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Dolore muscolare e acido lattico

Spesso, la comparsa dei DOMS viene attribuita erroneamente all'accumulo di acido lattico all'interno dei muscoli. Tuttavia, responsabili di tale condizione sono in realtà alcune neurotrofine, che agiscono a livello del sistema nocicettivo.

Spesso, la comparsa dei DOMS viene attribuita erroneamente all’accumulo di acido lattico all’interno dei muscoli. Tuttavia, responsabili di tale condizione sono in realtà alcune neurotrofine, che agiscono a livello del sistema nocicettivo.

DOMS e acido lattico

La sensazione più comune tra le persone che praticano attività fisica ad alta intensità è quella del dolore muscolare che insorge in seguito all’allenamento. Spesso, questo dolore è definito come DOMS (Delayed onset muscle soreness), cioè dolore muscolare a insorgenza ritardata[1].

L’aspetto più detestabile di tale indolenzimento è che, se il disturbo non viene opportunamente trattato, può perdurare per svariati giorni manifestandosi principalmente come:

  • dolore localizzato;
  • gonfiore;
  • rigidità;
  • perdita dell’efficacia di contrazione[1].

Questa condizione è stata, ed è tutt’ora, erroneamente attribuita agli effetti collaterali della produzione di acido lattico. In realtà, essa dipende dalla creazione di microlesioni (cioè lacerazioni microscopiche) agli elementi muscolari ed elastici che creano un’infiammazione localizzata[1, 3], ma soprattutto dal rilascio di alcuni fattori proteici in seguito alla contrazione muscolare. Tali molecole prendono il nome di neurotrofine e le principali coinvolte sono il Nerve Growth Factor (NGF) e il Glial Cell derived Neurotrophic Factor  (GDNF).

Al contrario, l’acido lattico è il responsabile della percezione della fatica solo durante l’esecuzione del gesto atletico e induce la tipica sensazione di bruciore muscolare. Tuttavia, questo viene smaltito nel giro di appena un paio ore.

Acido lattico: che cos’è e cosa fa?

L’acido lattico, detto anche lattato, è uno scarto del metabolismo anaerobico, cioè quell’insieme di reazioni metaboliche che producono energia in assenza di ossigeno (O2).

Esso viene comunemente prodotto dall’organismo, anche a riposo. Tuttavia, in caso di sforzo fisico prolungato, la sua produzione subisce un’impennata[2, 3].

Infatti, durante l’attività motoria, i muscoli scheletrici, contraendosi con più frequenza e intensità, richiedono un maggior apporto di energia rispetto a quanta l’organismo riesca a produrne in condizioni di riposo. Ecco che in una situazione come questa si verifica una carenza di ossigeno[2]. Ciò spiega perché durante la pratica sportiva più intensa spesso si manifesti il cosiddetto “fiatone”, definito più scientificamente come dispnea.

A questo punto, l’organismo non è più in grado di portare a completamento l’ossidazione del suo carburante primario: il glucosio[3]. Dunque, per poter continuare la performance è necessario rifornirsi di energia. Non potendo più contare sulla respirazione aerobica che impiega l’ossigeno come accettore finale della catena di trasporto degli elettroni, l’organismo è costretto a ripiegare su quella anaerobica. Quest’ultima, invece, sfrutta proprio il lattato come accettore finale per la sintesi di ATP[2].

Tuttavia, sebbene sia più rapido rispetto a quello aerobico, il metabolismo anaerobico fornisce meno energia (2 molecole di ATP contro le 32 della respirazione cellulare)[3]. Per questa ragione, la contrazione dei muscoli scheletrici sotto sforzo perde progressivamente di efficacia, iniziando a far percepire la sensazione della fatica muscolare. Tale condizione viene ulteriormente amplificata dall’aumento di acidità che si verifica all’interno del tessuto muscolare in questione, proprio a opera dell’acido lattico prodotto[2].

respirazione aerobica anaerobica
Confronto tra respirazione aerobica (sinistra) e anaerobica (destra) a partire da una molecola di glucosio. Come si può osservare, la respirazione aerobica consente una maggior sintesi di ATP, cioè energia impiegabile dalla cellula per numerose funzioni, tra cui la contrazione. Tuttavia, in condizioni di carenza di ossigeno (O2) la cellula è costretta a deviare il metabolismo verso l’anaerobiosi, il cui prodotto di “scarto” è l’acido lattico (o lattato). Fonte: Wikimedia Commons

Acido lattico: come smaltirlo?

Normalmente, l’acido lattico viene recuperato dall’organismo per la sintesi di glucosio o come fonte energetica per il cuore. Quando questo viene prodotto in grandi quantità, però, si accumula all’interno dei muscoli e ne altera il pH (pH<7,5), generando una condizione nota come acidosi lattica[2, 3].

Infatti, il lattato in eccesso raggiunge il fegato (e in porzione minore i reni) e qui sarà soggetto a una serie di reazioni che nel complesso sono note come Ciclo di Cori. Tutto ciò porterà alla sintesi di glucosio secondo un meccanismo definito gluconeogenesi, che si espleta nelle poche ore successive all’attività fisica. Dunque, l’indolenzimento che si presenta a distanza di 24-48h dal gesto sportivo, non possono essere imputate all’acido lattico, o almeno non in modo diretto.

Smaltimento acido lattico
Smaltimento dell’acido lattico: gluconeogenesi da parte del fegato

Neurotrofine

Sembrano essere loro le vere responsabili dei dolori muscolari che insorgono svariate ore dopo l’esecuzione di uno sforzo fisico intenso.

Infatti, in seguito alla contrazione e alla creazione di microlesioni nel tessuto muscolare coinvolto, le fibre e le cellule satelliti rilasciano alcuni fattori neurotrofici. Si tratta di molecole di natura proteica che determinano la sopravvivenza, la crescita e la funzionalità delle cellule del sistema nervoso. Tra questi i più rilevanti sono il fattore di crescita nervoso (nerve growth factor, NGF) e il fattore neurotrofico derivato dalle cellule gliali (glial cell derived neurotrophic factor, GDNF). Si tratta di neurotrofine deputate:

  • alla sopravvivenza;
  • al mantenimento;
  • alla rigenerazione di alcune popolazioni di cellule neurali.

Leggi anche: La neurogenesi ippocampale adulta indotta dall’attività fisica

Queste particolari molecole, una volta rilasciate dalle cellule muscolari, sensibilizzano le vie nocicettive, ossia quel sistema di afferenze sensoriali deputate alla percezione del dolore, inducendo così l’iperalgesia (cioè un’amplificazione della sensibilità in seguito a stimoli dolorifici).

È questo il reale motivo per cui in seguito agli allenamenti più intensi spesso si percepisce quella sensazione di dolore muscolare.

Vedi anche: Sensibilità somatica: tatto, propriocezione e nocicezione

Soluzioni all’indolenzimento muscolare

Il manifestarsi del dolore muscolare il giorno seguente a un allenamento intenso (solitamente 24-48h dopo) non è qualcosa di preoccupante, soprattutto se non si è atleti esperti o non si è abituati a eseguire sforzi fisici rilevanti. Tuttavia, al fine di ottenere una pronta guarigione, potrebbe essere sufficiente seguire alcune indicazioni[1, 2]:

  • concedersi un po’ di riposo;
  • godersi un bel bagno caldo;
  • sottoporsi a un massaggio decontratturante.

Leggi anche: Caldo e Freddo nella gestione del dolore muscolare

Anche l’alimentazione può giocare a favore del recupero muscolare, soprattutto per quanto riguarda lo smaltimento dell’acido lattico. Infatti, può essere utile assumere alimenti alcalinizzanti, ricchi in sali minerali, al fine di contrastare l’acidità indotta dall’accumulo di lattato all’interno del muscolo[2].

In seguito al manifestarsi dei DOMS, tuttavia, non è necessario mantenere l’inattività assoluta fino alla guarigione completa. Ad esempio, lo stretching sia prima che dopo l’allenamento può aiutare a ridurre la sensazione di dolore muscolare. Oppure l’esecuzione di esercizio fisico a bassa intensità può contribuire ad accelerare la risoluzione dei fastidi dovuti all’indolenzimento muscolare e incrementare l’efficacia della contrazione[1, 2].

Prevenzione dei dolori muscolari

Quando, invece, si vuole contrastare a priori l’insorgenza dei DOMS, si possono assumere alcuni atteggiamenti volti a prevenirlo:

  • bere molta acqua per mantenere i tessuti ben idratati;
  • aumentare l’introito di vitamine del gruppo B per incrementare l’efficienza del trasporto di glucosio verso i muscoli, in modo da avere un buon rifornimento energetico durante lo sforzo fisico[2];
  • eseguire un riscaldamento graduale ed efficace prima di svolgere una pratica sportiva intensa[1].

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Referenze

  1. Catucci P – Dolori post allenamento? Si chiamano Doms e l’acido lattico non c’entra – Gazzetta Active. 2021.
  2. Carillo G – Acido lattico: cos’è e come smaltirlo. Rimedi e alimentazione – GreenMe. 2017.
  3. Ferraresi DG – Acido Lattico | Cos’è? Fatica e Dolori Muscolari – Prezzi Salute. 2020.
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