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Intelligenza umana e linguaggio: prima l’uovo o la gallina?

Evoluzione-del-linuaggio

Per i paleontologi fin’ora l’intelligenza umana è nata in conseguenza della capacità di manipolare e creare oggetti dovuta alla conquista del bipedismo che ha reso libere le mani dei nostri antenati. La maggiore padronanza dei nostri gesti avrebbe portato un grande sviluppo del cervello e quindi delle nostre acute capacità intellettive, tra le quali anche il linguaggio. La paleoantropologa Dean Falk in un suo libro rilegge però molti indizi provenienti da differenti discipline e propone una interpretazione abbastanza differente, che pone l’origine del linguaggio come l’inizio di quella serie di eventi che hanno dato poi luogo allo sviluppo del cervello e solo alla fine della capacità di creare strumenti.

Anche secondo la studiosa tutto sarebbe cominciato con gli Australopiteci e la loro conquista della postazione eretta per adattarsi alla vita nelle praterie erbose.

La nuova postura ha richiesto un cambiamento strutturale nelle ossa del bacino per supportare tutto il peso del corpo su soli arti posteriori e ciò ha causato il restringimento del canale del parto nelle femmine portando i nostri primi progenitori bipedi a dare alla luce neonati più prematuri, piccoli e indifesi rispetto ai cugini che ancora vivono sugli alberi.
Istinto_di_presa Tra gli effetti più importanti di queste nascite sistematicamente premature c’è stata la perdita dell’istinto di presa che permette alle altre scimmie antropomorfe di aggrapparsi alla madre durante il suo spostarsi di ramo in ramo (brachiazione).

I primi ominidi dovevano quindi utilizzare le loro braccia libere, oltre che per afferrare oggetti, anche per trasportare i propri figli fino a che non avessero imparato a camminare da soli.

L’origine del linguaggio, che è tra le caratteristiche distintive della specie umana, sarebbe quindi dovuta secondo la Falk al bisogno delle madri australopitecine (e delle loro discendenti) di mantenere un contatto con i propri piccoli quando dovevano appoggiarli a terra e allontanarsi, per esempio per raccogliere cibo.

Il contatto fisico e visivo costante che si instaura tra le madri scimpanzé e i loro piccoli sarebbe quindi stato via via sostituito da un contatto sonoro e questo avrebbe portato a sviluppare la capacità di emettere suoni, inizialmente simili a vocali.

A partire da questi suoni vocalici si sarebbe evoluto il primo protolinguaggio che l’antropologa immagina molto simile al “baby talk”, la lingua semplificata che noi umani usiamo istintivamente con un bambino molto piccolo e che enfatizza molto, appunto, le vocali e la ripetizione di suoni semplici.

Come spesso accade in evoluzione poi si è avuto l’acquisto di una nuova funzione da parte del linguaggio che da semplice mezzo per segnalare la propria presenza e identità ha cominciato ad essere veicolo di informazioni via via più complesse.

Fonte: Falk D – Lingua Madre. Cure materne e origini del linguaggio – Bollati Boringhieri, Brezzo di Berdero 2015.

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