Evoluzione: Il “furto del veleno” da parte dei Nudibranchi

La convenienza di utilizzare adattamenti alla difesa e alla caccia sviluppati da altri organismi

Un esempio della varietà di forme e colori presenti nei nudibranchi. (Foto: F. Stefanelli)

Spesso, anziché investire energie nello sviluppo di nuovi meccanismi di difesa, l’evoluzione privilegia la sopravvivenza degli animali che riescono ad utilizzare a loro vantaggio difese già pronte funzionali, è il caso dei Nudibranchi, piccoli e letali ladri di veleno.

Nudibranchi e Cnidari

Uno dei meccanismi di difesa più efficienti all’interno del regno animale appartiene agli Cnidari (o Celenterati), un’enorme categoria comprendente, tra gli altri, coralli e meduse; proprio queste ultime sono maggiormente conosciute per i micidiali veleni in grado di ferire, paralizzare o persino uccidere le loro prede o i malcapitati predatori. Le molecole tossiche sono accumulate all’interno di minuscoli organi detti “nematocisti” o “cnidocisti”.

Dato che gli studi ci dicono che la storia evolutiva degli Cnidari (Cnidaria) inizia tra i 500 e i 600 milioni di anni fa e arriva fino ad oggi, possiamo affermare una cosa con sicurezza: i loro sistemi di difesa funzionano bene!

Funzionano talmente bene che, non potendo fare di meglio, molti animali si sono evoluti per assimilare e utilizzare le nematocisti, è il caso di alcune specie appartenenti alla categoria dei nudibranchi, piccoli molluschi gasteropodi marini. Queste “lumache di mare” hanno sviluppato una serie di adattamenti che sono stati oggetto di diversi studi a riguardo: per prima cosa il loro apparato digerente non distrugge tutte le nematocisti, ad esempio in uno studio riguardo il nudibranco Berghia stephanieae (precedentemente nota come Aeolidiella stephanieae) è stato evidenziato che le nematocisti immature non vengono attaccate dal suo apparato digerente e, in seguito, sarà la stessa B. stephanieae a promuoverne l’attivazione.

Inoltre, essendo animali bentonici (che vivono a contatto con il fondo), hanno bisogno di difendere il loro dorso più che il loro ventre, perciò le nematocisti vengono accumulate all’interno dei cerati, delle protuberanze presenti sulla parte dorsale del corpo di molti nudibranchi; le strutture atte a contenere le nematocisti vengono chiamate “cleptocnidi”.

Uno studio ha evidenziato come questo sistema si sia evoluto almeno per due volte in maniera indipendente tra i nudibranchi, ad ulteriore dimostrazione dell’incredibile vantaggio evolutivo a cui ha portato.

La Cleptopredazione

Le curiosità in questa corsa agli armamenti non finiscono qui. Un’altra specie di nudibranchi, Cratena peregrina, è al centro di due interessanti studi, il primo del 2003, in cui viene dimostrato quanto detto sopra osservando che C. peregrina è in grado di “rubare” le nematocisti di Eudendrium racemosum (specie appartenente agli Cnidari che, nella forma di polipo, vive attaccata al fondo) (3); il secondo, del 2017, svela un lato ancora più interessante di questo meccanismo: la cleptopredazione, una forma di predazione in cui un animale si nutre, oltre che della propria preda, anche delle prede di quest’ultima.

Infatti è stato notato che gli esemplari di C. peregrina tendono a nutrirsi di E. racemosum quando questo ha già catturato le proprie prede che consistono in microscopici organismi planctonici (cioè che vivono staccati dal fondo) trattenuti dai tentacoli urticanti del piccolo polipo; è opportuno ricordare che il nudibranco non avrebbe modo di procurarsi il plancton autonomamente e, sempre all’interno dello stesso studio, è stato notato che gli esemplari di C. peregrina aspettavano molto tempo prima di iniziare a nutrirsi se messi davanti a E. racemosum privi di prede.(4)

Infine, è il caso di ribadire un concetto ben noto a chi studia l’evoluzione: “Non è la specie più forte o la più intelligente a sopravvivere, ma quella che si adatta meglio al cambiamento”. In questo i piccoli nudibranchi sono stati dei campioni, si sono evoluti per sfruttare in modo efficacie sia le difese che i meccanismi di caccia sviluppati dagli Cnidari nell’arco di milioni di anni.

Due esemplari di Cratena peregrina (Foto F. Stefanelli)

Bibliografia

Articoli correlati