Migrazioni climatiche umane

Le migrazioni umane in risposta ai cambiamenti climatici

Circa 10 mila anni fa, con il passaggio dal Paleolitico al Neolitico, il nomadismo delle società umane viene sostituito da uno stile di vita stanziale, grazie alla nascita dell’agricoltura e della pastorizia. L’uomo si insedia stabilmente nelle città e nei diversi ambienti, spesso anche in quelli meno ospitali, occupando quasi tutti gli habitat terrestri. Eppure, ancora oggi, gli eventi migratori costituiscono un comportamento naturale.

L’ecosistema umano odierno si compone sia di fattori ambientali in senso stretto che di fattori economici, sociali e culturali. La spinta migratoria in conseguenza ai cambiamenti nell’ambiente fisico è quindi integrata con processi ed eventi relativi alla sfera economica e sociale: in questo nuovo contesto, le migrazioni sono diventate adattative[1], come testimonia il fenomeno delle migrazioni climatiche. Se cresce la complessità della nicchia ecologica occupata dall’uomo, aumentano anche le variabili che determinano tempi e modi di occupazione di un dato territorio.

Ad oggi, l’impronta fisica del viaggio di Homo sapiens in tutto il globo è rimasta prepotentemente impressa sulla Terra, metaforicamente rappresentata dall’impronta ecologica dell’uomo, la più imponente del regno animale. Tale impatto sta inequivocabilmente mostrando ora i suoi effetti negativi, soprattutto attraverso i cambiamenti climatici.

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Cause delle migrazioni climatiche

I fattori climatici che possono indurre spinte migratorie, sia in maniera diretta che indiretta, ricadono in due macro categorie[1]:

  • gli eventi a decorso lento e progressivo, come l’impoverimento degli habitat;
  • gli eventi improvvisi ed estremi, come cataclismi e disastri naturali.

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Il comportamento migratorio umano in conseguenza dell’esposizione a tali fattori è diversificato: raramente la migrazione è la risposta primaria in caso di cambiamenti a decorso lento e progressivo, mentre spesso si verificano migrazioni permanenti in caso di eventi singoli catastrofici che comportano ingenti perdite soprattutto materiali[1].

Alla dimensione causale e temporale bisogna poi aggiungere anche la dimensione arbitrale, ossia la scelta della migrazione rispetto ad altre alternative. Nel caso delle migrazioni climatiche, non si tratta più solo di opportunità e capacità, come fu per le migrazioni dell’uomo nel Paleolitico, ma si tratta di scelte operate nell’ambito di diverse variabili.

Questo è evidente anche nei casi di migrazioni forzate in seguito ad eventi catastrofici, in cui a migrare è sempre una porzione relativamente piccola della popolazione residente. In particolare, nei casi di migrazioni a seguito di catastrofi, la maggior parte degli sfollati rientra nelle proprie aree di residenza non appena l’emergenza cessa[1]. Inoltre, nelle migrazioni adattative, la scelta comporta dei costi. La maggior parte dei migranti sono non a caso giovani, che hanno più da costruire e meno da lasciarsi alle spalle.

La scelta della migrazione è insomma effettuata su diversi parametri, in un punto di equilibrio tra fattori di spinta, capacità di adattamento e analisi costi-benefici.

Eventi a decorso lento e progressivo

Attraverso l’analisi di casi reali di eventi migratori correlati con eventi climatici, è possibile effettuare previsioni su come in futuro i cambiamenti climatici potrebbero ripercuotersi sulle migrazioni umane, così da predisporre opportune azioni compensative[1].

Un primo esempio riferito alla vulnerabilità agli eventi a decorso lento e progressivo riguarda i gruppi familiari africani della regione del Sahel (fascia di territorio subito a sud del deserto del Sahara). In questa regione dell’Africa (e soprattutto nella sua porzione più occidentale) è presente una variabilità regionale e periodica nella distribuzione e abbondanza delle piogge, che rende imprevedibile il raccolto.

I gruppi familiari di agricoltori devono mettere quindi in atto strategie diversificate per affrontare la siccità locale. Coloro che conducono attività pastorali adottano strategie semi-nomadi, spostandosi con il gregge a livello regionale nelle zone dove il raccolto è abbondante grazie alle piogge.

Nei gruppi familiari stanziali, i membri giovani – solitamente i maschi, ma in alcune culture anche le femmine – compiono migrazioni periodiche verso le aree urbane, per ottenere un impiego stagionale e garantire il sostentamento economico dei familiari rimasti a casa.  Il vantaggio, oltre alla permanenza di una fonte di reddito, è anche la riduzione della pressione sulle risorse, scarse in periodi siccitosi.

Queste condizioni, tuttavia, soprattutto nei periodi in cui il raccolto è particolarmente scarso, non comportano una tendenza a unirsi ai flussi migratori verso l’Europa: nei periodi di magra mancano le risorse economiche per affrontare il viaggio, mentre nei periodi di abbondanza, pur possedendo le risorse necessarie a pagare il viaggio, un solo membro della famiglia potrebbe partire verso l’Europa (in tal caso, si tratta di un membro di cui la famiglia può privarsi per il contributo al sostentamento a lungo termine).

Insomma, i comportamenti migratori, periodici o permanenti e in base alle singole situazioni, sono piuttosto vari e diversificati[1].

Eventi estremi e catastrofici

Il caso studio che riguarda gli eventi climatici improvvisi ed estremi fa capo a uno degli uragani più distruttivi che abbia colpito l’America Latina: l’uragano Mitch, nel 1998. La tempesta ha provocato circa 20 mila morti e due milioni di profughi[1].

Nei Paesi che venivano da anni di guerre civili, sfruttamento indiscriminato del suolo e deforestazione erano già presenti larghe sacche di povertà e degrado. Molti abitanti vivevano nelle periferie o nelle campagne, dove l’habitat impoverito, il suolo franoso e le pianure esposte ad alluvioni hanno prestato il fianco al passaggio catastrofico dell’uragano. In questi Paesi si è verificata la migrazione di molti dei superstiti, mentre alcune diverse migliaia di coloro che sono rimasti vivono in condizioni inospitali.

Di contro, negli Stati in cui le politiche di gestione del territorio erano state improntate a un corretto sfruttamento del suolo e non vi erano fattori di stress derivanti da guerre civili, l’uragano ha provocato per lo più danni non irreversibili. Inoltre, la popolazione delle aree maggiormente esposte era stata fatta evacuare preventivamente, così da non registrare morti. La pressione migratoria ai confini con gli Stati Uniti nei mesi successivi all’uragano Mitch, Messico escluso, era aumentata del 60%[1].

In conclusione, questo studio ha evidenziato come le condizioni climatiche possano funzionare da stimolo alla migrazione e come possano dispiegarsi in schemi temporali periodici o permanenti.

Migranti ambientali

La legislazione in materia di migrazioni climatiche è un elemento che, se conosciuto, influenza le strategie migratorie stesse.

La definizione di migrante ambientale (o profugo ambientale) è codificata ma, sebbene esistano proiezioni che si riferiscono a futuri flussi migratori climatici a dir poco allarmanti (entro il 2050 gli sfollati climatici potrebbero superare i 200 milioni secondo le stime dell’ONU), non esiste ancora una legislazione di riferimento in questo ambito.

Un precedente, in tal senso, potrebbe essere costituito da una sentenza del Comitato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite: l’abitazione di Ioane Teitiota su una delle isole di Kiribati era minacciata dall’innalzamento del livello del mare e la richiesta dell’uomo di asilo in Nuova Zelanda è stata accolta. L’importanza della sentenza risiede nella possibilità da parte di un organismo sovranazionale di vietare ad uno Stato il rimpatrio di un richiedente asilo, basandosi sulla legge internazionale sui diritti umani ICCPR, di natura vincolante.

È necessario quindi colmare il gap legislativo che la Convenzione di Ginevra del 1951 ha lasciato in essere: allora non si poteva immaginare che il cambiamento climatico diventasse una pressante questione globale, ma oggi sappiamo che i cambiamenti climatici sono un dato di fatto e la causa è senza dubbio di origine antropica.

Conseguenze dei cambiamenti climatici sulle società umane

Risulta insomma chiaro che il contesto socio-economico e diverse variabili soggettive si integrano con i fattori ambientali, i quali non basterebbero da soli a generare flussi migratori consistenti[1]. È evidente però che l’ambiente ha sia un impatto diretto sull’abitabilità di un determinato luogo sia un impatto indiretto, agendo sulla disponibilità di risorse e servizi (ossia sulla biocapacità di un dato territorio). La disponibilità di risorse e servizi, a sua volta, impatta sulle condizione economiche, che a loro volta ancora impattano sulla generazione di conflitti e plasmano l’ambiente umano a livello culturale, persino a livello di affezione ai luoghi natii[2].

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A livello globale, la modifica degli habitat al netto delle conseguenze ecologiche determinerebbe anche nuovi schemi di movimenti migratori. Alcune aree potrebbero spopolarsi, mentre altre, che attualmente sono scarsamente abitate e poco ospitali, diventerebbero appetibili in caso di un parallelo sviluppo economico[2].

Una teoria omnicomprensiva delle migrazioni non è accessibile, fintanto che percepiremo la stanzialità come condizione naturale e affronteremo le migrazioni come un’eccezione o un problema[2]. Infatti, i cambiamenti climatici possono influenzare direttamente il senso di sicurezza che, però, non riguarda armi e violenza, ma vita umana e dignità[1]. I cambiamenti climatici e le conseguenti migrazioni possono generare conflitti sociali, ma un ruolo preponderante è svolto piuttosto da fattori preesistenti come povertà, tensioni civili e politiche[1].

Migrazioni climatiche e narrativa del degrado

L’autrice Betsy Hartmann definisce la narrativa del degrado come l’istituzionalizzazione in chiave ostile del pensiero secondo cui i cambiamenti climatici generano depauperazione degli habitat, scarsità di risorse, e innescano flussi migratori verso le aree più ospitali[3]. Lo scenario post apocalittico che ne deriva vede i migranti climatici porsi in inevitabile conflitto con le popolazioni residenti, occupando e generando ampie sacche di povertà e di degrado che ripetono il circolo vizioso. In realtà, tale concetto, secondo l’autrice, è vetusto e fuorviante per l’approccio globale al fenomeno migratorio, oltre che spesso utilizzato dalle istituzioni con svariati intenti.

Per restare ancorati ai fatti, si riportano alcuni casi esempio[3]. L’UNEP (United Nations Environment Programme) nel 2007 attribuì il conflitto in Darfur a una combinazione di pressione demografica, scarsità di risorse e cambiamenti climatici. La capacità portante dell’ambiente, sia fisico sia socioeconomico, ha originato le violenze e le migrazioni che hanno caratterizzato quel  fenomeno.

Di lì a poco, l’eco ha raggiunto il resto del mondo: sempre nel 2007, in un rapporto del CNA (Centro di ricerca in materia di difesa degli USA) intitolato National Security and the Threat of Climate Change si legge che il riscaldamento globale potrebbe indurre instabilità politica diffusa in molte nazioni povere e ampi flussi migratori di rifugiati sia negli USA che in Europa[3].

Queste argomentazioni, sebbene siano fondate da un punto di vista strettamente ecologico, propongono una visione deterministica del rapporto uomo-risorse. La visione, se ampiamente accettata e istituzionalizzata, può avere come ricaduta positiva una call for action politica globale a intraprendere azioni di mitigazione verso i cambiamenti climatici; tuttavia, se strumentalizzata, rischia di diffondere il concetto di migrazioni come minaccia alla sicurezza.

Invero, proprio dall’Africa giungono spunti di riflessione su una visione alternativa derivante da esperienze effettive in alcune aree soggette a siccità. I conflitti locali, è stato osservato, diminuiscono nei periodi siccitosi, quando le risorse scarseggiano, e viceversa aumentano proporzionalmente alla disponibilità di risorse[3].

Migrazioni climatiche del passato

Secondo il modello paleoantropologico denominato Out of Africa, Homo erectus realizzò la prima migrazione al di fuori dell’Africa verso l’Eurasia, la Out of Africa I. La storia del genere Homo in Eurasia nei periodi pleistocenici medio e superiore proseguì attraverso colonizzazioni, occupazioni, espansioni, contrazioni e probabili estinzioni locali, tutte legate alle condizioni climatiche[4]. Fu l’alternanza di periodi glaciali e interglaciali a disegnare il mosaico di luoghi in cui le condizioni climatiche erano di volta in volta favorevoli o sfavorevoli.

Gli adattamenti comportamentali che l’uomo arcaico mise in atto in risposta ai cambiamenti climatici furono sia migrazioni, alla ricerca di territori ricchi di risorse disponibili, sia insediamenti relativamente stabili. In questo contesto sono state acquisite nuove tecnologie atte a perfezionare le abilità nella caccia, nel confezionare il vestiario, nel procurarsi un riparo e nello sviluppare nuove abilità da raccoglitori, oltre che da cacciatori[4]. Successivamente, circa 60 mila anni fa, Homo sapiens, in condizioni climatiche favorevoli e in possesso di nuove tecnologie, compì la terza migrazione fuori dall’Africa del genere Homo, la Out of Africa III. I fossili più antichi riferibili ad Homo sapiens, sebbene tassonomicamente dibattuti, provengono dal Marocco e risalgono a 300.000 anni fa[5].

Resti più recenti, di circa 70.000 anni fa, provengono dall’Africa orientale e, secondo diversi autori, il contingente che ha poi conquistato il resto del mondo è partito da quest’area diffondendosi in Eurasia a partire dal Medio Oriente[4, 6].

Il processo migratorio e gli adattamenti stanziali nel subcontinente indiano, secondo uno studio del 2017, indicano ancora una volta il clima e la disponibilità di risorse idriche come fattori chiave per il comportamento sia stanziale che migratorio di Homo sapiens durante il tardo Pleistocene[7].

Maggiori dimensioni relative dell’encefalo, andatura bipede perfezionata, struttura anatomica adatta a maneggiare armi più complesse, nuove tecnologie ed infine (ma non da ultimo) lo sviluppo del linguaggio, costituiscono il pacchetto evolutivo proprio di Homo sapiens, l’uomo moderno, il risultato degli incontri e degli scontri con le altre specie di Homo preesistenti,  evolutesi in Eurasia dopo la Out of Africa I[8].

Conclusioni

Per quanto visto, le migrazioni attuali fanno capo solo in parte a fattori strettamente ambientali, dipendendo esse da tutte le variabili dell’ecosistema umano: ambiente fisico e clima, catastrofi naturali, ma soprattutto fattori economici, sociali, affettivi, e valutazioni su costi-benefici. La capacità portante dell’ambiente è decisiva, ma non possiamo trascurare il ruolo attivo dell’uomo nel creare il proprio ecosistema. Dato che l’uomo possiede la capacità unica nel mondo animale di plasmare il suo ambiente, di distruggerlo oppure salvaguardarlo, può gestire le risorse e può accogliere il fenomeno migratorio in chiave conflittuale oppure costruttiva.

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Referenze

  1. McLeman, R., & Smit, B. (2006). Migration as an adaptation to climate changeClimatic change76(1), 31-53;
  2. Black, R., et al. (2011). The effect of environmental change on human migration. Global environmental change21, S3-S11;
  3. Hartmann, B. (2010). Rethinking climate refugees and climate conflict: Rhetoric, reality and the politics of policy discourseJournal of International Development: The Journal of the Development Studies Association22(2), 233-246;
  4. Dennell, R. W. (2008). Human migration and occupation of EurasiaEpisodes31(2), 207;
  5. Stringer, C., & Galway-Witham, J. (2017). On the origin of our species. Nature, 546(7657), 212-214;
  6. Rito, T., et al. (2019). A dispersal of Homo sapiens from southern to eastern Africa immediately preceded the out-of-Africa migration. Scientific reports9(1), 1-10;
  7. Blinkhorn, J., & Petraglia, M. D. (2017). Environments and cultural change in the Indian subcontinent: implications for the dispersal of Homo sapiens in the Late PleistoceneCurrent Anthropology58(S17), S463-S479;
  8. Lieberman, D. E., & Churchill, S. E. (1998). Evoluzione del genere Homo. In: Frontiere della vita, Treccani.

Immagine di copertina da pikist.com.

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