La Community italiana per le Scienze della Vita

Ginkgo biloba

Ginkgo biloba è un albero di origine antichissima che molto spesso si incontra nei viali delle città italiane e responsabile dell’odore marcescente che contraddistingue il suo periodo riproduttivo. Il nome Ginkgo deriva probabilmente da un’erronea trascrizione del nome giapponese ginkyō, “albicocca d’argento”, ed è stato attribuito alla specie dal famoso botanico Carlo Linneo nel 1771, all’atto della sua prima pubblicazione botanica. L’epiteto della specie (biloba) deriva invece dal latino bis e lobus (due lobi), con riferimento alla divisione in due lobi delle foglie, a forma di ventaglio. La foglia è il simbolo della città di Tokyo.

ginkgo biloba tokyo
Fig.1 – Simbolo di Tokyo (di Kzaral, Wikimedia Commons)

Morfologia di Ginkgo biloba

Ginkgo biloba si presenta come un albero di grosse dimensioni, potendo raggiungere e talvolta superare i 30m di altezza. Il fusto è legnoso e si ancora al terreno grazie ad un profondo e ben sviluppato apparato radicale.

Le foglie sono uno dei tratti distintivi di questa pianta, presentando una forma e una venatura uniche tra le piante a seme. Ginkgo biloba presenta infatti due tipologie di foglie: alcune sono triangolari, con la base opposta al picciolo rotondeggiante e con i margini ondulati; le altre sono flabellate, simili a quelle triangolari ma con un’incisura profonda sul margine opposto al picciolo, incisura che divide la pagina fogliare in due lobi (da cui l’epiteto biloba della specie).

Le foglie triangolari si trovano sui rami corti, ossia rami a crescita lenta in cui la distanza tra ciascuna foglia è ridotta; ciò deriva dal fatto che i nodi (i punti in cui si sviluppano le gemme) sono molto ravvicinati tra loro. La particolarità dei rami corti è che gli organi riproduttivi si formano proprio su di essi. Le foglie flabellate, al contrario, si sviluppano sui rami lunghi, che invece hanno una distanza internodale maggiore e non portano elementi fertili.

In risposta alla ridotta esposizione alla luce, alle temperature più fredde e ad altri fattori abiotici, le foglie in autunno ingialliscono. La clorofilla è infatti metabolizzata, rendendo di conseguenza evidenti i pigmenti secondari della foglia, in questo caso le xantofille, che producono un tipico colore giallo accesso. Una volta privata della clorofilla, la foglia risulta inutile alla pianta; alla base del picciolo si sviluppa uno strato cellulare che separa la foglia dal ramo provocando la caduta della stessa dalla pianta.

Leggi anche: Perché le foglie cadono in autunno?

Essendo il ginkgo una conifera (Gymnospermae), è curioso come questa pianta possieda una struttura fogliare a superficie ampia, dato che la maggior parte delle conifere presentano delle foglie aghiformi (come il pino e l’abete). Non solo la forma, ma anche la nervatura è un tratto caratteristico di queste foglie. Nel picciolo, ossia la struttura che attacca la foglia al ramo, entrano due venature che si biforcano sequenzialmente (dicotomicamente) fino a ricoprire l’intera pagina fogliare. Non sono presenti, tuttavia, interconnessioni tra nervature adiacenti: la foglia è quindi parallelinervia[1, 5].

Riproduzione di Ginkgo biloba

La strategia e le strutture riproduttive di Ginkgo biloba meritano di essere approfondite per la loro particolarità. Ginkgo biloba è una specie dioica, ossia presenta individui con soli organi maschili e altri con soli organi femminili.

Le piante di sesso maschile producono dei coni, le tipiche strutture riproduttive delle gimnosperme. Il polline di cui sono ricchi è contenuto in microsporangi esposti all’aria e viene trasportato dal vento: Ginkgo biloba è dunque una specie che sfrutta l’impollinazione anemofila, la quale avviene tipicamente in primavera.

Le piante di sesso femminile producono invece ovuli contenuti in strutture singole, dette strobili. Gli strobili, a seguito dell’impollinazione, assumono un aspetto carnoso, simile a quello di un frutto (che è però un organo esclusivo delle angiosperme!). La struttura carnosa che avvolge gli ovuli di Ginkgo biloba è detta sarcotesta e a maturità contiene acido butirrico, la molecola responsabile dello sgradevole odore che si sente in autunno attorno a queste piante (e che si trova non a caso anche nel vomito e nei formaggi stagionati).

Solo dopo che il polline, contenente i gameti maschili, è stato trasportato dal vento sui coni femminili, la fecondazione (ossia l’unione del gamete femminile con quello maschile) può avvenire. Una grande peculiarità di Ginkgo biloba è che la fecondazione avviene a terra. Nelle altre gimnosperme, infatti, la fecondazione avviene nei coni femminili portati dalla pianta, mentre in Ginkgo biloba la fecondazione avviene in autunno, quando i coni carnosi femminili si staccano dalla pianta o poco prima della caduta.

Un’altra particolarità di Ginkgo biloba è la produzione di due grossi spermi con numerosi flagelli, che consentono ai gameti di uscire dal granulo pollinico e di raggiungere le cellule uovo (contenute nell’archegonio). Dei due spermi presenti in ogni granulo pollinico, solo uno fertilizzerà l’ovocellula. La presenza di spermi mobili è un carattere considerato ancestrale e si ritrova nelle felci, nelle cicadofite, nei muschi e nelle alghe verdi. Ginkgo biloba è dunque l’unica conifera a presentare questa caratteristica. Lo zigote risultante dalla fecondazione dell’ovocellula sarà poi contenuto in un seme che, germinando, originerà una nuova pianta[1, 5].

ginkgo biloba coni
Fig.3 – Coni immaturi (a sinistra) e maturi per terra (a destra) di Ginkgo biloba. (rispettivamente di Kurt Stüber e Fritz Geller-Grimm; Wikimedia Commons)

Distribuzione geografica di Ginkgo biloba

Come già anticipato, Ginkgo biloba è una conifera, l’unica specie vivente del genere Ginkgo, della famiglia Ginkgoaceae, dell’ordine Ginkgoales e della classe Ginkgoopsida. Durante il Mesozoico (250-65 milioni di anni fa), un’era che ha visto anche la grande diversificazione dei dinosauri, la famiglia delle ginkgofite era estremamente diffusa; oggi, però, sopravvive solo Ginkgo biloba, con ancora le sue caratteristiche ancestrali e pressoché immutate da centinaia di milioni di anni fa. Questa collocazione temporale è stata possibile grazie al rinvenimento di alcuni fossili di ginkgofite databili appunto al Mesozoico.

Leggi anche: Paleobotanica: principali applicazioni

Ginkgo biloba è considerata una specie relitta, in quanto il suo areale attuale si è notevolmente ridotto rispetto a quello passato. Il genere Ginkgo era infatti ubiquitario (ossia largamente presente in diversi continenti) fino a circa 2 milioni di anni fa, momento in cui è scomparso dalla maggior parte del suo areale per sopravvivere allo stato naturale solo in alcune aree della Cina. Il motivo di questa scomparsa non è chiaro. Gli esemplari coltivati di Ginkgo biloba, al contrario, si possono trovare pressoché ovunque[2].

Curiosità ed usi comuni di Ginkgo biloba

Gli alberi di Ginkgo biloba sono considerati tra i più resistenti e longevi in natura. È infatti noto che ben 6 alberi sono resistiti al bombardamento di Hiroshima del 6 Agosto 1945 e sono tutt’ora in vita. Inoltre, nella periferia di Tokyo, è stato presente fino al 2010 uno di questi alberi nei pressi della scalinata che porta al santuario Tsurugaoka Hachimangū: si dice che dalle radici rimaste siano spuntati dei nuovi germogli. Questo è verosimilmente possibile in quanto Ginkgo biloba è capace di riprodursi vegetativamente, senza quindi la necessità di impollinazione e fecondazione[4].

L’utilizzo di Ginkgo biloba spazia dall’urbanistica alla cucina, fino alla medicina. Data la sua grande capacità di resistere agli inquinanti, un’alta adattabilità a terreni impervi e alla resistenza ai tradizionali patogeni delle selvicolture, Ginkgo biloba è spesso usata come pianta ornamentale in parchi, viali e giardini. Ne è presente un esemplare secolare a Vedano al Lambro (MB). Ginkgo biloba è anche molto apprezzata in forma di bonsai.

In Asia, i semi di Ginkgo biloba vengono usati in molti piatti tipici, tra cui il chawanmushi, un antipasto liquido consumato in Giappone. La parte carnosa e maleodorante del gametofito femminile può invece risultare tossica se mangiata in grandi quantità.

Per quanto riguarda gli usi medici, ad oggi si sono condotti vari studi sui principi attivi contenuti in queste piante in quanto apparentemente utili nel trattamento dei pazienti affetti da Alzheimer o demenza. Alcuni lavori sono andati a verificare la capacità di questi principi attivi di produrre un effetto terapeutico sui pazienti. Tuttavia, c’è ancora un forte dibattito scientifico sulla validità di questi effetti, soprattutto in relazione a placebo e a farmaci comunemente già usati[3, 6].

Conclusione

Ginkgo biloba è certamente un albero dalla storia straordinaria e sembra impossibile che molto spesso passi inosservato lungo i viali delle nostre città. Le sue peculiari caratteristiche biologiche ne fanno una specie unica (letteralmente!) nel suo genere. In Asia, soprattutto, la sua particolare resistenza ha fatto sì che Ginkgo biloba assumesse un ruolo centrale nel simbolismo di quelle culture.

Referenze

  1. Gymnosperm Database – Ginkgoaceae;
  2. Royer, D. L., et al. (2003). Ecological conservatism in the “living fossil” Ginkgo. Paleobiology, 29(1), 84-104;
  3. Santos-Neto, L. L. D., et al. (2006). The use of herbal medicine in Alzheimer’s disease – a systematic review. Evidence-based complementary and alternative medicine, 3;
  4. The Ginkgo Pages – A bombed Ginkgo trees in Hiroshima, Japan;
  5. University of California (Berkeley), Museom of Paleontology – Ginkgoales: More on Morphology;
  6. Weinmann, S., et al. (2010). Effects of Ginkgo biloba in dementia: systematic review and meta-analysis. BMC geriatrics, 10(1), 14.

Immagine di copertina di Ludovico Cataldi.

Articoli correlati