità cognitive.

Ne parliamo con Robert Gerlai, genetista comportamentale che ha studiato la cognizione di molti animali diversi, tra cui esseri umani, topi e pesci. Con oltre 300 studi peer-reviewed all’attivo, si è occupato di molti ambiti, incluse le abilità numeriche degli animali, e ha fatto importanti scoperte riguardanti alcuni processi cerebrali. Fa parte dei consigli di redazione di molte riviste scientifiche ed è membro ed ex presidente dell’International Behavioral Neuroscience Society. Inoltre, ha ricevuto diversi premi, come l’Outstanding Achievement Award dall’International Behavioral Neuroscience Society.

I pesci sanno contare?

Molte specie hanno alcune abilità numeriche o di stima di quantità. Conosciamo due diversi sistemi che gli animali (e gli umani) usano per realizzare questi obiettivi.

Il primo è l’object file mechanism. Per numeri piccoli, gli animali riescono a distinguere le differenze assolute tra numeri, basandosi sulle sottrazioni. Per cui se hanno, ad esempio, da una parte tre pesci e dall’altra due, la differenza assoluta è uno. Possono percepire quella differenza assoluta e dirigersi verso il gruppo con più pesci. Questo sistema funziona allo stesso modo con il cibo.

Se mostri quattro o più elementi, non vedranno la differenza assoluta; l’unica cosa che vedranno è il rapporto. E il rapporto che possono discriminare è due a uno (2:1) o più grande. Quindi possono distinguere gruppi che sono il doppio o più del doppio l’uno dell’altro. Questo sistema è detto analogue magnitude system.

Ciò che è più interessante è che funzionano allo stesso modo per i pesci, i roditori e gli esseri umani. Sembra quello che chiamiamo una caratteristica comportamentale evolutivamente conservata: molti biologi ritengono che indichi una sorta di funzione cerebrale che sarebbe rimasta uguale nel corso dell’evoluzione delle specie. Una sorta di meccanismo sottostante condiviso, una caratteristica neurobiologica comune. Questa è la cosa interessante dei pesci: puoi mostrare che “funzionano” allo stesso modo di umani e altri animali.

Gruppi di pecore
Anche se non contate le pecore, sapreste dire a colpo d’occhio in quale delle due foto vi siano più individui. Foto da Pixabay, condivisa secondo la licenza CC0 1.0.

Quindi i pesci sanno fare i calcoli?

Le abilità matematiche sono una forma cognitivamente molto impegnativa di abilità numeriche. Le grandi scimmie, i delfini, i corvidi e altri uccelli potrebbero essere capaci di mostrare qualche forma rudimentale di capacità matematica – ma non credo che quel livello di astrazione si possa riscontrare nei pesci. Però è solo un’opinione: non credo che qualcuno lo abbia effettivamente escluso sperimentalmente.

Come si studiano le abilità numeriche nei pesci?

Immagina di avere una vasca sperimentale. C’è un individuo da testare al centro, che da una parte vede molti conspecifici, dall’altra ne vede un po’ meno. Poi guardi dove va. Se il pesce sceglie a caso, o non va preferenzialmente verso l’una o l’altra parte, saprai che il pesce non riusciva a distinguere il numero di conspecifici dall’una e dall’altra parte. Molti pesci sono fortemente sociali, cioè amano stare insieme, vicini ai conspecifici. I pesci che formano gruppi preferiranno i gruppi più numerosi, andando da quella parte piuttosto che dall’altra.

L’altro modo è provare con il cibo. La maggior parte dei pesci riconosce il cibo non solo in base all’odore o al sapore, ma anche grazie alla forma e altre informazioni visive. Quindi, possiamo presentare un numero di alimenti da un lato e un altro numero dall’altra parte e poi vedere che lato sceglie il pesce.

Questo metodo è chiamato “scelta spontanea” perché non devi allenare il pesce. Non lo premi né lo punisci per l’una o l’altra scelta: semplicemente sceglie da solo, seguendo la sua natura. Ci sono altri metodi per testare le abilità numeriche, ma questo è quello che usiamo normalmente nelle nostre ricerche.

Quali sono i vantaggi della capacità di contare dei pesci?

Dipende da quello che stimano in termini di numeri. Per il cibo, ovviamente, un numero più grande di alimenti significa più cibo in pancia, e quindi più energia. Un più grande numero di membri del gruppo significa miglior protezione dai predatori. A seconda di quello tra cui devono scegliere, le loro scelte possono avere diversi valori adattativi (evolutivi) o di fitness.

La scelta del cibo e persino la scelta del gruppo non si basano soltanto sul numero, ma anche su altri fattori. Immagina di essere un pesce che deve scegliere tra molti alimenti piccoli e uno grande, quale sceglieresti? Il problema con quelli piccoli è che richiedono più energia. Anche se il volume complessivo o il valore nutrizionale complessivo è identico tra i due, ci vuole più tempo per procurarseli. Da un punto di vista adattativo, prendere un alimento singolo, più grande, è una scelta migliore. A meno che non sia troppo grande. Se non puoi ingoiarlo intero, allora, di nuovo non è un buona scelta.

Ci sono molti fattori che portano il pesce a decidere quale sia la scelta migliore, come la distribuzione nello spazio e la presenza di competitori. Queste sono le questioni che stiamo studiando attualmente.

Perché l’intelligenza dei pesci è studiata così poco?

Molte persone guardano i pesci e dicono: “No, non sono interessanti, non sono intelligenti abbastanza”. Invece, i pesci possono risolvere problemi molto complicati e, proprio per via della loro semplicità (il loro cervello è più piccolo) si hanno meno sorprese. Questo è quello che chiamiamo un approccio riduzionista. Anziché studiare qualcosa di molto complesso, con la difficoltà di capire dover analizzare tutte le diverse funzioni cerebrali, studi il cervello dei pesci. Siccome è più semplice, consente di rispondere a queste domande in un modo più facile.

I pesci sono i soli vertebrati complessi che puoi tenere in casa, in un contenitore di vetro, e vedere tutto quello che fanno in natura. È come una soap opera. Non sai mai cosa succederà: vivono, combattono, si innamorano… quindi è davvero molto interessante osservarli.

Puoi provare questo gioco. Prendi delle monete (o altri oggetti) e poi lanciali sul pavimento. Chiedi a un tuo amico: “Guarda giù per un attimo e dimmi quante ne vedi”. Se sono meno di sette, saprà esattamente quante sono. Se sono più di sette, non saprà dirti quante siano. Ora, mettine dieci da una parte e quattordici da un’altra. Saprà stimare che quattordici è maggiore di dieci, ma non saprà dirti quante ne ha viste.

Questo mostra che il nostro cervello lavora in modo molto simile a quello dei pesci: usiamo l’object file mechanism per le quantità più piccole (vediamo il numero di elementi individuali) e l’analogue magnitude system per le quantità più grandi di elementi (le distinguiamo in base al loro rapporto).

English version

Arithmetic operations are not the only numerical abilities. We can see that other species that can’t “count” can estimate quantities or evaluate which groups have larger or smaller numbers of members. Fishes are an example of this. Even though their capacities are underestimated, they have great cognitive abilities.

We talk about this with Robert Gerlai, behavioural geneticist who studied cognition in many different animals, for instance humans, mice and fishes. With more than 300 peer-reviewed publications to his credit, he studied many topics, including animal numerical abilities, and he made important discoveries about brain processes. He is a member of the editorial boards of many scientific academic journals and he is an elected Fellow and ex President of the International Behavioral Neuroscience Society. Also, he received many awards, including the Outstanding Achievement Award from the International Behavioral Neuroscience Society.

Can fishes count?

Most species have some numerical or quantity estimation abilities. We know about two different systems animals (and humans) use to accomplish this.

The first one is the object file mechanism (OFM). With small numbers, animals can actually tell absolute number differences with OFM. So they will respond basing on subtractions. So, if you have, say, on one side three fishes, on the other side two fishes, the absolute difference is one. They can detect that absolute difference, and they will go to the larger number of fishes. The system works the same way for food items.

If you show four or more, then they don’t see the absolute difference, the only thing they see is the ratio. And the ratio they can discriminate is two to one (2:1) or larger. So, at least twice as many or more than twice as many is what they can distinguish. This is the analogue magnitude system.

What’s interesting about that is that it works the same way for fishes, for rodents and for humans. It looks like what we call an evolutionarily conserved behavioral feature – most biologist believe that it means some function in the brain that reimains the same throughout the evolution of the species. Some sort of common underlying mechanism, common neurobiological feature. That’s the cool thing about fish, that you can actually show that it works the same way as in humans and other animals.

So, can fish do math?

Mathematical abilities are a very cognitively demanding form of numerical ability. Apes, dolphins, corvids and other birds may be able to show some rudimentary form of math abilities. I don’t think that fish can reach that level of abstraction. But it’s just an opinion; I don’t think anyone has actually conclusively excluded that, experimentally.

How do you study fish’s counting abilities?

Imagine you have a test tank in the middle. There’s a single test fish on the middle, and then on each side of the tank this fish sees a lot of conspecifics. On one side there are more than on the other side. Then you see where the experimental fish goes. If the fish chooses randomly, or doesn’t really go preferentially to one versus the other side, then you know that the fish could not distinguish the number of conspecifics shown on one versus the other side. Most fish species are highly social, so they like to stay among themselves, close to each other. The group forming fish prefer the larger group, and will go to that side versus the other.

The other way is to try with food, for most fish recognize the food not just by smell or taste but by shape or visual information. So you can present a number of food items, on one side, versus a number of food items on the other side. And then you observe what the fish chooses.

This is what we call spontaneous choice, because you don’t have to train the fish. We don’t reward or punish the fish for one or the other choice. They just simply make the choice by themselves, by their own nature. There are some other ways, but this is basically what we use in our studies.

What are the advantages of counting abilities for fishes?

That depends on the things tha they’re estimating in terms of numbers. So, for food, obviously, the larger number of food items means more food into their stomach, and therefore more energy. A larger number of school members means better protection against predators. So, depending on what they are choosing their different choices may have different evolutionary adaptive value or fitness value.

Food choices and even school mate choice are not just based on numbers. Imagine that you are a fish who has a choice between one big food item or many small food items. Which one would you choose? The problem with the small ones is that they take more energy. If the actual total volume or total nutritional values are identical between the two, it takes more time to catch them. From an evolutionary adaptive viewpoint, a single large food item is a better choice. Except if it’s too large. If you cannot swallow it in one piece, then, again, it’s not good.

There are lots of factors that make the fish decide which one is a better choice, like the spatial distribution and the presence of competitors. These are the questions, actually, that we are now studying.

Why is not fish cognition studied a lot?

Most people just look at fishes and say, “No, they’re just not interesting, not intelligent enough.” But fish can solve quite complicated tasks, and exactly because of their simplicity – their brain is smaller – you have fewer surprises. This is what we call a reductionist approach. Instead of studying something really complex, having all kinds of difficulties figuring out how to analyse all of the different functions of the brain, you study fish brain. As it is simpler, it allows us to answer these questions in a simpler, easier way.

Fishes are the only vertebrates, complex enough organisms that you can keep at home in a glass tank and see everything they do in nature. It’s almost like a soap opera. You never know what’s gonna happen – they live, they fight, they love each other… It’s acually quite interesting to watch.

You can play this game. Take an X number of coins, or any item, and then throw it on the floor, and ask your friends, “look down for a second and tell me how many you see”. If the coins are less than seven, they will know exactly, precisely how many they are. If their number’s above seven, your friends won’t be able to tell you how many they saw. Now, put ten versus fourteen. They will be able to estimate that fourteen is larger than ten, but they will not be able to tell you how many they saw.

This shows that our brain works quite similarly to the fish brain: we use the object file mechanism for smaller number of items (we see the number of individual items), and we use the analogue magnitude system for larger number of items (we can distinguish them based upon their ratio).

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L’apprendimento sociale nei pesci: intervista a Culum Brown https://www.biopills.net/apprendimento-sociale-nei-pesci-intervista-a-culum-brown/ https://www.biopills.net/apprendimento-sociale-nei-pesci-intervista-a-culum-brown/#respond Fri, 04 Jun 2021 09:00:10 +0000 https://www.biopills.net/?p=46218 Apprendimento sociale nei pesciI pesci hanno molte più capacità cognitive di quanto si pensi normalmente. Per esempio, sanno risolvere problemi, sono capaci di apprendimento pavloviano, sanno stimare la numerosità di un gruppo e hanno un’ottima memoria. A volte, anche meglio di alcuni mammiferi. Tra le 32mila specie di pesci conosciute, più di tutte le altre specie di vertebrati […]]]> Apprendimento sociale nei pesci

I pesci hanno molte più capacità cognitive di quanto si pensi normalmente. Per esempio, sanno risolvere problemi, sono capaci di apprendimento pavloviano, sanno stimare la numerosità di un gruppo e hanno un’ottima memoria. A volte, anche meglio di alcuni mammiferi. Tra le 32mila specie di pesci conosciute, più di tutte le altre specie di vertebrati messe assieme, è stato osservato che alcune sono in grado di usufruire di sassi e altri strumenti: ad esempio, i membri della famiglia Toxotidae sanno cacciare con spruzzi d’acqua, colpendo con precisione le proprie prede[1].

Forse non è un caso che il banco di pesci, in inglese, si chiami “school” (scuola). Infatti, dagli studi emerge che, in alcune specie, i pesci sono in grado di imparare da altri esemplari, persino da quelli appartenenti a specie differenti. Questo fenomeno si chiama apprendimento sociale[2].

Ce ne parla Culum Brown, uno tra i maggiori esperti mondiali di cognizione dei pesci, Professore alla Macquarie University di Sydney (Australia) ed editor di The Journal of Fish Biology.

Come sappiamo che i pesci sono capaci di apprendimento sociale?

Ci sono molti esempi di apprendimento sociale nei pesci. Innanzitutto, lo abbiamo dimostrato in laboratorio, principalmente con i guppy. Alleniamo quelli che chiamiamo “guppy dimostratori” – che sono, in sostanza, insegnanti – a passare attraverso una fra due porte, una verde e una rossa, per accedere a un premio di cibo dall’altra parte.

Mentre li stai spingendo a superare una porta o l’altra, puoi introdurre guppy naïf (“ingenui”, NdT), che non hanno preferenze perché non hanno mai partecipato prima ad esperimenti. Questi cominciano a seguire i dimostratori, gli “insegnanti”, attraverso le porte.

Accade principalmente perché molti pesci tendono a raggrupparsi in banchi. Quindi, quando c’è un leader che sembra sapere quello che fa, gli altri pesci lo seguono.

Un esemplare di guppy
I guppy o lebistes (Poecilia reticulata) sono piccoli pesci d’acqua dolce appartenenti alla famiglia dei Poeciliidae. Foto scattata da 5snake5, di dominio pubblico.

Nel mio laboratorio in Australia ho allenato i pesci a fuggire da una rete. C’era questa grossa rete, che si muoveva verso il basso nell’acquario, che aveva una via di fuga. I pesci dovevano capire dove fosse la via di fuga. Essenzialmente ho scoperto che quanti più pesci c’erano nel gruppo, tanto più velocemente trovavano la via di fuga.

Più recentemente, è stato realizzato un esperimento molto bello, a Saint Andrews, dove i pesci dovevano risolvere un problema costituito da due fasi. I ricercatori dovevano allenare alcuni pesci ad avvicinarsi a una luce, mentre un altro gruppo di pesci è stato allenato a entrare in un feeding compartment, che è una sorta di piccola scatola. Dovevano capire come entrare nella scatola.

Successivamente hanno testato individui naïf, che non avevano idea di nessuna delle due componenti. Il loro successo è stato piuttosto basso.

Poi hanno testato gruppi fatti di individui che erano stati allenati solo per una delle due componenti più alcuni individui “ingenui” e il loro successo è stato circa del 40%. Ma quando hanno combinato gruppi che avevano informazioni sulla luce, informazioni sul compartimento e alcuni individui “ingenui”, gli individui riuscivano a risolvere il compito. Quindi, in quel caso non stavano solo imparando gli uni dagli altri, ma apprendevano diversi aspetti del problema da individui diversi, mettendolo insieme per risolvere il problema.

Perché l’apprendimento sociale nei pesci è vantaggioso?

I vantaggi evolutivi sono molti, ma quello principale è che è molto più veloce imparare copiando o seguendo altri individui di quanto non lo sia farlo da soli. Puoi immaginare di andare in un posto molto famoso, per esempio la via principale di Milano o qualcosa del genere e ci sono tantissimi ristoranti, no? In quanto turista, non hai idea di quale ristorante scegliere. Ma quello che potresti fare è guardare quale ristorante è più frequentato e usare questo come guida su quale potrebbe essere il ristorante migliore. E questo è apprendimento sociale: potrai usare quelle conoscenze per prendere una decisione molto, molto velocemente. Altrimenti dovresti provare tutti i ristoranti da solo, e richiederebbe moltissimo tempo.

Quindi, certamente, l’apprendimento sociale ti fornisce delle scorciatoie per risolvere i problemi. Ma può anche causare problemi se l’informazione ottenuta è datata. Possiamo immaginare una situazione in cui non campioni l’ambiente da solo e gli altri fanno tutti qualcosa di sbagliato perché le loro informazioni non sono aggiornate.

Perché è importante studiare le capacità cognitive dei pesci?

Credo che le capacità cognitive dei pesci siano molto sottovalutate da tutti. Anche gli scienziati che studiano l’apprendimento degli animali sottostimano le abilità cognitive dei pesci. Quindi è molto importante che facciamo capire alle persone che i pesci sono tanto intelligenti quanto gli animali terrestri, il che ha anche delle implicazioni per la biologia della conservazione e altri aspetti. Ma penso che la ragione principale sia di aumentare la consapevolezza delle persone sulla cognizione dei pesci per evitare che li sottostimino, perché ci sono importanti implicazioni di benessere animale. Penso che attualmente le persone, in generale, non considerino le persone come animali, o vertebrati, e molte legislazioni sul benessere animale in tutto il mondo non considerano i pesci perché spesso la gente sottovaluta le loro capacità mentali.

Leggi anche: Un Lavoro da Biologo: lo Stabularista

foto di un pesce
Data la complessità, sia sociale sia fisica, degli ambienti in cui vivono, non sorprende che i pesci abbiano sviluppato grandi capacità cognitive. Superando, talvolta, gli esseri umani in alcuni test di intelligenza[1]. Foto: “fish” di Mathias Appel, condivisa secondo la licenza CC0 1.0.
Interagiamo con i pesci in molti modi – pesca commerciale, pesca sportiva, acquacoltura; nella scienza, attualmente i pesci sono secondi soltanto a ratti e topi in termini di numero di animali usati per la ricerca scientifica. E il commercio di pesci è enorme: ci sono più pesci come animali da compagnia di qualsiasi altro animale. Quindi interagiamo con i pesci in molti, molti modi, e credo sia importante per noi capirli completamente, così da poter gestire meglio i modi con cui interagiamo con loro.


English version

Fishes are much smarter than we think. For instance, they can solve problems, they can learn by pavlovian conditioning, they can estimate numbers and they have a very good memory. In some cases, even better than some mammals. Among the 32000 species of fishes we know (more than all of the other vertebrates’ species together), we found out that some fishes can even use tools. For instance, archerfishes (Toxotidae family) can hunt by spraying water from their mouths, hitting their preys in a very precise way[1].

Maybe it is not a case that groups of fishes are called “schools”. In fact, studies show that some fishes can learn from other individuals, even when they belong to different species. This phenomenon is known as social learning[2]. Culum Brown, professor at the Macquarie University (Sydney, Australia) and editor of The Journal of Fish Biology, tells us about the topic. He is one of the world’s leading experts on fishes cognition.

How do we know that fishes can learn from one another?

There are lots of examples of social learning in fishes. The first was showed in the lab and was primarily with guppies. We trained what we call “demonstrator guppies“, which are effectively the teachers, to go through one of two doors, a red door or a green door, to access a food reward. What you can do is, as you train them to go through one door or the other, then you can introduce naive guppies, so they have no preference because they have never done the experiment before. They start to follow the demonstrators, the teachers, through these doors. It mostly happens because lots of fishes tend to school, and so when there is a leader that seems to know what it is doing, the other fishes just follow along.

In my laboratory in Australia I trained fishes to escape from a net. I had this big net that moved down the acquarium and it had an escape route in it. The fishes had to find out where the escape route was. I found that the more fishes there were in the group, the faster they could figure out where the escape route was.

More recently, there was a really cool experiment that was done where the problem that fishes had to solve had two phases to it. This was done in Saint Andrews. They had to train some fishes to approach a light, and then another group of fishes was trained to enter a feeding compartment, which is like a little box. They had to figure out how to get into the box. And what they did then is they tested naive fishes that had no clue about either components and their success rate was quite low. Then they tested groups that were made up of individuals that were trained in just one component and some naive individuals and their success was less than 40%. But when they combined groups that had information about the light and information about the compartment, and some naive individuals, then the individuals solve the tasks. So not only they could learn from one another, but they learnt different aspects of the problem, putting them together and then solving it.

Which are the volutionary advantages of social learning in fishes?

The evolutionary advantages are many, but the main one is that it is way faster to learn by copying or following other indivuals than it is to learn by yourself. I often use an analogy. You can imagine you go to a very popular place, say one of the main streets in Milan or something like that, and there’s all of these restaurants, right? As a tourist, you have no idea which restaurant to go to. But what you could do is look at which restaurant has the most people in it and use that as a guide of what the best restaurant might be. And that is social learning – you can then use that knowledge to make a decision very, very quickly. Otherwise you would have to sample every restaurant by yourself and it would take a really long time.

So, social learning provides a shortcut, if you like, to solving problems. But it can also cause problems if the social learning information is out of date. So you can imagine a scenario you don’t sample the environment and everyone else is doing the wrong thing because their information is outdated.

Why is it important to study fish cognition?

Fish cognition, I think, generally is grossly underrated by everybody, even scientists, even they who study animal cognition underestimate fish cognition. It is really important that we make people realize that fishes are just as smart as any terrestrial animal. That has lots of implications for conservation, biology and management and other aspects as well. But I think that the main thing is to increase people’s awareness of fish cognition to prevent people from underestimating them, because there are big welfare implications for that. I think, currently, people generally don’t consider fishes as animals, or even vertebrates, and many of the welfare legislations around the world don’t include fishes because people underestimate fishes mental capacities.

We interact with fishes in so many different ways – commercial fishing, recreational fishing, aquaculture; in science, fishes are now second only to rats and mice in terms of the number of animals used for the scientific research. And the acquarium trade is massive: there are more pet fish than there are any other animal. So, we interact with fishes in lots and lots of ways and it’s important for us, I think, to fully understand them, in order to better manage the ways we interact with fishes generally.

Referenze e approfondimenti

  1. Brown C. (2015), Fish intelligence, sentience and ethics. Anim Cogn. 2015 Jan;18(1):1-17. doi: 10.1007/s10071-014-0761-0. Epub 2014 Jun 19. PMID: 24942105.
  2. Brown C. & Laland K.N. (2003), Social learning in fishes: a review. Fish and Fisheries, Wiley Online Libraries. 4(3) pp. 280-288. DOI: 10.1046/j.1467-2979.2003.00122.x.
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https://www.biopills.net/apprendimento-sociale-nei-pesci-intervista-a-culum-brown/feed/ 0
Gli animali domestici meritano tutela e benessere – Intervista ad Elisa Cezza https://www.biopills.net/gli-animali-domestici-meritano-tutela-e-benessere-intervista-ad-elisa-cezza/ https://www.biopills.net/gli-animali-domestici-meritano-tutela-e-benessere-intervista-ad-elisa-cezza/#respond Fri, 12 Mar 2021 10:00:54 +0000 https://www.biopills.net/?p=44083 Gli animali domestici meritano tutelaBenessere e gestione animale sono due temi molto dibattuti attualmente, in Italia. Ci troviamo a condividere realtà territoriali sempre più affollate: non sempre siamo in grado di convivere serenamente con tutti gli amici domestici. Che siano i nostri, magari appena accolti in casa, o quelli del vicino. S’inizia a sentire la necessità di linee di […]]]> Gli animali domestici meritano tutela

Benessere e gestione animale sono due temi molto dibattuti attualmente, in Italia. Ci troviamo a condividere realtà territoriali sempre più affollate: non sempre siamo in grado di convivere serenamente con tutti gli amici domestici. Che siano i nostri, magari appena accolti in casa, o quelli del vicino. S’inizia a sentire la necessità di linee di riferimento chiare cui affidarsi con i propri compagni di vita. Prova ne è il fatto che su internet si leggono ogni giorno centinaia di domande sui social: Come accudire correttamente un cane? Cosa fare con un gatto ferito, trovato nei pressi di casa? A chi vendere un esemplare che non si ha tempo di seguire? Situazioni delicate, che vanno gestite con cognizione di causa.

E così abbiamo deciso di parlare con un’esperta in materia: Elisa Cezza, che si occupa di tutela e benessere degli animali d’affezione all’interno dell’Associazione Nazionale Comuni Italiani (ANCI), sezione Lombardia. Come attivista di lungo corso nella difesa dei diritti degli animali sul territorio, Elisa ha una conoscenza di prima mano sia delle criticità che dei punti forti delle amministrazioni italiane a riguardo.

Può raccontarci brevemente della sua esperienza con gli animali domestici?

Come esperta ANCI Lombardia, opero ancora da poco tempo. Ogni settore regionale di questo ente infatti nomina periodicamente una lista di esperti, riguardo varie tematiche operative delle autonomie locali. ANCI indisse un bando, per creare una short list di supporto ai vari dipartimenti, poco prima della pandemia: ho partecipato ed i risultati sono stati comunicati ad ottobre 2020.

Il mio background professionale si è sviluppato “sul campo”, perlopiù. Già da anni, infatti, lavoro per la sezione di Milano della Lega Nazionale per la Difesa del Cane. Con loro iniziai facendo volontariato, fin dal 1996/97: ho imparato moltissimo con quest’associazione, in termini pratici ed organizzativi. Collaboro inoltre con il comune di Gorgonzola e Vimodrone (in provincia di Milano) come referente dell’Ufficio Diritti Animali. Con ANCI, invece, la collaborazione iniziò nel 2017, quando sono entrata in Consulta Regionale Randagismo. Si tratta di un tavolo di lavoro: tra gli altri rappresentanti delle categorie interessate vi partecipano tre esponenti dei comuni lombardi, eletti a rotazione. Io rappresento il comune di Gorgonzola. Si è creato fin dagli inizi un buon rapporto professionale, che sono lieta di poter portare avanti.

In che cosa consiste il suo incarico con ANCI Lombardia?

Il mio compito consiste nel fornire consulenze in materia di tutela e benessere animale, laddove richiesto dalle amministrazioni comunali. Posso inoltre partecipare a tavoli di lavoro, in sede regionale o di comune, insieme ad altre figure professionali: il lavoro non manca.

Il tema della gestione animale è, infatti, ormai imprescindibile per le pubbliche amministrazioni. Circa una famiglia su tre condivide il tetto con uno o più animali. Gestirli responsabilmente è importante non solo per la loro salute: ma anche per la collettività. Un caso esemplificativo è quello del cane morsicatore, magari gestito scorrettamente dai proprietari. Si tratta di una situazione che può derivare da vari fattori: tuttavia un simile esemplare rischia di nuocere anche alla comunità in cui vive. Per esempio, ai membri della famiglia, ai passanti incontrati in passeggiata. Bisogna quindi sapere come muoversi, a chi rivolgersi in caso di bisogno… e le amministrazioni comunali non sempre hanno una figura di riferimento. Qui entrano in gioco gli U. D. A. (Uffici Diritti Animali).

Qual è la situazione in Italia riguardo agli animali d’affezione?

Tendenzialmente c’è ancora molto da fare, con problemi legati ai diversi territori. Le regioni del Nord e del Sud Italia gestiscono gli animali in modo differente tra loro. Non sempre inoltre le pubbliche amministrazioni svolgono fino in fondo il proprio dovere. Per citare un caso noto, in Italia il randagismo canino è ancora una piaga ben presente: soprattutto al centro-sud. In generale, ci sono regioni in cui le mancanze amministrative vengono colmate dal lavoro delle associazioni di volontariato.

In Lombardia possiamo dire che sono ormai pochi i cani accalappiati sul territorio. Grazie all’istituzione di anagrafe obbligatoria e microchip abbiamo raggiunto buoni risultati, negli ultimi anni. Questo modus operandi ci permette di accalappiare sempre meno esemplari sul territorio, lasciando spazio anche ad alcuni randagi provenienti da altre regioni. Diverso è invece il discorso del randagismo felino, cui si aggiunge la questione delle colonie. Dal 1° gennaio 2021 il microchip per i gatti, in Lombardia, è per fortuna diventato obbligatorio: questo aiuterà a debellare il randagismo, poco per volta. Un altro problema è quello delle staffette/movimentazioni illecite: privati o associazioni fittizie che propongono l’adozione o la vendita di cuccioli sul web, portandoli al nord  con sistemi di trasporto non autorizzati.

In poche parole: se volete adottare un cane, consiglio caldamente il canile più vicino. Eviterete così di alimentare vendita/allevamento/traffici di animali e cuccioli da parte di sconosciuti disonesti. Affidarsi alle strutture del territorio fornisce maggiori garanzie. Adottare in canile (o in gattile!) significa dare casa a un animale bisognoso, sapere in anticipo quali siano le sue necessità e/o criticità, non alimentare affari illeciti sulla pelle di animali indifesi.

Cosa pensa che si potrebbe migliorare, e in che modo?

In centro-sud Italia si potrebbe sensibilizzare maggiormente riguardo: anagrafe animale, microchip, iter vaccinale. Ci sono poi realtà che invece funzionano e che qui al nord sarebbero impensabili: come nel caso dei “cani di quartiere”, gestiti dalla collettività. Un altro tema che andrebbe affrontato è quello dei cani padronali, spesso lasciati liberi di girare sul territorio anche se non sterilizzati. Penso che tutti questi obiettivi potrebbero essere perseguiti rafforzando la collaborazione tra volontari e istituzioni.

Al nord invece la situazione è un po’ diversa. A mio parere, si deve lavorare molto sulla formazione del cittadino. Troppi sono infatti coloro che si improvvisano esperti di benessere animale o che si rivolgono ai social network in situazioni d’emergenza. È importante contattare direttamente gli esperti del settore: mai improvvisare, soprattutto con gli esseri viventi. Insomma, il lavoro da svolgere è ancora parecchio!

Cosa consiglia ai lettori per la gestione del proprio animale in questa situazione di emergenza sanitaria?

Allo scoppio della pandemia eravamo tutti impreparati all’emergenza: in seguito però il Ministero della Salute ha rilasciato linee guida specifiche, ancora disponibili online. Come referente dell’Ufficio diritti animali del Comune di Gorgonzola, inoltre, io stessa ho redatto delle F.A.Q. utili a districare i dubbi dei proprietari ad inizio 2020. Le persone infatti avevano cominciato a rivolgersi alla polizia locale o al proprio comune in cerca di risposte, che andavano risolte tempestivamente.

Inoltre nel 2018 è stato stilato un Protocollo d’Intesa tra: associazioni di volontariato e Protezione Civile per il soccorso degli animali in emergenza. Le associazioni firmatarie sono: Lega Nazionale per la Difesa del Cane, ENPA, OIPA, LAV, Leidaa ed Animalisti Italiani. Il documento li ha designati come supporto alla cittadinanza, per gestire gli animali domestici in casi eccezionali. Quindi, anche in un caso di pandemia. Sulle loro pagine potete trovare numeri di riferimento cui rivolgersi, materiale informativo su come comportarsi.

In breve: vi suggerisco di affidarvi alle informazioni fornite dal Ministero della Salute, così come alle direttive del vostro veterinario, per la cura dei domestici. Le associazioni di volontariato possono supportarvi nella gestione quotidiana dei vostri pets, qualora ne aveste necessità. Le linee guida non mancano, bisogna solo riferirsi alla giuste fonti d’informazione.

Un cane in ambiente domestico. Fonte: Kyle Hanson, unsplash.com.

Cosa pensa della gestione degli animali domestici nelle pubbliche amministrazioni?

Penso che sia essenziale educare di più i cittadini alla gestione responsabile dei propri domestici. Come? Sviluppando e distribuendo materiale informativo, per esempio in formato virtuale. Per la comunità, individuare la figura o l’ente più adatto alla propria situazione dev’essere facile e veloce. Le istituzioni dovrebbero diventare il punto di riferimento dei proprietari di pet in difficoltà.

Spesso, purtroppo, riscontro che le persone preferiscono affidarsi ai consigli di utenti casuali sui social network, invece di chiedere al proprio veterinario o alle istituzioni preposte. Questo non ha senso: è una linea di condotta che rischia di aggravare il problema iniziale. Con ANCI Lombardia ci piacerebbe lavorare proprio in questa direzione. L’educazione, insomma, dovrebbe diventare un punto di forza per la gestione degli animali d’affezione.

Secondo Lei ci sarebbe bisogno di più figure professionali per aiutare il binomio animale/padrone a sviluppare un rapporto corretto?

Gli esperti cui rivolgersi ci sono, mai come ora. Ricordo che quando ho iniziato a fare la volontaria in canile la situazione era molto più incerta. In generale, c’era molta meno informazione sui nostri quattro zampe: eppure sono ancora tanti quelli che rifiutano di affidarsi al professionista. Il primo riferimento è senza dubbio il veterinario. In caso di problemi comportamentali, può indirizzarti a chi di dovere: oppure occuparsene personalmente. Molti medici veterinari sono specializzati proprio in etologia.

Bisogna considerare che sviluppare un rapporto sereno con i propri domestici significa tutelare anche la collettività. Ricordiamoci che gli spazi condivisi, in paese ed in città, sono sempre più ampi. Occuparci del benessere animale significa migliorare la vita a tutti… È un ragionamento circolare.

Con la Lega Nazionale per la Difesa del Cane, sezione di Milano, abbiamo appena stilato un opuscolo riguardo le adozioni, in cui parliamo proprio di questo. Adottare un cane, o qualunque altro animale, è un costo non indifferente: ma anche una vera e propria responsabilità. Non sempre siamo davvero pronti per farlo. Dovremmo ricordarci sempre che “la vita cambia, gli animali restano”.

Clinica veterinaria per gatti. Fonte: Joenomias M. de Jong, unsplash.com.

Per te che lavori molto con i cani: ci sono problematiche specifiche da affrontare con loro?

Trovo che ci siano criticità ricorrenti di due tipi. Quelle lamentate dalla collettività nei confronti del singolo animale e quelle derivanti dal comportamento dell’adottante. Un caso ben noto è quello del cane che abbaia senza sosta: un comportamento che indica, in linea generale, che l’animale viene trascurato.

Si tratta di un esempio semplice, che mostra i due lati della medaglia. Da un lato, le persone che vivono nelle vicinanze provano disagio nel sentir continuamente abbaiare. Dall’altro, è proprio il cane a richiedere più cure, oppure una gestione differente.

Probabilmente all’adozione non si è tenuto conto delle esigenze dell’esemplare, o delle attenzioni necessarie per una specie così sociale. Un cane necessita infatti non solo di contatto con il proprio nucleo familiare: ma di uscire regolarmente, di avere stimoli olfattivi e visivi. L’idea di chiuderlo semplicemente in recinto, sul balcone o in pochi metri di terra è molto limitante a livello sensoriale. Ormai dovremmo saperlo, dopo il lock down causato dal Covid-19.

Ci sono quindi più considerazioni da vagliare quando si parla di cani, tutte correlate tra loro. Ma ogni caso è da valutare singolarmente.

La pandemia ha alterato in qualche modo gli equilibri uomo-animale in Italia?

Chi si occupa di tutela animale era preparato all’eventualità che l’emergenza sanitaria riempisse le strutture di accoglienza: per fortuna invece non è stato così. Ad inizio pandemia si era diffusa la bufala che ci fosse stato un boom di abbandoni. In realtà si sono verificati perlopiù casi isolati, almeno qui in Lombardia. Parlando del Canile di Segrate, con cui lavoro, posso dire che siamo stati fortunati. Sicuramente, non tutti i territori registrano gli stessi dati.

Inoltre si sono verificate molte adozioni proprio in questo periodo, un fatto di cui siamo piacevolmente sorpresi. Per riassumere: direi che gli equilibri uomo-animale con la pandemia non sono stati stravolti. Nonostante casi negativi isolati, in Lombardia le persone hanno rafforzato o comunque mantenuto il proprio rapporto con gli animali domestici.

Cosa accade agli animali rimasti orfani per l’emergenza sanitaria?

In caso di proprietario deceduto, i primi ad occuparsi dell’animale sono spesso i familiari o gli amici. Se invece la rete di contatti personali non si fa carico dell’esemplare, restano i rifugi per cani e gatti. Per altre categorie di animali, ci si può rivolgere agli enti delle associazioni presenti sul territorio. Lo stesso accade in caso di ospedalizzazione temporanea del proprietario. Per fortuna, le famiglie lombarde si son tenute ben stretti i loro animali durante questo periodo difficile. Hanno fatto di tutto per evitare che cani e gatti finissero in rifugio, anche solo per brevi periodi.

Andiamo oltre gli animali da compagnia tradizionali: qual è lo scenario riguardante gli esotici, in Italia?

La mia esperienza riguarda prevalentemente gli animali da compagnia canonici. Tuttavia credo che scegliere un esotico sia un’opzione con più criticità. Si tratta spesso di specie impegnative da mantenere in casa, con esigenze particolari. Per esempio: tenere un serpente in terrario significa occuparsi di diversi parametri ambientali, quali temperatura e umidità. Si tratta di un costo, di un impegno costante. Spesso una responsabilità maggiore di quanto richiesto da un animale domestico.

Una considerazione da tenere a mente è che i social networks sembrano incidere molto sulla scelta di ospitare specie esotiche in casa. Da un lato queste piattaforme facilitano la vendita tra privati: con il tratto leggero di chi vende un oggetto, anziché un essere vivente. Inoltre i social incrementano le possibilità di acquisto di animali “illegali”, esotici o selvatici. A me personalmente è capitato di incappare in un privato che deteneva due gheppi in casa propria, per citare un caso.

La fruibilità di questi strumenti informatici è un’arma a doppio taglio però, visto che tutti possono accedervi: anche le autorità. Non conosco in dettaglio i dati riguardanti gli animali esotici in Italia ma penso che, ancora una volta, l’educazione dei cittadini sia essenziale. Per ridurre le criticità e magari per diminuire la frequenza di compravendita di animali alloctoni.

In Italia esistono situazioni “non convenzionali” problematiche per quanto riguarda gli animali?

La situazione simbolo della tua domanda è senza dubbio il circo con animali: una tematica delicata, spesso fraintesa. Si tratta infatti di un caso in cui esemplari di varie specie vengono mantenuti in condizioni innaturali, anche se sono nati in cattività. Condizioni che ormai la collettività inizia a rigettare, ma che persistono a causa dell’apparato legislativo italiano. Parlando del classico caso in cui una petizione vieta al circo di accamparsi su suolo comunale: è un provvedimento parziale, che il circo potrebbe utilizzare per una rivalsa legale. Questo perché lo stato riconosce ancora una funzione sociale ai circhi con animali, secondo la legge 337 del 18 marzo 1968. Senza considerare che trovare spazio e risorse dove ospitare gli animali circensi, una volta “liberati”, non è sempre facile.

Un’altra categoria di casi particolari è quella di chi si appella ai social per rimediare consigli sulla cura di animali selvatici. Un privato cittadino rinviene un esemplare in difficoltà: un implume caduto dal nido, per citare un classico. Ripeto allora quanto già affermato in precedenza. Mai, mai improvvisarsi veterinari: rivolgetevi a chi lo fa di professione, oppure ad enti specializzati. In questo frangente, il Centro Recupero Animali Selvatici (CRAS) più vicino o il centro LIPU della vostra zona possono darvi il giusto supporto.

Convivere serenamente con gli animali è possibile! Affidiamoci sempre a chi ne sa più di noi: soprattutto per il benessere degli esseri viventi.

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Entonote: insetti commestibili per un futuro più sostenibile https://www.biopills.net/entonote-insetti-commestibili-futuro-sostenibile/ https://www.biopills.net/entonote-insetti-commestibili-futuro-sostenibile/#respond Wed, 30 Sep 2020 12:43:29 +0000 https://www.biopills.net/?p=39594 entonoteGiulia Maffei, biologa e divulgatrice scientifica, e Giulia Tacchini, laureata in food design. Sono loro le fondatrici di Entonote, l’associazione che promuove l’entomofagia tramite esperienze culinarie dove i protagonisti del piatto sono nientemeno che gli insetti. Ho avuto il piacere di conoscere le due fondatrici e di farci una bella chiacchierata. Come nasce Entonote? Ci […]]]> entonote

Giulia Maffei, biologa e divulgatrice scientifica, e Giulia Tacchini, laureata in food design. Sono loro le fondatrici di Entonote, l’associazione che promuove l’entomofagia tramite esperienze culinarie dove i protagonisti del piatto sono nientemeno che gli insetti. Ho avuto il piacere di conoscere le due fondatrici e di farci una bella chiacchierata.

Come nasce Entonote?

Ci siamo conosciute nel 2014. Io (Giulia Maffei) stavo preparando la tesi per il master in comunicazione della scienza portando come tema centrale il fenomeno degli insetti commestibili, un argomento che in quel periodo stava diventando mediatico.

Per via telematica ho contattato Giulia Tacchini, laureata qualche anno prima in design del prodotto con una tesi sugli insetti commestibili come nuova fonte proteica. Ci siamo trovate fin da subito perché entrambe abbiamo trattato e studiato lo stesso tema anche se analizzato da punti di vista differenti.

In quel periodo si parlava già di insetti come alimento ma era un argomento che principalmente veniva trattato da ricercatori in seminari o convegni, rivolgendosi solo ad un pubblico di “addetti ai lavori”. Mancava quella voce che parlasse di più al grande pubblico, i possibili futuri consumatori, e per questo abbiamo deciso di creare Entonote.

Entonote nasce nel Gennaio 2015 con il sito web insieme ai primi workshop. Mediante termini giocosi e curiosi, abbiamo voluto presentare il consumo di questi animali non solo parlando dei loro valori nutrizionali ma anche della storia e del valore culturale dell’entomofagia.

Ma questi insetti… che gusto hanno?

Beh, sanno di… insetti. È come chiedere che sapore ha il prosciutto, di prosciutto. Però è normale che sorga spontanea come domanda perché cerchiamo sempre di approcciare cibi nuovi paragonandoli a cibi conosciuti.

Possiamo dire che gli insetti hanno un gusto che va dall’erbaceo al nocciolato. C’è chi dice che la locusta sa di melanzana, chi di fungo o di pancetta. Insomma, non è facile associare a questi animali un sapore ma, se proprio bisogna farlo, potrebbe essere paragonato a quello della frutta secca.

Il gusto varia molto anche in base a come vengono cucinati. Per la cottura, infatti, si possono usare differenti metodi. Noi non utilizziamo la frittura perché friggere è un po’ riduttivo. Li abbiamo provati sbollentati, ridotti in crema, saltati in padella, fatti in umido e, recentemente, abbiamo anche provato l’affumicatura. Più l’insetto è grosso e coriaceo, più bisogna renderlo croccante altrimenti l’esoscheletro esterno diventa un po’ tipo chewing gum da masticare.

Mangiare insetti può causare intolleranze o allergie?

A livello di ricerca siamo ancora un po’ indietro su questo tema.
Fino ad ora l’unico elemento che potrebbe dare qualche problema sembra essere la chitina. Non tutti, infatti, sono in grado di digerirla ma chi non la digerisce spesso la espelle mediante le feci, senza effetti collaterali.

Alcuni insetti contengono sostanze tossiche ma certamente non saranno loro ad essere introdotti sul mercato europeo per essere destinati al consumo alimentare. Gli insetti di cui si sta discutendo adesso a livello europeo non sembrano presentare nessun tipo di allergene ma è un aspetto che, dal punto di vista scientifico, deve ancora essere approfondito.

Da dove vengono gli “insetti da tavola”?

Gli insetti sono considerati Novel Food, cioè alimenti o ingredienti che prima del Regolamento CE 258 del 1997 non sono mai stati consumati all’interno dell’Unione Europea in un quantitativo significativo per definirli cibo.

A Gennaio 2018, la normativa sui Novel Food è stata aggiornata dopo differenti studi sui valori nutrizionali e sostenibilità di questi animali come nutrimento, introducendo una ventina di specie considerate commestibili.

Gli insetti in questione si trovano in Europa e devono essere allevati a temperatura e umidità controllate. Il cibo che viene loro fornito, inoltre, deve avere una composizione in nutrimenti conosciuta per poter tutelare il consumatore, proprio come avviene per l’allevamento di altri animali.

Questa normativa è stata approvata dall’EFSA (European Food Safety Authority), l’ente regolatorio di consulenza specialistica che ha lo scopo ultimo di tutelare la salute dei consumatori europei, la sicurezza del cibo e della filiera alimentare. Attualmente, in Italia e in Europa, sono già presenti allevatori di insetti ma fino a che non ottengono il consenso dell’EFSA per commercializzare i loro prodotti, non possono metterli sul mercato.

Con tutti i cibi che abbiamo, perché mangiare gli insetti?

A questa domanda ci viene sempre da rispondere: “Perché no?”. Esistono, sono buoni, sono nutrienti e in base alle ricerche fino ad oggi effettuate sono risultati una sostenibile fonte di proteine alternative alla carne. Inoltre, una grande fetta della popolazione mondiale già li mangia.

A noi, che facciamo parte di un certo tipo di cultura, sembra magari un po’ strano, però se ci pensi un tempo neanche mangiare un hamburger era poi così normale.

Entonote cerca proprio di superare questa barriera culturale avvicinando le persone agli insetti commestibili mediante organizzazione di eventi, workshop, laboratori e fiere. Queste attività hanno come parole chiave informazione ed estetica: spieghiamo il perché ha senso mangiarli e quali sono gli aspetti nutrizionali interessanti, scopriamo insieme ai nostri partecipanti il sapore degli insetti approcciandoli con gradualità ed esponendoli in modo che siano gradevoli ed invitanti alla vista.

Per che futuro lavora Entonote?

Su questo pianeta siamo in tanti e diventa sempre più difficile sfamare tutti. Ci servono alimenti sostenibili che ci permettano anche di ridurre lo spreco alimentare. Gli insetti non sono, potenzialmente, una fonte di nutrimento solo per gli esseri umani. Se uno non può immaginare un futuro senza carne può comunque immaginare un futuro dove l’arricchimento in proteine dei mangimi per il bestiame, ad esempio, arrivi da farina di insetto e non di soia.

L’approccio delle persone a questo tema è molto cambiato negli anni e siamo molto positive a riguardo. Ovviamente non ci sarà la fila per mangiare grilli dopodomani ma così come abbiamo accettato altre cose, siamo abbastanza sicure che verranno accettati anche gli insetti come cibo nel giro di qualche anno.

Il primo passo da fare al momento è riuscire a commercializzarli. Attualmente sono una dozzina le aziende che hanno chiesto all’EFSA l’autorizzazione per poter avviare questo mercato e, forse, entro la fine dell’anno prossimo potrebbe iniziare a partire qualcosa.

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Curiosità sul mal di testa – Intervista a Nina Vashchenko https://www.biopills.net/curiosita-sul-mal-di-testa-intervista/ https://www.biopills.net/curiosita-sul-mal-di-testa-intervista/#respond Sat, 09 May 2020 10:47:49 +0000 https://www.biopills.net/?p=36931 curiosità sul mal di testaCos’è il mal di testa? Ne esistono diversi tipi? Sarà vero che non è indicato fare sesso mentre abbiamo il mal di testa? Lo chiediamo a un’esperta: Nina Vashchenko. Potrebbe presentarsi ai nostri lettori? Sono un medico neurologo, in particolare mi interesso di sindromi del dolore e cefalee, argomenti su cui saltuariamente tengo anche un […]]]> curiosità sul mal di testa

Cos’è il mal di testa? Ne esistono diversi tipi? Sarà vero che non è indicato fare sesso mentre abbiamo il mal di testa? Lo chiediamo a un’esperta: Nina Vashchenko.

Potrebbe presentarsi ai nostri lettori?

Sono un medico neurologo, in particolare mi interesso di sindromi del dolore e cefalee, argomenti su cui saltuariamente tengo anche un corso presso l’università Sechenov di Mosca. Inoltre sono una dottoranda e mi sto occupando di uno studio sugli aspetti neurofisiologici dell’emicrania. A questo proposito lavorerò presso l’ospedale San Raffaele di Milano.

Cos’é il mal di testa? Ne esistono diversi tipi?

Definire il mal di testa sembra semplice: un dolore in una qualsiasi regione del capo. Però non esiste ancora una definizione precisa di cosa sia il dolore. Solitamente si parla di “sensazione spiacevole”, termine che riassume i diversi tipi di dolore possibili (acuto, pulsante, sordo). Inoltre con il termine “cranio” si intendono le zone sopra gli occhi e le orecchie, dietro la testa (occipitale) e nella zona posteriore alta del collo; tuttavia in certi casi il mal di testa può provocare fastidi anche nella zona del viso.

Dato che gli scienziati amano classificare ogni cosa, è stata recentemente pubblicata la terza edizione della classificazione internazionale dei disturbi del mal di testa (ICHD-3), con ben 60 pagine che raccolgono i diversi tipi di mal di testa. Tale documento è molto interessante per i ricercatori, ma suppongo non altrettanto per i vostri lettori, quindi qui vorrei sottolineare solo la distinzione principale, che tutti dovrebbero sapere e che si basa sull’origine del male: i mal di testa primari rappresentano essi stessi la patologia e non sono provocati da altri disturbi, mentre quelli secondari scaturiscono da altri problemi (traumi, infezioni, farmaci, etc.).

Fortunatamente (o forse no) nel 78% dei casi si tratta di mal di testa primari; ce ne sono 3 tipi su cui bisognerebbe essere informati: cefalea di tipo tensivo, emicrania, e cefalea a grappolo. Per quanto riguarda quelli secondari metterei in guardia dalla cafalea da uso eccessico di farmaci.

Quali sono le loro caratteristiche e cosa li differenzia?

La cefalea di tipo tensivo  (TTH) è la tipologia più comune di mal di testa primario, che più o meno tutti hanno sperimentato occasionalmente, soprattutto le donne. Anche i vostri lettori probabilmente ne hanno sofferto almeno una volta: si presenta su entrambi i lati del capo e assomiglia a una fascia stretta attorno alla testa o all’indossare un cappello troppo piccolo: ricorda più una pressione eccessiva che un dolore vero e proprio. TTH normalmente non impedisce di compiere le azioni quotidiane, tuttavia è faticoso arrivare a fine giornata con questo mal di testa. Le cefalea tensiva può avere cause diverse, tuttavia le tensioni fisiche ed emotive (stress, ansia, postura scorretta) sono quelle principali.

L’emicrania è il secondo tipo di  mal di testa primario più diffuso. Si stima che 17 milioni di persone in Italia ne soffrano, e questa cifra rende l’Italia il paese con la più alta prevalenza d’emicrania al mondo. Colpisce sia adulti che bambini ma perlopiù inizia durante la pubertà. Prima della pubertà affligge in egual misura gli uomini e le donne; dopo, a causa dell’influenza degli ormoni, sono soprattutto le donne ad esserne vittime. L’emicrania è caratterizzata da attacchi ricorrenti che spesso si ripresentano per tutta la vita.

Il tipico attacco include:

  • Mal di testa di tipo pulsante su un solo lato della testa, solitamente di intensità medio-severa e persistente per 4-72 ore; può peggiorare con l’attività fisica;
  • Nausea (il sintomo associato più comune) e talvolta vomito;
  • Fotofobia o sensibilità alla luce;
  • Fonofobia (fastidio verso i rumori).

Circa un quarto dei pazienti ha un’emicrania con aurea, ossia una serie di sintomi reversibili del sistema nervoso centrale che si sviluppano gradualmente e che possono andare dall’avere una visuale con macchie nere e a zig-zag, al formicolio/intorpidimento di una parte del corpo, all’incapacità di parlare chiaramente. L’aurea compare poco prima dell’emicrania e può durare dai 5 ai 60 minuti. Chi l’ha provata sa che è un segno inconfondibile che l’emicrania sta per sopraggiungere. Un attacco di emicrania può essere innescato da diversi fattori: i più comuni sono stress, riposo irregolare, alcol (soprattutto vino rosso), alcuni cibi (cioccolato, latticini, dolcificanti, caffeina), mestruazioni e disidratazione.

La cefalea a grappolo è una delle sensazioni più dolorose che si possano provare. E’ una forma rara ma severa di mal di testa primario e affligge più gli uomini delle donne. L’età media di chi ne soffre è 28-30 anni, anche se può iniziare già dall’infanzia. É un mal di testa di breve durata ma molto intenso. Solitamente si manifesta sopra o attorno ad un occhio, che lacrima e si arrossa, con sporadico sviluppo di palpebra cadente; il naso gocciola oppure risulta tappato dal lato della testa dove è comparso il mal di testa. Gli attacchi si verificano ogni giorno, anche diverse volte al giorno, per settimane o mesi, di solito sempre nello stesso periodo dell’anno, per esempio in autunno o primavera. Considerando che è molto doloroso, coinvolge un’area estesa e provoca altri sintomi, questo tipo di mal di testa è il più fastidioso e lo si definisce anche “cefalea da suicidio”.

La cefalea da uso eccessivo di farmaci (MOH) è il mal di testa secondario più comune.
Il dolore è opprimente e persistente e solitamente tocca il suo apice al risveglio. Nei pazienti affetti anche da di mal di testa primario si presenta per 15 o più giorni al mese. MOH è causato da un abuso cronico (10/15 giorni al mese per più di tre mesi) di farmaci contro il mal di testa. Quindi per curare il mal di testa non usate i triptani per più di 10 giorni o l’ibuprofene per più d 15, piuttosto consultate il vostro medico poiché esistono altri modi per ridurre la frequenza del mal di testa.

Il mal di testa è una scusa comune per non avere rapporti sessuali perchè lo aggraverebbero. C’è qualche verità?

Ok, sfatiamo qualche mito sul rapporto tra sesso e mal di testa. Solitamente quando queste due parole vengono pronunciate assieme la frase assomiglia a qualcosa come “Stasera no tesoro… ho mal di testa”, ma il sesso e il mal di testa sono correlati in molti modi.

Se siete nel pieno di un attacco di emicrania, nausea, forse anche con vomito e ipersensibilità agli stimoli esterni, ovviamente il desiderio sessuale o la capacità di raggiungere l’orgasmo possono risentirne. Uno studio ha anche dimostrato che per circa un quarto dei pazienti  il mal di testa influisce negativamente sulla vita sessuale, tuttavia le donne che soffrono di emicrania ottengono di solito un punteggio molto alto nelle indagini che valutano la magnitudine del desiderio sessuale.

Un’altra ricerca ha indicato che le donne possono trovare il sesso (soprattutto se raggiungono l’orgasmo) un aiuto per fermare, o almeno ridurre, l’attacco di emicrania. Infatti le endorfine rilasciate durante il sesso  e dopo  l’orgasmo sono antidolorifici naturali, in questo senso anche la masturbazione può aiutare.

Quindi, per rispondere alla domanda, il sesso potrebbe non solo non peggiorare il mal di testa, ma addirittura migliorarlo. Ma, come sempre in medicina, dipende da individuo a individuo, e ovviamente non si possono aiutare le persone a curare il mal di testa in questo modo senza il loro consenso.

Esistono casi in cui il mal di testa può essere provocato o peggiorato dall’attività sessuale?

Chi soffre di emicrania raramente indica il sesso come un fattore scatenante, ma potrebbe essere così per un tipo di cefalea chiamato mal di testa primario associato all’attività sessuale. Questa patologia può incorrere a qualsiasi età sessualmente attiva, è più frequente negli uomini e non dipende dal tipo di attività sessuale.

Si manifesta come un dolore sordo ad entrambi i lati del capo, cresce in proporzione all’eccitamento sessuale e raggiunge il culmine poco prima dell’orgasmo; può durare da alcuni minuti a ore. Chi ne soffre, spesso soffre anche di emicrania, ma l’associazione non è affatto scontata. Si può soffrire di questo tipo di mal di testa frequentemente per un certo periodo di tempo e poi assistere a una remissione spontanea permanente. La diagnosi di mal di testa primario associato all’attività sessuale va eseguita da uno specialista di cefalee e solo dopo un check-up medico, infatti un mal di testa durante l’attività sessuale potrebbe essere la spia di altre gravi patologie, come un aneurisma cerebrale.

Le terapie per il mal di testa influiscono sull’attività sessuale?

Esistono due tipologie di terapie: acuta per fermare l’attacco e preventiva per ridurne intensità e frequenza. Non si conoscono effetti negativi sul sesso da parte dei farmaci usati per trattare la fase acuta (paracetamolo, ibuprofene, altri FANS e triptano). Parlando invece di medicine per la terapia profilattica, che vengono assunte giornalmente, molte possono ridurre il desiderio sessuale o indebolire la prestazione,  alcune possono anche influire negativamente sulla fertilità.

L’emicrania è co-morbosa con depressione e ansia, quindi a chi soffre d’emicrania spesso si prescrivono antidepressivi. Quest’ultimi, come l’amitriplina, sono conosciuti per i possibili effetti collaterali quali riduzione d’interesse sessuale, peggioramento della performance e anche disfunzione erettile.

Anche altri antidepressivi come gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI), che comprendono la fluoxetina (Es. Prozac, Lilly) e la paroxetina (Es. Paxil), possono ridurre il desiderio sessuale e inibire l’orgasmo, talvolta causano disfunzione erettile. Pure i beta-bloccanti (Es. Bisoprololo, metaprololo), farmaci comunemente prescritti per la prevenzione dell’emicrania, possono causare disfunzione erettile.

Verapamil, un calcio-antagonista, è spesso prescritto per i pazienti con mal di testa e, sebbene questo farmaco non influenzi la libido o le prestazioni sessuali, può ridurre la motilità degli spermatozoi e quindi favorire l’infertilità. Ecco perché è importante discutere con il proprio medico circa tutti i possibili effetti collaterali per trovare un trattamento che riduca il mal di testa, ma non influisca negativamente sull’attività sessuale del paziente.


Original version

Could you introduce yourself to our readers?

I am a medical doctor with a specialisation in neurology and a particular interest in pain syndromes and headache, which I teach a course about at Sechenov University, Moscow, Russia. I am also a PhD student working on a study about neurophysiological aspects of migraine and am going to work on these topics at San Raffaele hospital in Milan.

What is a headache? Are there many kinds of it?

It seems very simple: headache is a pain in any region of the head.
But there’s still no one good definition of what pain is. In dozens of them, you’ll see the words “unpleasant sensation” which pretty much sums up the idea: it might be a sharp pain, a throbbing sensation or a dull ache — everything “unpleasant” for the patient counts.
Also by “head” here we mean areas above the eyes and the ears, behind the head (occipital) and in the back of the upper neck. Although, in some cases, headache can cause unpleasant sensations in the face also.

Scientists love to classify everything, that’s why now we have recently published international classification of headache disorders III edition, which has 60 pages only of different headache types. Very useful for research, not too much for our readers though. I would empathise a few points everyone should know.

First of all, the main distinction is the cause: there are primary headaches and secondary headaches. Primary means that this headache is the disease itself and no other reasons are causing it. Secondary headaches are caused by other reasons such as trauma, infection, psychiatric disorders, medications, etc.

Luckily (or not) for us in 78% of cases we have to deal with primary headaches and there are 3 main types that non-medical person should be aware of: tension-type headache, migraine and cluster headache. From the secondary headaches, I would have to mention a medication overuse headache.

What are their features and difference between them?

Tension-type headache (TTH) is the most common type of primary headaches, that nearly everyone has occasionally, but women more often than men. Our readers probably experienced it at least once: it tends to be on both sides of the head and feels like a tight band around the head or a cap that is too small, more like a pressure than pain. TTH doesn’t usually stop you from doing anything, but it’s harder to get through the day with it. Its causes appear to be many and varied, however, there are more important factors such as emotional and physical tension (stress, anxiety or poor posture, for example when working at a computer).

Migraine headaches are the second most common type of primary headaches. An estimated 17 million people in Italy (28%) have this type of headache, which makes Italy the country with the highest prevalence of migraine in the world.
Migraine headaches affect children as well as adults, but most often begin at puberty. Before puberty, boys and girls are affected equally by migraine headaches, but after puberty, more women than men have them, because of hormonal influences.
Migraine is recurrent, often life-long, and characterized by recurring attacks.

Attacks typically include:

  • headache, which is usually of moderate or severe intensity, one-sided, pulsating or throbbing in quality, can be aggravated by routine physical activity and lasts from 4 to 72 hours.
  • nausea (the most characteristic associated feature) and sometimes vomiting.
  • photophobia or light sensitivity – a condition in which bright lights hurt your eyes
  • phonophobia – abnormal discomfort from the sound.

About a quarter of people who experience migraine also experience an aura, a series of unilateral fully-reversible visual, sensory or other central nervous system symptoms that usually develop gradually, that can range from seeing black dots and zig zags to tingling numbness on one side of the body, or an inability to speak clearly. Aura sets in shortly before a migraine headache and can last anywhere from 5 to 60 minutes. Anyone who experiences it will confirm it is an unmistakable warning sign that the severe head pain is on its way.
A migraine attack can be provoked by several migraine triggers, including the most common: stress, changing in sleep schedule, alcohol (especially red wine), some food (chocolate, cheese and other dairy products, artificial sweeteners (e.g. aspartame), caffeine, etc.), menstrual periods and dehydration.

Cluster headache is one of the most severe types of pain that a human can experience. This is a rare but important type of primary headache, affecting more men than women. The average age of cluster headache sufferers is 28-30 years, although headaches may begin in childhood. These headaches are a series of brief but extremely severe headaches, usually focused in or around one eye, with tearing and redness of the eye, the nose runs or is blocked on the affected side and the eyelid may droop. The attacks happen every day (up to several times a day) for weeks or months at a time. People tend to get them at the same time each year, such as the spring or fall. Because the headaches are extremely painful and occur in such a large area and provoke other symptoms, cluster headaches can be the most irritating headache, and are sometimes referred to as “suicide headaches.”

Medication overuse headache (MOH) is the most common secondary headache disorder. It is an oppressive, persistent headache, which is often at its worst on awakening and occurs on 15 or more days per month in a patient with a pre-existing primary headache.
MOH is caused by chronic and excessive use of medication to treat headache – 10/15 (depending on the medication) or more days per month for more than 3 months. So, if you feel the urge to use your triptans more than 10 days per month or ibuprofen more than 15 days per month for your headache – do not do this. Consult your doctor about this issue, there are ways to reduce the frequency of your headaches.

Headache is a common excuse for not having sex because it will worsen it. Is it true?

Ok, let’s dispel some of the most common disinformation out there about headache and sex.

When these two words are considered together in the same context, the result typically is something along the lines of “Not tonight honey…I have a headache.” But sex and headache are linked in a variety of ways.
If you imagine yourself in the middle of the migraine attack – intense throbbing headache, nausea, maybe with vomiting, and hypersensitivity to a variety of environmental stimuli – all these symptoms may preclude the desire for sex or ability to achieve orgasm. One study even found that about one-quarter of patients mentioned that migraine headaches affected the frequency or quality of their sex. Although, the researchers found that women who suffer from migraine tend to score relatively high on surveys assessing “sex drive” (the surveys were taken between attacks).

The other research has indicated that women may find sex – particularly sex resulting in orgasm – to be effective in terminating that attack or, at least, reducing symptom intensity. The reason for this – the orgasm, and the resulting rush of endorphins, the brain’s natural painkillers, which are released during sex and numb the pain of migraines. For those who experience relief from migraines during sex, having an orgasm in any way shape or form will help, so even masturbation may be helpful.
So, answering your question: sex may not only “not worsen” the headache, but even improve or stop it. But as always in medicine, it all depends on the individual. And, of course, one shouldn’t try to help people “heal” their headache this way if they didn’t give their consent.

Is it always like that or are there cases of headache that can actually be caused or worsen by sexual activity?

Although individuals afflicted with migraine rarely report orgasm as a trigger for migraine attacks, there’s actually a primary headache disorder officially named Primary headache associated with sexual activity.
It can occur at any sexually active age, is more prevalent in men and occurs independently of the type of sexual activity.
The disease is characterized by headache usually starting as a dull bilateral ache as sexual excitement increases and suddenly becoming explosive intensity just before or with orgasm. It may last for a variable length of time (minutes to hours). While many patients with this disorder also will report a history of typical migraine, the association is far from invariable.
One may suffer this “explosive” orgasmic headache frequently and consistently for a period of time and then experience spontaneous and permanent remission of the headaches. Because a headache during sex also may occur as a consequence of potentially serious medical conditions (eg, brain aneurysm), the diagnosis of the Primary headache associated with sexual activity requires confirmation by a healthcare provider skilled in headache diagnosis and only after a health check-up.

Do the treatment for headache affect sexual activity?

There are two types of headache treatment: acute therapy to stop the attack and preventive treatment to reduce the intensity and quality of attacks.
Acute therapy – the medications patients use to stop the pain – paracetamol, ibuprofen and other non-steroidal anti-inflammatory drugs and triptans are not known for affecting sexual activity.

But if we’re talking about prophylactic treatment which usually means everyday intake of medications, many of the them may reduce sex drive or impair sexual performance, and a few even may adversely influence fertility.

For example, antidepressants, such as amitriptyline, which is used for migraine preventation, are pretty well known for possible side effects as decreased interest in sexual intercourse, loss in sexual ability or performance and even erectile dysfunction. Although there is not much evidence to suggest that the selective serotonin re-uptake inhibitors (SSRIs) – another group of antidepressants – such as fluoxetine (eg, Prozac; Lilly) and paroxetine (eg, Paxil) are effective when used for migraine prophylaxis, migraine is co-morbid with both depression and anxiety (ie, the conditions occur together in the same individual more often than would be expected by chance alone). The SSRIs thus are prescribed frequently for migraine patients, and in both males and females all the SSRIs may reduce sex drive and inhibit or prohibit orgasm; less often they may produce erectile dysfunction.

Beta-blockers (eg, bisoprolol, metaprolol), the class of drugs also commonly prescribed for migraine prevention, also may cause erectile dysfunction in men.

Verapamil, a calcium channel blocker, is frequently prescribed for patients with headache, and while this drug does not affect libido or sexual performance, it may decrease sperm motility and thus promote infertility.

That’s why it’s important to discuss all the possible side effects with your doctor to find a treatment that will reduce headaches, but not sex in patient’s life.

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