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Incendio come disturbo ecologico

Come reagiscono gli ecosistemi al fuoco?

Gli incendi sono da sempre un agente ecologico in grado di regolare e modellare continuamente gli ecosistemi forestali e non. La preoccupazione nei confronti dei fenomeni incendiari nasce nel momento in cui tali eventi sono intensificati (soprattutto in termini di durata ed estensione) dall’attività umana. Il fattore antropico li rende infatti difficilmente controllabili, mettendo in crisi la capacità di resilienza degli ecosistemi colpiti. Sappiamo però che la regola “nulla è perduto” in natura è generalmente più valida che mai: dopo la distruzione possiamo sempre aspettarci una rinascita.

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Incendi ed ecologia

Nel contesto ecologico, gli incendi sono considerati un evento di disturbo, ossia un evento in grado di modificare le condizioni ambientali di un ecosistema. Ogni evento di disturbo è caratterizzato da una intensità, una durata ed una frequenza: da questi fattori dipende non solo il grado di alterazione dei parametri ambientali, ma anche la tipologia di risposta adattativa che gli organismi sono in grado di intraprendere per ristabilire il loro equilibrio con l’ambiente[3].

In numerose zone bioclimatiche della Terra dove si ha un periodo annuo di aridità regolare, gli incendi hanno assunto però un ruolo ecologico per lo più stabile. È  proprio grazie al passaggio del fuoco che alcuni ecosistemi (come quelli mediterranei e della savana) possono sussistere ed autoregolarsi, in quanto la distruzione apportata dagli incendi permette la continua rigenerazione della comunità vivente. In sintesi, possiamo definire il fuoco come elemento partecipativo alla formazione del mosaico ambientale di molte delle regioni terrestri tra le più ricche in biodiversità.

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Vegetazione adattata agli incendi

Quando si parla di incendi che colpiscono gli ecosistemi naturali, il primo pensiero è quasi sempre rivolto all’impatto sulla vegetazione. Non sempre però la copertura vegetale di un ecosistema risponde esclusivamente in termini negativi.

Pensiamo ad esempio alle pirofite (dal greco pyros, fuoco, e phytos, pianta), ossia alle piante che nella loro storia evolutiva si sono adattate a contrastare il disturbo da incendio, integrandolo nel loro ciclo vitale. Non risulta un caso che tra esse figurino ad esempio diversi generi appartenenti alla macchia mediterranea (come Quercus, Erica e Cistus), frequentemente interessata proprio da incendi naturali[2].

All’interno di questo particolare gruppo di piante è possibile distinguere le pirofite attive e le pirofite passive. Le pirofite attive rispondono positivamente all’interazione col fattore fuoco, stimolando la propria crescita vegetativa e rinnovando i tessuti danneggiati. Le pirofite passive, invece, attuano una strategia maggiormente mirata alla protezione delle proprie gemme vegetative; tale protezione è conferita da ispessimenti della corteccia, da un alto contenuto idrico e da concentrazioni considerevoli di sostanze che ne aumentano la resistenza al fuoco: ad esempio la sughera (Quercus suber), una specie arborea tipica del Mediterraneo occidentale, è in grado di produrre grandissime quantità di suberina (la principale sostanza di cui è composto il sughero) nelle cellule morte della corteccia, garantendo così un elevato isolamento termico[2].

Ancor più dipendenti dal fuoco sono quelle specie di pirofite che vengono distrutte in buona parte o completamente dagli incendi, ma i cui semi necessitano del passaggio del fuoco per germinare; ne sono degli esempi il pino d’Aleppo (Pinus halepensis), l’euforbia arborea (Euphorbia dendroides) ed il cisto villoso (Cistus incanus). Nel caso di Cistus incanus si è potuto addirittura osservare che il tempo impiegato dai semi per germinare si dimezza se essi vengono esposti a temperature di 180°C. Anche il successo nello sviluppo è influenzato: la percentuale di semi germinanti mostra un aumento del 40%! Ciò probabilmente è dovuto al fatto che i tegumenti del seme si fratturino più velocemente per il calore, permettendo così una rapida idratazione dei tessuti[2].

Comunità microbica del suolo ed incendi

La comunità microbica del suolo tende a concentrarsi in gran parte nei primi centimetri di profondità del substrato; è infatti nello strato di suolo interessato dallo sviluppo degli apparati radicali della vegetazione che si forma la rizosfera (la porzione di suolo dove interagiscono i microrganismi e le radici delle piante)[3]. In questo delicato sottosistema si instaura una stretta relazione trofica ed in alcuni casi persino di simbiosi tra i microrganismi del suolo e le radici.

Sappiamo però che gli orizzonti superficiali del suolo sono anche quelli più suscettibili agli incendi di media ed alta intensità, in quanto lo strato organico della lettiera e gli apparati radicali vengono consumati o carbonizzati, compromettendo l’integrità della comunità biologica che vive in questa porzione di habitat. Altri fattori modificati dal fuoco e che possono facilmente compromettere l’integrità della comunità biotica del suolo sono il decremento del pH e l’umidità[2]. Ma in che modo?

La mortalità dei microrganismi è fortemente correlata al quantitativo di acqua presente nel suolo nel periodo in cui un incendio agisce sul sistema. Infatti, alcuni batteri fondamentali per il processo di nitrificazione (meccanismo che permette la trasformazione dell’azoto atmosferico in nitriti e nitrati, i quali sono direttamente assimilabili dalle piante), come Nistrosomonas e Nitrobacter, presentano una tolleranza nei confronti della temperatura che varia a seconda dell’umidità del suolo. In particolare, questi due generi mostrano di poter resistere fino a 140°C in suoli secchi, mentre in suoli umidi vengono uccisi rispettivamente a 75°C e 50°C. Tale variabilità della sensibilità al calore è cruciale nel successivo ripristino del ciclo dell’azoto e quindi per la ripresa della vegetazione, dal momento che influenza la sopravvivenza dei microrganismi deputati a questo ruolo ecologico[2].

L’abbassamento del pH è altrettanto determinante per la sequenza di ricolonizzazione del suolo nel post incendio. L’elevata acidità, in effetti, favorisce la predominanza dei batteri, a differenza di altri microrganismi come alghe e funghi. Questi ultimi tendono a colonizzare nuovamente il substrato in tempi nettamente più lunghi. Questa particolare sequenza di ricolonizzazione ha naturalmente una ripercussione su ciò che avviene al di sopra della superficie. Infatti, la predominanza batterica tra gli organismi decompositori del suolo tende a favorire in prima istanza la formazione di una vegetazione prettamente erbacea. Al contrario, affinché si instaurino le condizioni favorevoli alla ripresa della vegetazione arborea, è necessario che ritorni una dominanza di organismi decompositori del carbonio organico come i funghi[2].

Incendi nel mondo

Come abbiamo visto la natura trova sempre un suo equilibrio, anche con una forza tanto distruttiva come quella degli incendi. Ma come molti equilibri in natura, anche quello tra ecosistemi e fuoco è oggigiorno sempre più minacciato dall’uomo.

La portata dei fenomeni incendiari sugli ecosistemi terrestri è sotto gli occhi di tutti. Durante l’intervallo temporale che va dal 2003 al 2016, considerando solamente gli incendi più rilevanti in termini di estensione, gli incendi hanno percorso la superficie del nostro pianeta per un totale di oltre 8 milioni di ettari, un’area complessiva di poco maggiore dell’intera Repubblica Ceca[1]. È chiaro però che la situazione è in netto peggioramento.

Sono stati sotto gli occhi di tutti, per esempio, gli incendi verificatisi in Australia a cavallo tra il 2019 ed il 2020, nei quali sono bruciati quasi 3 milioni di ettari di territorio in pochi mesi[5]. Con l’avanzare dei processi di desertificazione, tali eventi sono destinati a diventare sempre più impattanti sui sistemi naturali, a causa dell’aumento della suscettibilità nelle regioni in cui il fenomeno è particolarmente intenso.

incendi mappa
Percentuale di area bruciata per anno nel mondo dal 1997 al 2014. (da [1])

Incendi di origine antropica in Italia

Il problema ambientale legato agli incendi sorge nel momento in cui essi si sviluppano con intensità e frequenza superiori alle capacità di resistenza e di resilienza degli ecosistemi.

Ma in che modo le attività umane causano così tanti incendi?

In Italia, solo l’1,9% degli incendi è avvenuto per cause naturali durante il 2019[4]. Escludendo gli eventi incendiari non classificabili o che la cui causa non è determinabile, oltre il 70% del totale è stato causato dall’uomo. Tra questi possiamo distinguere gli incendi colposi e gli incendi dolosi.

Gli incendi colposi hanno una causa legata alle attività antropiche, ma involontaria. Le cause colpose più frequenti sono legate all’agricoltura, come la rimozione della biomassa superflua dei seminativi tramite l’utilizzo del fuoco. Un sostanziale contributo deriva però anche da attività ricreative all’aria aperta e malfunzionamenti di infrastrutture, come le linee elettriche e ferroviarie.

Gli incendi dolosi, invece, sono quelli il cui innesco è attuato dall’uomo volontariamente. Sempre nel 2019, il 57,4% degli incendi totali che si sono verificati in Italia hanno origine dolosa e le cause sono principalmente legate ad attività produttive: in particolare il recupero dei pascoli, effettuato incendiando zone arbustive o boschive per riconvertirle in aree adatte al pascolo, ma anche la rimessa a coltura di terreni marginali interessati da neoformazioni forestali, i quali per legge non possono essere sfruttati da colture[4]. Altre cause dolose non meno importanti sono legate alla cosiddetta industria del fuoco, ossia il meccanismo prettamente speculativo, per il quale, attraverso l’innesco di incendi di portata rilevante, si genererebbero posti di lavoro precari e stagionali inseribili nelle attività di ricostituzione dei sistemi forestali danneggiati, nelle attività di estinzione degli incendi e di avvistamento[2].

incendi italia
Suddivisione delle diverse cause relative agli incendi verificatisi in Italia nel 2019. (dati estratti da [4])

Conclusioni

È evidente che gli organismi sono stati in grado, durante la loro evoluzione, di adattarsi ad un fenomeno ambientale fortemente distruttivo con dei meccanismi altamente complessi. Questo adattamento però non comprende l’azione sconsiderata dell’uomo. Causare disturbi da incendio con una portata maggiore rispetto alla capacità di resilienza degli ecosistemi porta ad un deperimento delle risorse forestali. Ciò non può che sfociare in un’immensa perdita dello stock di capitale naturale da cui la nostra società può attingere in maniera sostenibile.

Referenze

  1. Global Fire Emissions Database;
  2. Carlo Blasi, et al. (2004). Incendi e complessità ecosistemiche. Dalla pianificazione forestale al recupero ambientale. Società Botanica Italiana, Roma;
  3. Odum, E. P., et al. (2007). Fondamenti di ecologia. Piccin;
  4. San-Miguel-Ayanz, J., et al. (2020). Forest Fires in Europe, Middle East and North Africa 2019. EUR 30402 EN, Publications Office of the European Union, Luxembourg;
  5. Yu, P., et al. (2020). Bushfires in Australia: a serious health emergency under climate change. The Lancet Planetary Health4(1), e7-e8.

Immagine di copertina di Ylvers, Pixabay.

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