Errare per errore

Fermi diceva che quando il risultato di un esperimento è conforme alle aspettative, vale a dire quando non sono stati fatti errori, abbiamo fatto una misura; se invece non è conforme, cioè se ci sono stati errori, abbiamo fatto una scoperta! La nostra società è tutta imperniata sulla razionalizzazione, sull’obiettivo di minimizzare gli errori. L’efficienza impone che dalla procedura siano eliminati tutti gli elementi cosiddetti d’irrazionalità, gli imprevisti, i disturbi, ma così si elimina alla radice ogni possibilità d’innovazione.

errare per errore

La scoperta coincide con l’imprevisto, per definizione. Cristoforo Colombo pensava di andare in India verso Ovest, per una via più breve (primo errore) e senza “ostacoli” di mezzo (secondo errore, fortunato). Voleva vedere l’India nota, trovò le “Indie” ignote. La scoperta dell’America fu il più grande errore di Colombo.

Errare per errore: Cenni storici

Oppure, ricordate Alexander Fleming, il biologo inglese che scoprì la capacità delle muffe di distruggere le colture cellulari? Immaginiamoci l’asepsi del laboratorio di colture di un biologo d’un secolo fa: mica Fleming sarà stato il primo biologo a vedere la propria coltura di colonie batteriche distrutta da una muffa! Chissà quanti altri avevano vissuto prima di lui questo evento come una disgrazia, dopo che avevano dedicato tante amorevoli cure alle loro provette…

Quanti poveri tecnici di laboratori ospedalieri licenziati da un direttore imbecille, ignaro che invece di una disgrazia gli era capitata la fortuna d’una grandissima scoperta: la penicillina e gli antibiotici.

I colpi di fortuna vengono dagli errori, la qualità di approfittarne appartiene agli intelligenti.
Fleming ebbe l’onestà di riconoscere che la scoperta era stata fatta prima di lui da un molisano che studiava medicina a Napoli a fine ‘800, Vincenzo Tiberio, che si guadagnava da vivere facendo il garzone in un laboratorio di analisi e che aveva oltretutto già intrapreso lo studio delle muffe.

I suoi vivevano in una casa colonica che attingeva l’acqua da un pozzo pubblico, le cui pareti umide e buie erano spesso ricoperte di muffa, e gli avevano raccontato che quando c’erano le muffe le persone del villaggio non si ammalavano. Cadevano malate solo quando le muffe non c’erano. Che siano le muffe impregnando l’acqua a proteggere dalle malattie? Lo studente registrò la congettura in una nota, che è conservata nell’archivio della Società Nazionale di Scienze, Lettere e Arti di Napoli:

« L’autore ha osservata l’azione degli estratti acquosi del mucor mucedo, del Penicillium glaucum e dello aspergillus flavescens su alcuni schizomicetipatogeni e su alcuni saprofiti trovandoli forniti, specie quello dell’aspergillo, di notevole potere battericida. Gli estratti acquosi sono risultati forniti di mediocre potere leucocitico, specialmente l’estratto di aspergillo. Nelle infezioni sperimentali con bacillo dell’ileotifo e vibrione del colera, solo quest’ultimo ha dato a dimostrare una certa azione immunizzante e curativa. L’autore ascrive tale azione in parte al potere microbicida dei principi contenuti nelle muffe, ed in parte al potere della leucocitosi da questi prodotta. »

La nota fu letta dal giovane Fleming durante un suo stage a Napoli poco avanti lo scoppio della I guerra mondiale e quando, dopo la guerra, una casuale distruzione di colture per muffe toccò al suo laboratorio di Londra, il dott. Fleming si ricordò della congettura napoletana. Congettura che oggi sarebbe stato impossibile pubblicare.

Come sono state inventate le telecomunicazioni? 

Nel 1861, il giovane matematico scozzese James Maxwell aveva realizzato l’unificazione dell’elettricità e del magnetismo in un sistema di equazioni che predicevano l’esistenza di onde eteree, insospettate da che mondo è mondo. 20 anni dopo, Augusto Righi, professore a Bologna e Heinrich Hertz, professore a Karlsruhe, dimostrano la realtà fisica di queste onde riproducendole in laboratorio. Le chiamano onde elettromagnetiche (o.e.m.) o hertziane.

Le o.e.m. viaggiano nel vuoto in linea retta alla velocità della luce e si distinguono tra loro solo per la lunghezza d’onda. Questa può assumere praticamente qualsiasi valore, dal kilometro delle onde radio al decimiliardesimo di metro dei raggi gamma. La luce stessa è fatta di o.e.m. aventi lunghezza tra i 4 e i 7 decimilionesimi di metro.

E come le onde marine sono usate dai naufraghi per trasmettere via mare messaggi in bottiglia, così le o.e.m. possono essere usate per comunicare messaggi via vuoto (“senza fili”): basta modularle, cioè sovrapporne due diverse, una consistente nel messaggio e l’altra che lo porta. Ai tempi di Righi e Hertz, le o.e.m. producibili artificialmente avevano lunghezza d’onda di qualche centinaio di metri, cosicché potevano superare una collina ed essere modulate per comunicare a qualche kilometro.

Ma non oltre: propagandosi solo in linea retta, la presenza della curvatura terrestre impediva anche in pianura la trasmissione oltre l’orizzonte. Ma se con le o.e.m. posso comunicare solo a vista, basta che alzi la voce o magari accenda un fuoco come fanno gli indiani, oppure usi un “telegrafo ottico” (una successione di tante torri una in vista dell’altra) come facevano i romani.

Per farla corta, nessun sapiente europeo, che dico?, nessuna persona con un minimo di cultura elettromagnetica pensava a fine ‘800 ad inventare la radio: “Le onde elettromagnetiche non avranno mai nessuna applicazione” (Hertz).

Guglielmo Marconi era un ignorante, ma era parecchio fortunato. Tanto per cominciare era sicurissimo di sé, cosicché non prendeva mai in considerazione l’idea di sbagliarsi, ed era di famiglia ricca, padre proprietario terriero e madre irlandese ereditiera della rinomata distilleria Jameson & Sons.  Mamma Annie non aveva referees sopra di sé e concesse al figlio un fido illimitato. Così il rampollo decise d’inventare la radio sulla base di un ragionamento molto, ma proprio molto sbagliato.

Aveva studiato nei libri di fisica (del liceo, o forse delle medie) che se si produce un campo elettrico vicino ad un conduttore, il campo si dispone parallelo al conduttore. Bene, si disse Marconi, allora io produco un campo elettrico vicino alla Terra e siccome questa è un conduttore, il campo elettrico si curverà intorno alla Terra! Nella sua ignoranza della fisica, Marconi aveva confuso il campo elettrico col campo elettromagnetico…

Corre a esporre il progetto al succitato Righi, luminare in Bologna:

– Ho scoperto la radio! Prima modulo le o.e.m. e poi invio un segnale in tutto il mondo, ecc., ecc. [Marconi].
– Ma caro ragazzo, Le hanno mai segnalato che la Terra è rotonda, non piatta? [Righi].
– E che importa? le onde s’incurvano seguendo parallelamente il profilo terrestre, ecc., ecc. [Marconi].
– Ma Lei, sig. Marconi, ha fatto l’esame di Fisica 2? Ecco, forse no. Lo faccia e poi ne riparliamo [Righi].

Marconi torna a Villa Griffone, con i soldi della mamma affitta due lotti di terreno, uno di là della Manica in Cornovaglia, l’altro di là dell’Atlantico in Terranova, e comincia a montare le antenne. I giornalisti, informati dalla madre della grande impresa tentata dal figlio, vanno a Parigi dal numero 1 mondiale della matematica, della fisica teorica e della filosofia naturale, il prof. Henri Poincaré, a riferirgli che c’è un giovanotto italiano che vuol collegare senza fili l’Europa all’America. Poincaré sbuffa <<..ma come si può essere così ignoranti, ce monsieur Marconi non lo sa che la Terra è sferica?!>>

Marconi se ne infischia dei risolini dei giornali. Lavora, prova, sbaglia, riprova… e il segnale alla fine, la notte del 12 dicembre 1901, superati 3.000 km di vuoto, arriva!
Marconi aveva inviato i segnali di notte quando, come si sarebbe capito molti anni dopo, viaggiano meglio. La ionosfera riflette le o.e.m. di determinate lunghezze d’onda, più precisamente quelle più lunghe di 600 m, com’erano per caso quelle di Marconi.

Per comunicazioni a lunghezza d’onda più piccole, come quelle oggi usate, ci sarebbe voluto il satellite e l’esperimento di Marconi sarebbe fallito  Nessuno era a conoscenza dell’esistenza della ionosfera a quel tempo ed oltretutto la ionosfera è molto alta, dell’ordine di centinaia di km, così che le onde di Marconi riflesse poterono attraversare l’Atlantico rimbalzando (probabilmente due volte) da quello specchio. Con uno specchio più basso il segnale non sarebbe mai arrivato.

Le teorie scientifiche giuste sono quelle ufficialmente sbagliate. “Il volo con macchine più pesanti dell’aria è impossibile” (1895, Lord Kelvin, ingegnere, matematico, fisico e presidente della Royal Society di Londra). Il primo volo di un aereo avverrà nel 1903.”

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