Funghi mortali: la sindrome orellanica

Quando ci si approccia a intraprendere studi micologici la prima cosa da fare è imparare a riconoscere i funghi più pericolosi. Si sente spesso parlare di Amanita phalloides come se fosse il fungo più pericoloso esistente, ma c’è di peggio, molto peggio. Indubbiamente A. phalloides e tutte le specie appartenenti alla sezione di cui è capostipite (A. virosa, A. verna, A. porrinensis), cosi come molte Lepiota di piccola taglia e alcune Galerina, sono mortali. Sono tutte specie che contengono amatossine che attaccano il fegato, ma se si interviene per tempo (entro sei ore dall’ingestione) c’è la possibilità di scongiurare il decesso.

La sindrome orellanica

Ben più pericolose sono le specie che causano sindrome orellanica, ovvero quelle che contengono orellanina, una micotossina che attacca e necrotizza i reni e difficilmente lascia via di scampo allo sfortunato malcapitato. Non solo si tratta di funghi mortali, sono anche specie molto subdole. La sindrome orellanica è infatti una sindrome a lunga latenza con sintomatologia di tipo bifasico. Questo significa che dopo diverse ore dall’ingestione (8-36) iniziano a comparire i primi sintomi: un leggero sapore metallico in bocca, nausea, vomito, diarrea, mialgie e tremori.

Successivamente segue una fase di regressione che può durare 20 giorni, durante i quali si sta apparentemente bene. E cosi ci si dimentica di aver ingerito questi funghi mentre l’orellanina piano piano inizia a diffondersi e attaccare i tessuti renali. A questo punto il danno è irreparabile e compaiono i problemi seri: dolori addominali e lombali, nausae, ipotermia, mialgie, polidipsia, tremori, brividi, cefalea, tinniti, convulsioni, nefrite acuta e infine insufficienza renale cronica. Ma a questo punto è troppo tardi. Insomma, un vero incubo.

Soluzioni a questa vera e propria piaga? Poche. Dialisi per il resto della vita o trapianto di reni, ma spesso sopraggiunge prima la morte. A peggiorare il tutto è la minima dose letale per l’uomo, appena 40 grammi di fungo fresco.

Quali funghi la inducono

I funghi che inducono questa sindrome in Italia sono due: Cortinarius orellanus e Cortinarius speciosissimus. Il primo diffuso su tutto il territorio nazionale nel suo tipico ambiente di crescita, i boschi di latifoglie. Il secondo è meno comune e diffuso nelle peccete umide in ambiente alpino e subalpino.

Come si riconoscono questi due funghi? Fatta eccezione per l’ambiente di crescita sono molto simili. Si tratta di funghi piuttosto robusti con una colorazione bruno aranciata rossastra. Gambo di 5-14 cm x 0,5-2 cm e cappello di 3-8 cm. L’intero fungo è asciutto con un cappello leggermente feltrato. Lamelle smarginato-uncinate piuttosto rade color ruggine con filo spesso eroso. Un carattere molto importante sono le caratteristiche bande anulari giallastre che formano un disegno a zig-zag lungo tutto il gambo, sempre presenti ma talvolta poco evidenti.

La carne ha un odore terroso-rafanoide e un sapore amarognolo, la crescita è estiva-autunnale. Cortinarius speciosissimus presenta inoltre un netto umbone acuto al centro del cappello che in Cortinarius orellanus è assente o molto ottuso.

Cortinarius orellanus (sx) e Cortinaris speciosissimus (dx) (Boccardo, F. et al. Funghi d’Italia. Bologna: Zanichelli, 2008.)

Possibili confusioni

La faccenda però non finisce qui. Esiste infatti un fungo, Chroogomphus helveticus, commestibile e ricercato, che è un perfetto sosia di Cortinarius speciosissimus, per lo meno agli occhi di un raccoglitore poco esperto. Le differenze però ci sono: Chroogomphus helveticus è un fungo melanosporeo con lamelle decorrenti, Cortinarius speciosissimus è un fungo ocrosporeo con lamelle smarginato-uncinate. Ma per il resto, portamento, dimensioni, colori, habitat di crescita, sono molto simili. Da giovani quando il cappello non è ancora spianato possono essere addirittura indistinguibili.

E allora come si può fare per evitare spiacevoli inconvenienti? La risposta è solo una: fare controllare i funghi da un micologo certificato, presso un ispettorato micologico o uno dei tanti gruppi micologici presenti sul territorio. Se proprio non si ha questa possibilità, beh, è consigliato astenersi dal raccogliere e mangiare questi funghi. D’altronde la vita è troppo preziosa per essere eliminata da un risotto ai funghi.

Bibliografia

  • Boccardo, F. et al. Funghi d’Italia. Bologna: Zanichelli, 2008.
  • Bon, M. Champignons de France et d’Europe occidentale. Flammarion, 2004.
  • Gruppo Micologico Bresadola, Parliamo di Funghi – 2. Tossicologia, commercializzazione, legilazione. Trento: Assessorato alle Politiche per la Salute, Servizio Organizzativo e qualità delle attività sanitarie, 2017.
  • AMINT (Associazione micologica e botanica). 2019. url: http://www.amint.it
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