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Un lavoro da Biologo: l’Embriologo

Che ruolo possono avere i laureati in Scienze della Vita nella Procreazione Medicalmente Assistita? Ve ne parla la rubrica Un lavoro da Biologo, il viaggio di BioPills tra le varie professioni disponibili per Biologi, Biotecnologi e Scienziati Naturalisti. L’intervistato di oggi è Attilio Anastasi, che ci racconta della sua professione di Embriologo clinico – anche se, afferma, questo titolo non esiste formalmente in Italia, tanto che alcuni colleghi si definiscono Biologi della Riproduzione – referente per la diagnosi genetica preimpianto all’Ospedale del Delta, a Ferrara.

In che contesto opera l’embriologo?

Molte coppie alla ricerca di un figlio, complice anche la situazione socioeconomica che spinge a ritardare sempre più la scelta di metter su famiglia, si trovano a dover fare i conti con problemi di infertilità.

Questi problemi si pongono anche ai singoli individui in occasione di particolari trattamenti terapeutici – ne sono un esempio alcune terapie oncologiche – che rischiano di compromettere in maniera irreversibile le nostre cellule sessuali (i gameti: spermatozoi per gli uomini e ovociti per le donne), creando numerosi problemi di fertilità, fino a renderli sterili.

In altri casi i problemi riproduttivi non riguardano l’infertilità, come capita nelle coppie che rischiano di trasmettere malattie genetiche ereditabili alla propria prole e che, comprensibilmente, desiderano evitarlo.

Questi sono alcuni dei principali motivi che spingono molte persone – di età massima 46 anni, il limite di legge in Italia – a rivolgersi ai centri che si occupano di Procreazione Medicalmente Assistita.

Questi centri erogano tutti i servizi di supporto alla possibilità di procreare. Si va dagli esami di infertilità ginecologica o andrologica – con le relative terapie – alla crioconservazione dei gameti per la preservazione della fertilità, fino ad arrivare alla vera e propria procreazione medicalmente assistita, quella che colloquialmente viene chiamata fecondazione in vitro.

Questa metodica inizia con il prelievo dei gameti dai partner che vogliono divenire genitori, di solito a seguito di stimolazione ormonale per la donna. Dopo la selezione dei più adatti avviene la fecondazione – che gli embriologi eseguono in laboratorio tramite una tecnica di micromanipolazione detta ICSI, o Iniezione Intracitoplasmatica degli Spermatozoi – e vengono trasferiti in utero, tra gli embrioni che si andranno a formare, i più idonei e, nel caso della diagnosi genetica preimpianto, sani.

Le figure sanitarie che operano nel contesto della riproduzione umana sono molteplici e tra queste c’è anche il biologo della riproduzione, o embriologo.

Cosa fa un embriologo?

La giornata dell’embriologo comincia invariabilmente con le pratiche igieniche indispensabili per l’accesso al laboratorio. Lava accuratamente le mani, indossa un vestiario adatto a mantenere la sterilità dell’ambiente di lavoro e si mette i Dispositivi di Protezione Individuale (DPI). Il passo successivo è l’accensione di tutti gli strumenti, tipicamente una o più cappe a flusso laminare e un invertoscopio – un microscopio ottico con la parte ottica montata verso il basso che punta verso l’alto – sul quale è montato il sistema di micromanipolazione per effettuare la tecnica ICSI e per le tecniche di biopsia degli embrioni.

Dopo l’iniziale setup inizia la giornata lavorativa vera e propria, che prevede sempre lo svolgimento delle medesime procedure. La loro sequenza può però variare a seconda dell’organizzazione interna di ogni struttura clinica.

Nel caso di Attilio, per prima cosa controlla se gli ovociti sottoposti a ICSI il giorno precedente si sono fertilizzati, dopodiché analizza gli embrioni candidati per l’impianto in utero. Questa analisi è puramente visiva e morfologica: controlla quanti embrioni hanno raggiunto lo stadio di blastocisti, superando i vari step di selezione che la natura pone nel loro percorso, pronti per essere trasferiti (uno alla volta) in utero sperando diano origine ad una gravidanza, oppure per poterli vitrificare (congelandoli in azoto liquido, alla temperatura di -196°Celsius e in tempi estremamente rapidi, per conservarne la struttura e la funzionalità) in attesa di quel passaggio.

Solo in alcuni laboratori sono presenti anche degli strumenti, gli incubatori time-lapse, che fotografano ogni 5 minuti l’embrione. Questo permette di non solo di valutare la sua morfologia finale ma anche di monitorare il suo sviluppo, alla ricerca di eventuali anomalie.
Gli embriologi protocollano e identificano ognuno dei campioni biologici – ovuli, spermatozoi ed embrioni – in maniera minuziosa. Per farlo, utilizzano un codice a barre che gli consente di non perdere l’identificazione degli individui cui appartengono, causando errori molto gravi.

Dopodiché è il momento di dedicarsi ai nuovi campioni. Un ginecologo preleva gli ovociti dalle pazienti, aspirando il liquido follicolare, e manda subito le provette nel laboratorio adiacente. Qui gli embriologi le riversano in alcune piastre per dare inizio alla ricerca degli ovociti all’interno del liquido follicolare. Nel giro di due ore, gli embriologi processano gli ovociti raccolti (separati meccanicamente dalle cellule del cumulo e della corona radiata) e li valutano per la loro idoneità alla fecondazione, a seconda del grado di maturazione. Utilizzeranno solo gli ovociti in metafase II nello step successivo.

Gli ovociti idonei, infatti, vengono utilizzati per la ICSI. Questa tecnica impiega il sistema di micromanipolazione per prelevare un singolo spermatozoo dal campione di liquido seminale – previo apposito trattamento – e iniettarlo all’interno di un ovocita.
La principale differenza con il processo di fertilizzazione naturale – meccaniche a parte – è che la scelta dello spermatozoo da utilizzare dipende dagli embriologi; i quali, ancora una volta, fanno un’analisi visiva giudicando la sua forma e la sua motilità.

Dopo la ICSI, gli ovociti iniettati non sono ancora fertilizzati. Gli embriologi li pongono quindi in terreni di coltura molto specifici – che vengono acquistati da aziende specializzate – e li mettono in incubatore per 5-6 giorni, fino al raggiungimento dello stadio di blastocisti.

Terminato il lavoro con i nuovi arrivi, è tempo di dedicarsi agli embrioni già sviluppati che richiedono analisi genetiche preimpianto. Gli embriologi effettuano delle biopsie sulle blastocisti e mandano il materiale raccolto a un laboratorio di genetica clinica convenzionato – alcune strutture dispongono di una propria unità dedicata –  dove dei biologi molecolari lo processeranno alla ricerca di specifiche mutazioni che rivelano le malattie genetiche ereditabili dovute ai genitori.

Gli embrioni analizzati vengono vitrificati subito dopo la biopsia. Verranno scongelati all’arrivo dei risultati, circa tre settimane dopo, per essere impiantati (sempre uno per volta) in utero dopo l’appropriata stimolazione dell’endometrio della paziente.

Mediamente i ginecologi prelevano 10 ovociti nelle donne sotto ai 35 anni: un numero altamente variabile caso per caso, in base alla risposta della paziente alla stimolazione ovarica e alla sua età.  Da questi si riesce a ottenute, statisticamente parlando, non più di 3-4 blastocisti. I ginecologi impiantano in utero una sola di queste, a meno che la paziente scelga di avere gravidanze successive.

Gli embrioni sovrannumerari non utilizzati per altri tentativi, per scelta del paziente, come anche gli embrioni portatori di mutazioni genetiche, rimarranno invece vitrificati a tempo indeterminato. In Italia, infatti, la legge vieta l’utilizzo delle cellule staminali embrionali a fini di ricerca come anche l’eliminazione degli embrioni non destinati a una gravidanza.

La giornata finisce poi con la preparazione dei terreni di coltura, il riordino del laboratorio e le pulizie.

Chi può fare l’embriologo?

Possono intraprendere la carriera dell’embriologo biologi e biotecnologi con formazione specifica nel campo della biologia riproduttiva e magari qualche esperienza pratica, come tirocini curricolari. Una prima esperienza la si può fare attraverso master di primo o di secondo livello o attraverso laure magistrali in biologia della riproduzione. In Italia ne esistono diverse, anche di respiro internazionale.

I requisiti dipendono anche dalla propria destinazione lavorativa. Per lavorare nel settore pubblico serve aver conseguito la scuola di Specializzazione, cosa che non è richiesta a chi lavora per centri privati.

Cosa aspettarsi?

Il ruolo dell’embriologo può sembrare routinario ma richiede di ragionare e di tenersi aggiornati, ed è quindi molto stimolante. Sia, naturalmente, nelle posizioni che si occupano di ricerca che nei ruoli clinici perché le procedure e protocolli cambiano in continuazione. Ci sono spesso delle novità, ci sono spesso dei nuovi strumenti che si possono utilizzare.

In quanto professionista clinico inserito in un ambiente con diverse professionalità, da solo l’embriologo non può assolutamente lavorare.  La capacità di lavorare in gruppo è indispensabile. Gli è richiesta inoltre la massima attenzione nello svolgimento del suo lavoro, con particolare riguardo al mantenimento della sterilità. La possibilità di commettere errori gravi è alta e non ce ne si può permettere mezzo.

Un errore tecnico può infatti compromettere la realizzazione dei sogni di maternità e paternità dei pazienti, creare un danno alla paziente nel caso in cui si danneggi un embrione oppure ancora commettere un mismatch di gameti, cioè utilizzare gameti di persone diverse dai partner.

Per azzerare il rischio di errori, nei centri per la PMA vigono strette procedure di controllo e una generale morbosità per il particolare, per i dettagli.

Un embriologo deve saper lavorare sotto stress: il flusso di lavoro può fluttuare parecchio e in alcune giornate possono sovrapporsi diverse biopsie e nuovi arrivi. È essenziale quindi sapersi organizzare rimanendo presenti a sé stessi. Sempre per via della scarsa programmabilità del flusso di lavoro, gli embriologi si alternano su turni che coprono anche domeniche e le festività.

Le condizioni di inquadramento meritano una menzione speciale. Nel settore pubblico e in quello privato la pratica della professione dell’embriologo è sostanzialmente la stessa. Quello che varia sensibilmente sono, appunto, l’inquadramento e il livello di responsabilità a carico dell’embriologo.

Chi vince un concorso in un centro pubblico per la PMA, vi entra a tempo indeterminato per lavorare come embriologo clinico. Venendo inquadrato come Dirigente Biologo, percepisce un salario commisurato alle sue responsabilità, che spesso riguardano anche il rapporto coi pazienti e il pubblico. Nel settore privato, invece, la maggior parte degli embriologi collaborano come liberi professionisti nella gestione del laboratorio. Solo alcuni di loro vengono promossi a maggiori responsabilità.

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