Recensioni

La vita immortale di Henrietta Lacks

Non so se vi sia mai capitato di leggere quel libro che vi lascia un segno dentro, che vi smuove ogni volta che lo aprite. A me no, credo. Forse ne ho sentito qualcuno più di altri, ma nessuno che mi avesse mai fatto provare emozioni diverse e dirompenti. Fino a ora. Recentemente, infatti, mi è capitato di leggere “La vita immortale di Henrietta Lacks“, scritto dalla giornalista statunitense Rebecca Skloot nel 2010. Ecco, questo libro sì che mi ha colpito: ogni pagina mi faceva venire il magone, poi mi faceva sorridere e nel frattempo mi dava speranza. Narra la storia di Henrietta Lacks, una giovane vissuta nella prima metà del Novecento che ha cambiato per sempre, e suo malgrado, le sorti della medicina e della biologia.

Se avete qualche familiarità con la ricerca biomedica, potreste già conoscere le famose cellule HeLa, quotidianamente coltivate nei laboratori di tutto il mondo. Vi siete mai chiestə da dove arrivano? “La vita immortale di Henrietta Lacks”, in Italia edito da Adelphi e tradotto da Luigi Civalleri, è secondo me uno dei più impressionanti lavori di giornalismo scientifico degli ultimi decenni e narra proprio delle vicende che hanno portato alla nascita di queste cellule: dal coinvolgimento involontario di Henrietta Lacks e dei suoi familiari, all’impatto globale che hanno avuto.

Chi era Henrietta Lacks?

Nata nella discriminazione

Henrietta Lacks nacque nel 1920 a Roanoke, in Virginia (Stati Uniti), e passò gran parte della sua vita a Clover, dove la sua famiglia coltivava tabacco dai tempi della schiavitù. Henrietta era una donna afro-discendente e, in quanto tale, poteva frequentare solo i «posti dei neri», scuole e ospedali inclusi. Gli Stati Uniti avevano infatti abolito la schiavitù ormai dal 1865, ma non di certo la discriminazione razziale. Talvolta, le persone nere venivano addirittura viste ancora come dei soggetti da sperimentazione senza particolari diritti da tutelare.

È emblematico il famoso caso delle sperimentazioni di Tuskegee, in Alabama. Lì, a partire dal 1932, lo United States Public Health Service reclutò seicento mezzadri neri per studiare il decorso della sifilide in soggetti a cui venivano negate cure e terapie, senza ovviamente informare adeguatamente i partecipanti sulla natura della sperimentazione.

Tra le persone nere, giravano addirittura storie raccapriccianti di «dottori della notte» che, protetti dalle tenebre, se ne andavano in giro a riesumare cadaveri o a rapire persone nere per sottoporle a sperimentazioni di varia natura. Sebbene spesso gonfiate dalla paura e condite di dettagli fantasiosi, queste storie avevano una base solida di verità e traevano le loro origini, di nuovo, direttamente dai tempi della schiavitù.

I dubbi di Henrietta Lacks

Non sorprende dunque che le persone nere fossero spesso un po’ riluttanti nel frequentare ospedali o luoghi di cura. Lo stesso valeva per Henrietta Lacks.

Intorno al 1950, la giovane iniziò ad avvertire un dolore nel basso ventre, che associò ben presto a un piccolo nodulo che «sentiva dentro di sé». Ne parlò con le amiche, ma decise di non farsi visitare: temeva che lə medicə avrebbero potuto «prendere il suo utero e impedirle di avere altri figli». Inoltre, l’unico ospedale vicino che prendeva in cura le persone nere era il Johns Hopkins di Baltimore, nel Maryland: su quel luogo, però, giravano strane storie, simili a quelle dei «dottori della notte», e sorgeva per di più in un quartiere povero, abitato prevalentemente da persone nere. Agli occhi dellla popolazione nera, dunque, era lampante il fatto che medicə e scienziatə di quell’ospedale cercassero un accesso diretto a pazienti da utilizzare per le loro sperimentazioni. In realtà, l’Ospedale Johns Hopkins era nato con l’intento opposto: dare accesso alle cure agli emarginati e ai poveri, senza «distinzioni di sesso, età o colore».

Ma anni di discriminzioni e soprusi sono difficili da cancellare in così poco tempo.

La diagnosi di carcinoma

In ogni caso, il dolore al ventre non smetteva di farsi sentire e, nel gennaio del 1951, Henrietta Lacks si decise ad andare al Johns Hopkins. La diagnosi fu ben presto chiara: «carcinoma epidermoide alla cervice, primo stadio». All’epoca questo tipo di tumori altamente invasivi veniva trattato con una terapia al radio, che consisteva nell’inserire una barretta di radio a diretto contatto con l’area tumorale. Prima di iniziare la terapia su Henrietta, i dottori prelevarono un piccolo campione del carcinoma da utilizzare a scopo di ricerca nei laboratori dell’ospedale.

Nessuno chiese mai il consenso alla paziente per questo prelievo.

Purtroppo, Henrietta Lacks non rispose positivamente alla terapia e, nel giro di qualche mese, «il diavolo stesso del dolore», «l’oscurità che si stava espandendo dentro» di lei, divenne insostenibile per il suo corpo. Henrietta Lacks morì nell’ottobre del 1951 all’interno dell’Ospedale, appena 9 mesi dopo aver ricevuto la diagnosi. Lei morì, ma nel frattempo qualcosa stava nascendo.

Cosa sono le cellule HeLa?

“HeLa” è una linea di cellule umane coltivate in laboratorio e largamente utilizzata nella ricerca clinica e biologica. La facilità e la velocità con cui si moltiplicano in coltura fa sì che queste cellule siano diffuse in moltissimi laboratori. Addirittura, le cellule HeLa attecchiscono così bene che, negli anni, hanno contaminato numerose altre linee cellulari, causando danni per milioni e milioni di dollari alla ricerca.

Ma da dove vengono queste cellule, che sembrano offrire «quasi un assaggio di immortalità»? Proprio da quel campione di tessuto prelevato da Henrietta Lacks prima di iniziare la terapia al radio. “HeLa” è infatti la crasi di “Henrietta Lacks”.

Le cellule di Henrietta Lacks

Dopo la biopsia, il campione del carcinoma venne portato nei laboratori di George Gey, il responsabile della ricerca sulle colture cellulari del Johns Hopkins. Gey e sua moglie cercavano da decenni di sviluppare un protocollo di coltura stabile di cellule tumurali umane. L’intento era studiarle per trovare la causa e la cura per il cancro. All’epoca, tuttavia, le tecniche di coltura cellulare erano ancora molto rudimentali. Ad esempio, non si conosceva ancora una formulazione per i terreni di coltura, né si era in grado di arginare efficaciemente le contaminazioni. La maggior parte delle linee cellulari umane, dunque, si estingueva ben presto dopo la messa in coltura.

Le collaboratrici di Gey processavano quotidiniamente numerosi campioni provenienti da pazienti dell’Hopkins, nella speranza di trovare la giusta combinazione di fattori per creare una linea cellulare umana stabile. Il carcinoma di Henrietta Lacks era quindi solo l’ennesimo campione da processare, senza nulla di speciale. Come da prassi, quando ricevvetero il tubo, apposero la sigla “HeLa”, prendendo direttamente dal nome della paziente.

Ma ben presto il laboratorio di Gey si accorse che l’esperimento “HeLa” avevano qualcosa di diverso. Le cellule non stavano semplicemente crescendo e replicandosi, come quelle di molti altri campioni. Lo stavano facendo «con intensità quasi mitologica, […] raddoppiando di numero ogni 24 ore». In pratica, le cellule HeLa in coltura stavano crescendo «venti volte più velocemente» di quanto non avrebbero fatto nel corpo di Henrietta Lacks, morta appena qualche giorno prima.

Il labortorio di Gey aveva isolato la prima linea immortale di cellule tumorali umane.

Il successo delle cellule HeLa

Da quel momento le cellule HeLa si diffusero rapidamente in molti laboratori di ricerca, alcuni dei quali divennero delle vere e proprie «fabbriche di cellule». Negli anni, al di là della spinta che diedero alla ricerca sulle colture di cellule e tessuti, le cellule HeLa fornirono un contributo inestimabile anche a molti altri campi: dalla virologia alla genetica, dalla cosmesi alla farmacia, fino agli studi sugli effetti cellulari dei viaggi spaziali e della bomba nucleare. Le cellule HeLa erano «inarrestabili».

La vita immortale di Henrietta Lacks

La storia di Henrietta Lacks e delle cellule HeLa va però ben oltre queste iniziali vicende. Anzi, arriva fino ai giorni nostri, e continuerà per molto ancora. Fino agli anni Settanta (venti anni dopo la morte), infatti, la famiglia non aveva idea che le cellule di Henrietta Lacks fossero usate in tutto il mondo a scopi di ricerca, né della loro rilevanza. La notizia arrivò alla loro orecchie per puro caso, ma giunse come una bomba: cosa significava che le cellule di Henrietta erano ancora vive dopo la sua morte? E che venivano utilizzate per le più disparate sperimentazioni, come test su navicelle spaziali o con le radizioni? C’entravano ancora i «dottori della notte»? Significava forse che Henrietta era stata spedita sullo spazio e che fosse stata utilizzata come cavia nei test atomici? E cos’è poi una cellula?

La famiglia Lacks, soprattutto i figli e le figlie di Henrietta, non riuscivano a darsi una risposta. Da un lato c’era chi pretendeva un compenso a fronte di tutti i guadagni che le industrie farmaceutiche avevano fatto grazie alle cellule HeLa. Dall’altro, invece, c’era chi pretendeva solo di sapere, di conoscere cosa stesse succedendo. «Era come un incubo […] sapere che Hopkins teneva una parte di Henrietta ancora viva e che lə scienziatə stavano facendo esperimenti su di lei senza che la famiglia ne fosse al corrente». Mentre lə scienziatə di tutto il mondo scrivevano liberamente delle cellule HeLa e studiavano indiscriminatamente ogni loro aspetto, c’era chi addirittura non aveva mai visto una foto di Henrietta, come la figlia Deborah Lacks, nata appena qualche settimana prima dell’infausta diagnosi. Com’era possibile? Perché Deborah non sapeva nemmeno come fosse fatta sua madre o quale fosse la sua voce, mentre nei libri di biologia cellulare capeggiavano foto di Henrietta e nei referti dell’Hopkins sue firme autografe?

Il riscatto della famiglia Lacks

Per rendere giustizia all’intera vicenda delle cellule HeLa, di Henrietta e della famiglia Lacks, la giornalista Rebecca Skloot compie una mastodontica opera di ricostruzione storica e scientifica. “La vita immortale di Henrietta Lacks”, nasce infatti per affrontare «scienza, etica, razzialità e classi sociali, […] utilizzando la narrativa della storia della famiglia Lacks».

La nascita delle cellule HeLa non può infatti essere vista se non nel contesto storico e sociale in cui avvenne. Deborah Lacks, ad esempio, da un lato vedeva il prelievo senza consenso di cellule come «un’aggressione violenta nei confronti di sua madre», ma dall’altro era felice per quello che le cellule stavano significando per la scienza e per il progresso della medicina. Se era così famosa, però, sua madre meritava «almeno di essere conosciuta», e la sua famiglia meritava «almeno di sapere».

Conclusione

L’intera storia di Henrietta Lacks e delle cellule HeLa ha in effetti dell’incredibile. A mio avviso, rappresenta un esempio perfetto di come scienza e società siano molto più interconnessi di quello che vogliamo: ci piace credere che la scienza sia imparziale e operi al di là delle vicende umane, etiche, politiche e religiose; ma la scienza è fatta da esseri umani, e non può che essere strettamente legata alle loro storie.

La storia di Henrietta Lacks merita di essere conosciuta, sia come vicenda scientifica che, soprattutto, come vicenda storica e sociale. E nel suo libro, Rebecca Skloot è riuscita nell’ardua impresa di conciliare il tutto, prima investigando le vicende e poi guadagnandosi la fiducia della famiglia, che era ormai diffidente nei confronti della scienza e del giornalismo. L’autrice non ha mai mancato di portare il dovuto rispetto alle vicende e alla persone, alle loro emozioni e alle loro paure. Non so come, ma a ogni pagina mi sono sentito sempre presente in prima persona in quello che stava succedendo.

L’esempio migliore? Il momento in cui viene mostrata a Deborah una foto dei cromosomi di sua madre, colorati a fluorescenza con la tecnica FISH. Di fronte a questo piccolo prodigio della tecnica e della scienza, che faceva assomigliare i cromosomi colorati a un «cielo notturno pieno di lucciole rosse, blu, gialle, verdi, viola e turchesi», Deborah non ha potuto che esclamare: «è bellissimo!». Insomma, un libro da non perdersi assolutamente.

Immagine di copertina generata con l’AI.

Sono un giovane biologo evoluzionista con un dottorato in genomica comparata nel corso "Tecnologie innovative e uso sostenibile della pesca e delle risorse biologiche del Mar Mediterraneo". Il mio principale interesse di ricerca è la zoologia e la genomica comparata, soprattutto di invertebrati. Al momento sono un ricercatore postdoc all'Università di Leicester, nel Regno Unito. La natura non smette mai di stupirmi, dai meccanismi più nascosti che permettono ad una cellula di vivere e riprodursi, fino alle grandi interazioni ecosistemiche che si sviluppano tra le comunità di organismi. Da quando al liceo ho iniziato i primi studi di biologia c'è però sempre stata una domanda che ha mosso il mio interesse più delle altre: come può l'evoluzione aver dato origine a tutta la diversità genetica, di specie e di ambienti che oggi osserviamo sul nostro pianeta? Non potevo allora che farne la mia occupazione principale. - Enjoy BioPills -

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