Funghi mortali: la sindrome falloidea

Spesso la parola Amanita incute un po’ di terrore in chi la sente nominare. Tutto è riconducibile alla letale Amanita phalloides, un vero e proprio concentrato di veleno in grado di uccidere una persona adulta in pochi giorni. A seguito dell’ingestione, se non si interviene per tempo, l’esito risulta essere mortale nel 15% dei casi. Un fungo che molti hanno sentito nominare, ma pochi sanno riconoscere.

Tossicologia

La sindrome falloidea si manifesta a seguito dell’ingestione di funghi che contengono amatossine, virotossine e fallotossine. Solo le amatossine, sostanze resistenti all’ebollizione, all’essicamento e all’acidità dei succhi gastrici, sembrano essere le reali responsabili dell’intossicazione. Il periodo di latenza va dalle 8 alle 15 ore, dopo di che compaiono i primi sintomi: senso di peso gastrico, nausea, forti dolori addominali, diarrea coleriforme e vomito incoercibile. E qui sorge il primo grande problema, l’enorme perdita di liquidi può rapidamente portare alla morte per shock ipovolemico (in passato era causa di mortalità nel 90% dei casi di intossicazioni!). Successivamente il quadro clinico evolve con la distruzione delle cellule del fegato. A questo punto sono trascorsi circa 4-5 giorni dall’ingestione dei funghi e la situazione va peggiorando con la necrosi epatica massiva, insufficienza epatica e decesso del malcapitato.

Soluzioni per questa gravissima intossicazione da funghi? Intervenire il prima possibile (possibilmente entro sei ore dall’ingestione) effettuando una lavanda gastrica, somministrando carboni attivi e idratando continuamente il paziente per evitare shock ipovolemico. Oppure, nella peggiore delle ipotesi, eseguire un trapianto di fegato. La dose letale per un adulto di 70 Kg è di circa 50 grammi di fungo fresco, per un bambino sotto i 30 Kg si parla di meno di 20 grammi. Ma quali sono i funghi che causano sindrome falloidea? Vediamo di seguito i più comuni e pericolosi.

Amanita phalloides

Esemplari di Amanita phalloides. (Boccardo, F. et al. Funghi d’Italia. Bologna: Zanichelli, 2008.)

Contrariamente a quanti ancora credono, Amanita phalloides non è assolutamente “il fungo rosso con i puntini bianchi” (quest’ultimo è Amanita muscaria, fungo velenoso ma non mortale). Amanita phalloides è un fungo molto comune in tutta Italia, lo si trova preferibilmente sotto latifoglia, ma talvolta, raramente, si rinviene anche nei boschi di conifere. Il cappello di 5-15 cm è pianeggiante e di colore solitamente giallo-verdastro, percorso da caratteristiche fibrille innate di colore nerastro. Le lamelle sono bianche, fitte e distanziate dallo stipite. Il gambo di 5-15 cm x 1-3 cm è cilindrico e decorato da una leggera zebratura giallastra, con un evidente bulbo alla base avvolto da una volva a forma di sacco. L’anello è sempre presente, bianco e di consistenza membranacea. Nei giovani esemplari la carne ha odore dolciastro, simile al miele, nei vecchi esemplari l’odore diventa molto sgradevole, rancido. Di questo fungo esiste anche la forma alba, una perfetta Amanita phalloides ma completamente bianca in tutte le sue parti. Ugualmente tossica. Altre specie appartenenti al genere Amanita che causano sindrome falloidea sono Amanita virosa, Amanita verna e Amanita porrinensis.

Le Lepiota di piccola taglia

Macrolepiota procera, commestibile (sx) e Lepiota josserrandii, velenosa mortale (dx). (Bon, M. Champignons de France et d’Europe occidentale. Flammarion, 2004)

Le Amanita sopra citate non sono gli unici funghi che causano la sindrome falloidea. Esistono anche molte Lepiota di piccola taglia (funghi leucosporei, eteogenei, senza velo generale e con anello). Questi funghi spesso causano intossicazioni perchè scambiati con le Macrolepiota, conosciute con il nome volgare di “mazze di tamburo”. A differenza della Macrolepiota, le Lepiota non hanno mai né gambo decorato da zebratura, né anello (talvolta effimero) scorrevole sul gambo (se si prova a far scorrere l’anello lungo il gambo si rompe, cosa che non avviene nelle Macrolepiota). Poi la differenza più evidente, le dimensioni. Il cappello delle Lepiota tossiche non supera gli 8 cm di diametro, mediamente si attesta attorno ai 4-5 cm.

Le Macrolepiota hanno un diametro del pileo ben più grande che può addirittura superare i 25 cm. Le principali specie che causano sindrome falloidea sono Lepiota brunneoincarnata, Lepiota castanea, Lepiota josserandii e Lepiota helveola. In ogni caso tutte le specie del genere Lepiota sono da considerarsi potenzialmente tossiche.

Galerina marginata

Infine c’è un altro fungo che causa sindrome falloidea che merita di essere ricordato. Si tratta di Galerina marginata. Un fungo di piccole dimensioni di colore fulvastro a tempo umido e giallastro a tempo secco. Lamelle subdecorrenti di colore bruno. Gambo liscio con colore alle lamelle nella parte superiore e più scuro (talvolta nerastro) nella metà inferiore, munito di un piccolo anellino membranaceo. Odore e sapore della carne che ricordano molto la farina. Crescita cespitosa su ceppaie marcescenti di aghifoglie. E fin qui tutto ok. Peccato che anche questo fungo, come tanti altri velenosi, possieda un sosia commestibile che può causare non poche confusioni. In questo caso si tratta di Kuehenomyces mutabilis, fungo molto simile a Galerina marginata se non per due caratteristiche molto importanti. La prima è il gambo, che nella zona sottoanulare è completamente ricoperto da piccole asperità brunastre (quello di Galerina marginata è liscio). La seconda è l’odore, fungino e molto gradevole (in Galerina marginata è farinoso).

Kuehenomyces mutabilis, commestibile (sx) e Galerina marginata, velenoso mortale (dx). (Bon, M. Champignons de France et d’Europe occidentale. Flammarion, 2004.)

Conclusioni

Insomma, i funghi che causano la sindrome falloidea non sono pochi e molti di loro posseggono dei sosia commestibili che nella stragrande maggioranza dei casi sono il motivo che causa l’intossicazione. Ma se disgraziatamente dovessimo ingerire questi funghi come dovremmo comportarci? Alla comparsa dei primi sintomi è necessario fiondarsi al pronto soccorso o all’ospedale più vicino. Molto importante è ricordarsi di portare con se i resti del pasto a base di funghi e, se sono avanzati, i funghi stessi utilizzati (o ciò che ne rimane). Vanno inoltre riferite a medico e micologo tutte le informazioni in nostro possesso: chi ha raccolto i funghi, dove sono stati raccolti, quanti ne sono stati preparati, come sono stati cucinati e tutto ciò che sappiamo riguardo i funghi in questione. Tutte queste informazioni, anche i minimi dettagli, possono aiutare a capire quali funghi sono stati ingeriti e poter cosi procedere attuando una terapia tempestiva e mirata.

Ad ogni modo la soluzione migliore per evitare intossicazioni da funghi è e resterà sempre la prevenzione. Una corretta comunicazione e divulgazione dei rischi che si corrono a raccogliere e mangiare funghi senza conoscerli rimane l’arma migliore.

Bibliografia

  • Boccardo, F. et al. Funghi d’Italia. Bologna: Zanichelli, 2008.
  • Bon, M. Champignons de France et d’Europe occidentale. Flammarion, 2004.
  • Gruppo Micologico Bresadola, Parliamo di Funghi – 2. Tossicologia, commercializzazione, legislazione. Trento: Assessorato alle Politiche per la Salute, Servizio Organizzativo e qualità delle attività sanitarie, 2017.
  • AMINT (Associazione micologica e botanica). 2019. url: http://www.amint.it
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