Lavoro

Genetista forense: un lavoro da Biologo

Il termine “Biologo forense” ci fa pensare alle fiction: provette luminose, impronte digitali e scene del crimine avvolte nel nastro giallo. Dietro la finzione, c’è una realtà affascinante e complessa. Il Biologo forense mette la scienza al servizio della giustizia, offrendo risposte affidabili nei procedimenti giudiziari. Identificando e discriminando campioni biologici, chimici o ambientali, nel pieno rispetto del metodo scientifico, fornisce elementi di prova che orientano le decisioni del giudice.

Non esiste un solo tipo di Biologo forense. Esistono, piuttosto, figure ultra-specializzate, ciascuna con competenze distinte. Il genetista forense analizza il DNA per stabilire l’identità di un individuo a partire da una traccia sulla scena del crimine. Il tossicologo forense identifica sostanze come droghe, farmaci o agenti dopanti in campioni organici o inorganici. Anche in condizioni estreme, come un cadavere in decomposizione. L’entomologo forense determina le specie di insetti trovati su un corpo per datare il decesso. Il botanico forense, invece, analizza pollini e frammenti vegetali per capire se il luogo del ritrovamento corrisponde a quello della morte. Se così non fosse qualcuno potrebbe aver spostato il cadavere per confondere le indagini.

Questi ruoli richiedono anni di formazione specialistica, ricerca e aggiornamento. Perciò, non esistono “biologi forensi tuttofare”, esperti in ciascuno di questi ambiti. In Italia, molti esperti forensi operano a latere di una professione accademica o clinica, entrando in gioco come consulenti tecnici nei procedimenti giudiziari. C’è però anche chi ha scelto di dedicarsi interamente a questa attività come libero professionista.

È il caso di Vincenzo Agostini, che si occupa di genetica e tossicologia. È anche esperto di Bloodstain Pattern Analysis (BPA), l’analisi delle tracce ematiche su superfici e indumenti per ricostruire l’ipotetica dinamica di un crimine.

Il lavoro del Biologo Forense

Tutto comincia con un incarico. Questo può arrivare in due modi:

  • come Consulente Tecnico d’Ufficio (CTU), o Perito, nominato dalla procura o dal tribunale. In qualità di CT, il genetista forense collabora con il Pubblico Ministero o con un giudice durante le indagini preliminari o durante il processo. Ha il dovere di accettare l’incarico, salvo casi specifici e ben documentati, e la sua parcella è regolata da tabelle ministeriali;
  • come Consulente Tecnico di Parte (CTP), incaricato da una delle parti coinvolte, solitamente la difesa, ma talvolta anche le parti civili. Come CTP, lavora invece accanto a un avvocato difensore o a un legale di parte civile, valutando criticamente il lavoro del consulente nominato dal tribunale. In questo caso può liberamente accettare o declinare l’incarico, e definisce la propria parcella con le parti committenti.

In entrambi le situazioni, una volta accettato formalmente l’incarico Il Biologo forense può passare all’azione.

Il Genetista Forense, tra sopralluoghi e analisi di laboratorio

Se lavora come CTU, il Biologo Forense spesso partecipa a sopralluoghi giudiziari, alla ricerca di tracce biologiche (sangue, saliva, sperma, sudore, DNA da contatto). Le fotografa, documenta, reperta, cioè le raccoglie e cataloga in modo da garantirne la tracciabilità lungo la catena di custodia. Come CTP, partecipa invece più spesso alle attività di laboratorio, per supervisionare l’operato del consulente nominato dal tribunale. Se preventivamente autorizzato, può anche svolgere direttamente accertamenti a favore della difesa.

Raccolti i reperti, l’attività di un genetista forense continua in un laboratorio di genetica forense, dove analizza il materiale secondo procedure standardizzate. Chi lavora in accademia può appoggiarsi ai laboratori del suo istituto. I liberi professionisti, invece, spesso evitano i costi elevati di un laboratorio di proprietà appoggiandosi a strutture altrui, per esempio laboratori di genetica medica o analisi cliniche, chiedendo la disponibilità di una sezione riservata alle analisi forensi.

La fase di laboratorio inizia con l’estrazione del DNA dai campioni. Il genetista forense lo quantifica e, se la quantità è sufficiente, procede con la PCR (reazione a catena della polimerasi). In questo modo amplifica specifiche regioni del DNA, dette Short Tandem Repeats (STR), microsatelliti molto variabili da individuo a individuo che consentono un’identificazione affidabile. Nelle identificazioni ne viene utilizzato un numero elevato, fino a 40 marcatori in alcune situazioni, per migliorare quanto possibile il potere discriminante. Una volta amplificati i frammenti, il Genetista Forense li separa in base alla loro dimensione usando l’elettroforesi capillare, e il risultato è un grafico con picchi che rappresentano il profilo genetico del campione.

È in questo momento che il lavoro del genetista forense entra nella sua fase più delicata: l’interpretazione dei dati.

Interpretazione genetica e biostatistica forense

Un profilo genetico pulito, con due soli alleli per ogni marcatore (uno da ciascun genitore), è facile da interpretare. Ma, spesso, le situazioni reali sono molto più complesse e confuse. Le tracce sono spesso miste, ovvero contengono DNA di più individui, magari parzialmente degradato, contaminato o in quantità molto bassa. I picchi possono essere deboli, sovrapposti, sdoppiati o assenti, e la linea tra ciò che è rumore di fondo e ciò che è informazione diventa sottile.

In questi casi, il genetista forense ripete le analisi, esclude eventuali “artefatti di PCR”, e cerca un consenso tra le ripetizioni. Ma, soprattutto, interpreta i dati con il supporto di strumenti statistici avanzati. Per farlo, può adottare due approcci:

  • Random Match Probability (RMP): calcola la probabilità che un altro individuo casuale nella popolazione abbia un profilo genetico identico a quello trovato sulla scena del crimine.
  • Likelihood Ratio (LR): confronta la probabilità dei dati osservati sotto due ipotesi alternative (ad esempio: “il DNA appartiene all’imputato” vs “il DNA appartiene a un estraneo”).

In ogni caso, aggiunge al dato molecolare anche una rigorosa valutazione della sua robustezza. I dati, così raccolti e valutati, diventano parte di una relazione tecnica, che è ciò che il genetista forense consegna al magistrato o al legale come risultato della sua indagine tecnica.

Il Biologo Forense sul banco dei testimoni

Nell’aula del tribunale, il lavoro del Biologo Forense si confronta con il momento più esigente: il contraddittorio. Durante l’udienza dibattimentale, il genetista forense viene ascoltato come teste tecnico o come perito. Gli viene chiesto di spiegare come è stato ottenuto il profilo genetico, come è stato interpretato, quali limiti ha e quale valore attribuire ai risultati. Ma, soprattutto, deve difendere la propria metodologia da eventuali critiche della parte avversa. Per questo motivo deve usare un lessico preciso ma accessibile, e assicurarsi che le sue spiegazioni risultino chiare anche a chi non ha una formazione scientifica. Il rischio concreto è creare inutile confusione, col rischio che venga anche amplificata dai mezzi di informazione.

Solo al termine del contraddittorio le risultanze della perizia, assieme alla loro interpretazione come uscita appunto dal dibattimento, divengono a tutti gli effetti delle prove giudiziarie.

Il Genetista Forense e le analisi di paternità

Il lavoro del genetista forense non si esaurisce in ambito penale. Anche nel diritto civile o in contesti privati può essere richiesto di stabilire, ad esempio, un rapporto di paternità attraverso l’analisi del DNA. In questi casi le modalità sono simili: anche nei processi civili ci sono le parti, tipicamente una madre col minore che chiama in causa il presunto padre, richiedendo un test di paternità. Come nei processi penali, il giudice dispone una consulenza tecnica d’ufficio e nomina un biologo forense che raccoglie tamponi salivari dalla madre, dal minore e dal presunto padre, ne estrapola i profili genetici e li confronta per verificare se metà profilo genetico del figlio minore è perfettamente identica a metà profilo genetico del presunto padre. Anche in questo caso, i confronti vengono validati da calcoli biostatistici.

È abbastanza comune che questi accertamenti genetici vengano richiesti – capita, ci dice Vincenzo, con elevata frequenza all’approssimarsi del Natale – senza che ci sia in corso un processo giudiziario, se le parti sono concordi. Avvengono, però, anche test di paternità all’insaputa di una delle parti coinvolte, e in quel caso l’acquisizione di materiale genetico senza consenso è una chiara violazione della privacy. La relativa responsabilità è, però, in capo al cliente e non al Biologo Forense incaricato, che ha un ruolo meramente strumentale nell’accertamento, del tutto anonimizzato. Le analisi informative di questo tipo, pur tecnicamente ineccepibili, non hanno valenza legale.

Come lavora, invece, un Tossicologo Forense?

L’iter del lavoro di un Tossicologo Forense è sostanzialmente il medesimo dal conferimento dell’incarico, quando si lavora d’ufficio, fino alla stesura della relazione alla discussione in ambito in tribunale.
Cambiano solo le metodiche, principalmente chimico-analitiche. Il tossicologo lavora con diverse tipologie di estrazioni di fluidi biologici come sangue, urine, umor vitreo o tessuti cadaverici. Oppure su matrici inorganiche sequestrate dalle forze dell’ordine. Utilizza molto la spettrometria di massa per calcolare la concentrazione della sostanza ricercata nel campione biologico e determinare il calcolo delle dosi ricavabili. Se si parla di stupefacenti, le concentrazioni ritrovate vanno comparate con valori di riferimento stabiliti da tabelle ministeriali e, se questi vengono superati, si configura la positività del campione.

Chi può fare il Biologo Forense

Chi vuole lavorare come Biologo Forense, in particolare se in libera professione, deve essere iscritto all’Ordine dei Biologi territoriale di riferimento, alla cassa previdenziale ENPAB e seguire i percorsi obbligatori di formazione ECM (Educazione Continua in Medicina). Per questo motivo è imprescindibile aver conseguito una delle lauree che permettono l’abilitazione alla professione di Biologo.

Vincenzo sottolinea poi l’importanza di scegliere da subito la disciplina forense che si vuole approfondire e, di conseguenza, il percorso migliore per ottenere quella specifica professionalità. Per la genetica forense, per esempio, occorre un percorso anche specialistico in biologia molecolare e genetica in maniera tale da avere una solida base di genetica e delle metodiche biomolecolari che vengono utilizzate anche in ambito forense. Riuscire ad avere la fortuna di fare già un tirocinio universitario in un laboratorio specifico di genetica forense sarebbe ottimale perché consente di accoppiare teoria e pratica. Latitano, purtroppo, percorsi di Master specifici. Attualmente in Italia esiste un unico master in genetica forense, all’Università di Roma-Tor Vergata.

Oltre alle conoscenze tecniche e teoriche, servono passione, pazienza, empatia e un forte senso etico, soprattutto in situazioni delicate come le esumazioni. In quei casi, ad esempio per un test di paternità post mortem o su richiesta giudiziaria, è importante sapersi relazionare con le famiglie dei defunti e, come suggerisce Vincenzo, scoraggiarne la presenza per evitare contaminazioni e inutile sofferenza.

Per operare come CTU, inoltre, occorre iscriversi all’albo nazionale dei CTU, che dal 2024 raccoglie adesioni tramite il suo portale telematico due volte l’anno.

Cosa aspettarsi come genetista forense

Lavorare come libero professionista in ambito forense in Italia è complesso. Sono discipline utilissime, ma ancora poco conosciute e con scarsa diffusione applicativa. Anche lo strumento genetico, nonostante la fama mediatica, non è pienamente approfondito da magistrati e avvocati, che spesso non ne conoscono potenzialità e limiti.

Proprio per questo servirebbe più formazione universitaria nei percorsi di giurisprudenza e scienze giuridiche, dove sarebbe necessario insegnare da subito gli strumenti tecnici a disposizione della giustizia. I biologi forensi, invece, dovrebbero essere formati sulla dimensione processuale: attualmente saper parlare in aula si impara dalla pratica, perché non viene insegnato in università.

La genetica forense resta un ambito di nicchia, con poche opportunità lavorative: la maggior parte delle analisi è affidata a reparti specialistici delle forze dell’ordine, come i RIS o la Polizia di Stato. Il lavoro residuo si concentra tra i biologi forensi già affermati, i docenti universitari e pochi liberi professionisti. Inserirsi in questo mercato è difficile: chi vuole provarci deve esserne convinto e mettere in conto almeno due anni prima di ottenere risultati concreti in termini di clienti e carico di lavoro.

Diverso è il discorso per discipline come la tossicologia forense, dove i consulenti tecnici di parte sono ancora pochissimi, lasciando spazio per nuove professionalità. Lo stesso vale per l’entomologia forense, che può offrire opportunità sia nella pratica, sia nella diffusione della cultura scientifica all’interno della magistratura, favorendo così un futuro incremento delle richieste di consulenza.

Biologo e divugatore scientifico versatile, in BioPills faccio parte della redazione del magazine, ideo attività per le scuole e aiuto a sviluppare e formare la community dei collaboratori. Fuori da questa gabbia di matti, la mia esperienza da freelance spazia dalla comunicazione istituzionale alla scrittura medica, dalla moderazione di eventi alla creazione di contenuti per il web, fino alla didattica nelle scuole. Tengo corsi di comunicazione e di orientamento alla carriera nelle bioscienze, ho lavorato con università, aziende e progetti indipendenti. Ho sempre avuto un obiettivo chiaro: rendere la scienza accessibile, coinvolgente e utile per chi la ascolta. La scienza si può raccontare in tanti modi, e io voglio farlo al meglio. Ps. Vi ho già detto che ho il pallino dei lavori da Biologo?

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