Malattie infiammatorie croniche intestinali: protocolli nutrizionali

Le malattie infiammatorie croniche intestinali (MICI), dall’inglese Inflammatory Bowel Disease (IBD), sono classificate come disturbi cronici invalidanti e comprendono principalmente il Morbo di Crohn e la Colite ulcerosa. Le IBD sono considerate malattie eterogenee, in quanto possono manifestarsi a qualsiasi età senza distinzione di sesso e con una patogenesi ancora non del tutto chiara.

Entrambe le forme di infiammazione intestinale si manifestano clinicamente con sintomi quali diarrea, dolore addominale, sensazione di gonfiore, sanguinamento rettale e perdita di peso. Ciò che le distingue è il tratto dell’apparato digerente interessato; mentre nella colite ulcerosa l’infiammazione e le lesioni interessano esclusivamente lo strato più esterno della parete gastrica (mucosa) del colon e del retto, nel Morbo di Crohn l’infiammazione si estende lungo tutto il tratto digerente, dalla bocca fino all’intestino crasso, ma soprattutto il danno non è limitato alla mucosa e interessa tutti gli strati della parete intestinale.

IBD e dieta occidentale

Sebbene i meccanismi che portino allo sviluppo della malattia siano piuttosto complessi e non ancora completamente spiegati, le informazioni attuali indicano un’origine multifattoriale. Il processo infiammatorio cronico alla base della patogenesi delle IBD riflette una risposta immunitaria alterata derivante da un’interazione conflittuale che coinvolge diversi fattori ambientali, tra i quali sono compresi anche gli antigeni alimentari, una modificazione nella composizione del microbiota intestinale e la suscettibilità individuale legata alla predisposizione genetica.

La dieta occidentale, definita da un elevato apporto calorico rispetto al fabbisogno energetico reale e dal consumo di grandi quantità di grassi e zuccheri a discapito di frutta e verdura, è stata associata ad una marcata riduzione della diversità del microbiota, una condizione nota come disbiosi.

Ruolo dei nutrienti nell’induzione dell’infiammazione

La carenza di fibra alimentare nella dieta è considerata tra le cause principali di disbiosi. Le fibre alimentari non sono altro che carboidrati non digeribili nè assorbibili nell’intestino tenue dell’uomo e che riescono, quindi, a giungere immodificati nel colon. Alcuni componenti della fibra sono fermentati ad opera dei batteri residenti nell’intestino in acidi grassi a catena corta (acetato, butirrato e propionato). Questi ultimi sono composti fondamentali per il metabolismo delle cellule epiteliali specifiche del colon, i colonociti, contribuiscono a mantenere intatto l’epitelio e a modulare la risposta immunitaria.

La dieta occidentale di solito è caratterizzata da un elevato introito di acidi grassi polinsaturi (PUFA) della serie omega-6 e al contrario da un basso apporto di PUFA omega-3. Mentre gli acidi grassi omega-3, come l’acido alfa-linolenico, derivante principalmente dalle verdure e l’acido eicosapentaenoico (EPA) e l’acido docosaesaenoico (DHA), contenuti primariamente nei pesci, possiedono proprietà antinfiammatorie, gli acidi grassi omega-6, in particolare l’acido arachidonico, sono considerati importanti mediatori del’infiammazione e possono contribuire all’aumento della permeabilità dell’epitelio intestinale.

Altro aspetto molto importante del quale tener conto nelle malattie infiammatorie intestinali è la malnutrizione e la carenza di microelementi quali zinco, ferro e selenio e delle vitamine D e K, dell’acido folico e delle vitamine del gruppo B (B1, B6 e B12).

Protocolli dietetici nel trattamento delle IBD

Che la nutrizione giochi un ruolo fondamentale nelle patologie infiammatorie è chiaro e che, in associazione alla terapia farmacologica, si renda necessario anche un cambiamento delle abitudini e delle scelte alimentari che possano contribuire a favorire la remissione della malattia così come la riduzione dei sintomi gastrointestinali funzionali ed evitare la necessità di interventi chirurgici nei pazienti.

Diversi approcci nutrizionali per il trattamento delle IBD sono stati descritti in letteratura scientifica, anche se i gastroenterologi dichiarano che attualmente non esista ancora un protocollo dietetico decisamente efficace, dati promettenti si concentrano principalmente su tre protocolli:

  • nutrizione enterale esclusiva (EEN);
  • dieta a base di carboidrati specifici (SCD);
  • dieta a basso contenuto di FODMAPs.

Nutrizione enterale esclusiva

La nutrizione enterale esclusiva è ad oggi il protocollo nutrizionale maggiormente utilizzato nei paesi asiatici per indurre la remissione dell’infiammazione associata al Morbo di Crohn, sia in età pediatrica che negli adulti, con un’efficacia paragonabile a quella dei farmaci antinfiammatori comunemente utilizzati.

La nutrizione enterale esclusiva prevede l’utilizzo di formulazioni liquide, con una composizione in nutrienti predefinita e ben controllata, generalmente per un periodo di tempo compreso tra le 6 e le 8 settimane, durante il quale i pazienti non possono consumare altri alimenti. Le formule utilizzate per la EEN sono classificate in base alla fonte di azoto in:

  • elementari, a base di amminoacidi;
  • semi-elementari, contengono oligopeptidi;
  • polimeriche, a base di proteine intere.

La scelta della formulazione in ogni caso non cambia l’efficacia terapeutica. L’unico svantaggio di questo protocollo nutrizionale è sicuramente la bassa palatabilità delle formulazioni liquide e la monotonia della dieta.

Dieta a base di carboidrati specifici

Si tratta di un protocollo nutrizionale ideato nel 1951 dal gastroenterologo Dr. Sidney Haas e reso noto negli anni successivi dalla biochimica Elaine Gottschall. La dieta si basa sul principio che, i carboidrati non digeribili che giungono immodificati fino al colon possono essere oggetto, in alcuni individui, di un’eccessiva fermentazione e conseguente produzione di acidi lattici, acetati e altri acidi organici che, a loro volta, causerebbero ulteriori lesioni a carico della mucosa. Partendo da questo presupposto, l’obiettivo della dieta è quello di selezionare specifiche fonti di carboidrati che richiedono processi digestivi minimi, che vengono assorbiti facilmente ed in modo rapido nell’intestino e che non si rendano quindi disponibili alla fermentazione microbica.

Quali alimenti sono ammessi e quali esclusi?

Dal punto di vista pratico si tratta di una dieta di esclusione altamente restrittiva che consente il consumo di carboidrati semplici, quali i monosaccaridi, ma esclude tutti i disaccaridi ed i polisaccaridi come il lattosio, il saccarosio (zucchero comune), il mannosio, l’isomaltosio e gli amidi. Non è un protocollo adatto a tutti i pazienti con IBD; infatti, essendo tendenzialmente ricco di fibre, nei pazienti con Morbo di Crohn e stenosi dell’intestino tenue potrebbe causare la completa ostruzione.

Viene consentita quasi tutta la frutta poiché contiene fruttosio e glucosio, le verdure con un contenuto maggiore di amilosio rispetto all’amilopectina, che risulta essere meno digeribile, le noci e le farine derivati dalle noci, i latticini a basso contenuto di lattosio (ricotta secca), la carne, le uova, il pesce, gli oli ed il burro. Sono esclusi tutti i cereali e le farine derivanti dai cereali, le patate, il mais, la soia e i prodotti a base di soia, il latte, i latticini ed i formaggi ad elevato contenuto di lattosio nonché alcuni additivi e conservanti alimentari.

Quali sono i principali svantaggi del seguire questo protocollo?

La scelta degli alimenti risulta essere spesso difficile per i pazienti, soprattutto per quanto riguarda quelli confezionati che richiedono un’attenta lettura dell’etichetta e il rischio di incorrere in errore è molto alto. Proprio per questo si consiglia di consumare cibo preparato in casa. Alcuni dati suggeriscono che un’aderenza meno restrittiva alla dieta sia comunque efficace nel mantenimento della remissione dei sintomi funzionali, sulla base della tolleranza individuale verso alcuni alimenti normalmente esclusi dalla SCD.

Non esistono raccomandazioni formali sulle tempistiche appropriate inerenti la reintroduzione degli alimenti nella dieta, generalmente è consigliabile comunque reintrodurre singoli alimenti e verificare insieme al gastroenterologo e al nutrizionista l’eventuale comparsa di sintomi nelle settimane successive. L’efficacia della dieta dovrebbe essere valutata almeno dopo un mese dal suo inizio.

Dieta a basso contenuto di FODMAPs

L’acronimo FODMAPs è stato coniato nel 2005 da Gibson e Shepherd alla Monash University di Melbourne, in Australia, per indicare gli oligo- di- e monosaccaridi fermentabili e i polioli. La dieta a basso contenuto di FODMAPs si basa su un principio simile a quello della SCD in quanto tenta di escludere i carboidrati a catena corta scarsamente assorbibili che possono causare, in seguito a fermentazione microbica, la produzione di gas che viene spesso associata a sensazione di gonfiore addominale, crampi e alterata motilità intestinale.

Cosa sono nello specifico i FODMAPs?

Il protocollo dietetico prevede l’esclusione di tutti gli alimenti che contengono  oligosaccaridi (fruttani, fruttoligosaccaridi e galatto-oligosaccaridi), disaccaridi (lattosio e lattulosio), monosaccardi (fruttosio) e i polioli (sorbitolo, mannitolo, maltitolo, xilitolo, isomalto e polidestrosio). Questi ultimi in particolare comprendono decine di composti utilizzati ampiamente nell’industria alimentare come addensati e dolcificanti. Il lattosio viene considerato parte dei FODMAPs solo nei pazienti con intolleranza diagnosticata mediante breath test. La dieta esclude alcuni cibi che sono invece consentiti nella SCD come l’aglio, la cipolla, i legumi e una gran varietà di frutta, ma ammette l’uso di alcuni cereali e pseudo cereali, del saccarosio e dello sciroppo d’acero.

Pro e contro

Questa è una dieta di esclusione che impone un’importante restrizione nelle scelte alimentari che comprendono anche alcuni alimenti di base, un’ampia gamma di verdura e frutta e pertanto risulta essere scarsa di antiossidanti. Inoltre, il ridotto apporto di fibre potrebbe aumentare la costipazione nei pazienti e l’esclusione di prodotti lattiero-caseari potrebbe aumentare la tendenza alla scarsa biodisponibilità del calcio. Pertanto sono necessari ulteriori approfondimenti sulle conseguenze a lungo termine dell’aderenza a questo tipo di dieta.

Nel complesso, questo protocollo nutrizionale è in realtà meno restrittivo rispetto alla SCD e le esclusioni alimentari tendono ad essere solo temporanee poiché viene incoraggiata la reintroduizione dei FODMAPs dopo circa 6-8 settimane dall’inizio della dieta.

Referenze

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