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Direttiva Habitat 92/43/CEE

Protezione ambientale: puro attivismo da ambientalisti? No, ci sono leggi ben chiare, perché alcuni fondamentali diritti umani, come quello alla salute, dipendono dall'ambiente.

La Direttiva Habitat 92/43/CEE è una Direttiva europea del 1992, propriamente detta “Direttiva per la conservazione degli habitat naturali e della flora e della fauna selvatiche”[1]. La Direttiva Habitat, insieme ad altre, si inserisce in un quadro legislativo più ampio formulato dalle Nazioni Unite per tutelare l’ambiente e permettere uno sviluppo sostenibile.

La Direttiva Habitat, contestualmente alla Direttiva Uccelli, delinea il quadro delle cosiddette direttive europee Natura. Queste svolgono un importante ruolo nello sviluppo di schemi di monitoraggio ambientale condivisi a livello nazionale ed europeo. La maggior parte dei programmi di monitoraggio degli habitat attualmente in corso sono stati infatti avviati nel 1992, in seguito all’adozione della Direttiva Habitat da parte della Commissione Europea[4].

Il recepimento della Direttiva in Italia è avvenuto nel 1997 attraverso il regolamento n. 357, integrato successivamente dal D.P.R. (Decreto del Presidente della Repubblica) del 12 marzo 2003[5].

Leggi anche: CBD: la Convenzione sulla Diversità Biologica

Obiettivi della Direttiva Habitat

L’obiettivo principale della Direttiva Habitat è quello di “salvaguardare la biodiversità mediante la conservazione degli habitat naturali, nonché della flora e della fauna selvatiche nel territorio europeo degli Stati membri al quale si applica il trattato”[5].

Un’importante caratteristica della Direttiva Habitat sta nel fatto che essa considera meritevoli di conservazione anche alcuni habitat seminaturali, oltre a quelli prevalentemente naturali.

Per il termine habitat la Direttiva fornisce due definizioni. La prima collega il termine alla specie, denominandolo “habitat per la specie”: in questo caso viene mantenuto il significato classico di habitat, ossia quello di ambiente in cui vive una data specie.

La seconda definizione, habitat type, introduce un concetto differente: un “habitat naturale” (habitat type) è “un’area composta da fattori biotici e abiotici in cui persistono condizioni ecologiche uniformi”. Tale concetto, quindi, svincola la definizione dalla connessione con una singola specie, definendo l’habitat quale unità a sé stante[2].

Gli habitat definiti della Direttiva, a seguito della loro inclusione in zone di protezione, richiedono monitoraggi periodici atti a definirne lo stato. Il monitoraggio è attuato da enti preposti e riconosciuti a livello nazionale, come l’ISPRA per l’Italia, e viene eseguito con l’utilizzo di speciali schede. Ciascuna di queste schede di monitoraggio si articola in due macrosezioni: la prima è dedicata alla definizione dell’habitat, quindi alla sua descrizione e al rilevamento di impatti e criticità; la seconda macrosezione è invece dedicata alla descrizione dei parametri utilizzati per la valutazione dello stato di conservazione ed indicazioni operative per il monitoraggio[2].

In conformità alla Direttiva, il monitoraggio a livello di ciascun sito si basa su due parametri principali: la dimensione areale (intesa come superficie occupata dall’habitat); la sua struttura e funzione (in cui è incluso il monitoraggio delle specie tipiche)[2].

Allegati della Direttiva Habitat

La Direttiva Habitat è completata da una serie di allegati[1]:

  • l’allegato I specifica l’elenco degli habitat naturali la cui conservazione richiede la designazione di Zone Speciali di Conservazione (ZSC);
  • l’allegato II individua le specie la cui conservazione richiede l’istituzione di ZSC;
  • l’allegato III specifica i criteri di selezione delle aree suscettibili di essere designate ZSC;
  • l’allegato IV elenca le specie per le quali è necessario adottare misure di rigorosa tutela e delle quali è vietata qualsiasi forma di raccolta, uccisione, detenzione e scambio ai fini commerciali;
  • l’allegato V elenca le specie il cui prelievo può essere sottoposto a opportune misure di gestione.

Le ZSC sono delle zone che sono state approvate dalla Commissione Europea in applicazione della Direttiva Habitat a seguito della loro proposta come Siti di Interesse Comunitario (SIC). Uno Stato membro può riconoscere un territorio come SIC e quindi avanzare un’affermazione a livello europeo, quando riconosce che esso[8]: contribuisce a mantenere o a ripristinare una delle tipologie di habitat inclusi nella Direttiva 92/43/CEE; può contribuire alla connettività di Rete Natura 2000; contribuisce alla biodiversità della regione in cui si trova.

Esempi di habitat protetti

Gli habitat inclusi nella Direttiva Habitat sono codificati in maniera precisa dall’allegato I e da un “Manuale di interpretazione” pubblicato dalla Commissione Europea nel 1995.

Il Manuale, più volte rivisto, indica per ogni habitat: il nome del tipo di habitat e la relativa priorità (indicata con un * prima del nome); il codice Natura 2000; la regione biogeografica di appartenenza; una generale descrizione con le principali specie vegetali indicatrici; le principali caratteristiche ecologiche; le relazioni con gli altri habitat; quando possibile, una lista di specie animali da tutelare.

Per brevità, si riportano di seguito solo le categorie entro cui vengono classificati gli habitat ed alcuni esempi di habitat prioritari (indicati tra parentesi)[2]:

  • habitat costieri e vegetazione alofitica (praterie di Posidonia oceanica, lagune costiere);
  • dune marittime e interne;
  • habitat d’acqua dolce;
  • lande ed arbusteti temperati;
  • macchie e boscaglie di sclerofille, o matorral (matorral arborescenti di Laurus nobilis);
  • formazioni erbose naturali e seminaturali;
  • torbiere basse ed alte e paludi;
  • habitat rocciosi e grotte (pavimenti calcarei);
  • foreste (faggeti degli Appennini con Taxus, Ilex e Abies).

Gli habitat elencati nell’allegato I della Direttiva sono integrati con le specie animali e vegetali da tutelare presenti nell’allegato II. In quest’ultimo, infatti, si sottolinea che “l’allegato II è complementare all’allegato I per la realizzazione di una rete coerente di zone speciali di conservazione”[1].

Direttiva Habitat e Rete Natura 2000

Le Nazioni Unite hanno stabilito dal 2015 degli Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile (SDG – Sustainable Development Goals), che fanno seguito agli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (MDGs – Millennium Development Goals) stabiliti nel 2000. Gli SDGs sono obiettivi necessari a permettere un equilibrio o un miglioramento nel rapporto uomo-ambiente e della condizione umana in generale.

L’Agenda 2030, adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2015, è costituita da 17 SDGs finalizzati all’eliminazione della povertà, alla protezione del pianeta e al raggiungimento di una prosperità diffusa entro il 2030. Gli obiettivi fanno riferimento a diversi domini dello sviluppo sociale ed economico e devono essere affrontati attraverso un approccio integrato, finalizzato a realizzare un progresso sostenibile[3]. I primi obiettivi riguardano le problematiche della povertà e della fame, continuando poi con la salvaguardia dell’istruzione, della parità di genere e non tralasciando disuguaglianze, lavoro e pace.

Gli obiettivi che riguardano l’ambiente sono in particolare il 12 (collateralmente), il 13, il 14 e il 15 (più direttamente). Eccoli riportati di seguito[3]:

  • obiettivo 12: garantire modelli sostenibili di produzione e consumo;
  • obiettivo 13: adottare misure urgenti per combattere il cambiamento climatico e le sue conseguenze;
  • obiettivo 14: conservare ed utilizzare in modo sostenibile gli oceani, i mari e le risorse marine per uno sviluppo sostenibile;
  • obiettivo 15: proteggere, ripristinare e favorire un uso sostenibile degli ecosistemi terrestri, gestire in modo sostenibile le foreste, combattere la desertificazione, arrestare e invertire il degrado del territorio e arrestare la perdita di biodiversità.

Proprio per il perseguimento degli obiettivi evidenziati, sono state formulate le Direttive Habitat e Uccelli, contestualizzate nel quadro più ampio chiamato Rete Natura 2000. Rete Natura 2000 è un sistema coordinato di aree destinate alla conservazione della diversità biologica, presente nel territorio dell’Unione Europea, ed in particolare alla tutela di una serie di habitat e specie animali ritenuti meritevoli di protezione a livello continentale.

Le aree da includere nel programma di tutela vengono indicate con le sigle SIC, ZSC e ZPS in maniera concorde alla Direttiva che le identifica. Applicando la Direttiva Habitat vengono ad esempio definiti i Siti d’Importanza Comunitaria (SIC). Mediante la Direttiva Uccelli, invece, ciascuno Stato membro della Comunità Europea individua sul proprio territorio nazionale le Zone di Protezione Speciale (ZPS), ossia quelle aree in cui vivono e si riproducono una serie di specie di uccelli indicate nell’allegato I della direttiva.

Direttiva Habitat in Italia

L’individuazione dei siti da proteggere in Italia è stata realizzata dalle singole regioni, poi validata a livello nazionale dalle commissioni preposte. All’interno dei siti Natura 2000, in Italia sono protetti complessivamente: 132 habitat, 90 specie di flora e 114 specie di fauna (delle quali 22 mammiferi, 10 rettili, 16 anfibi, 26 pesci e 40 invertebrati) ai sensi della Direttiva Habitat; circa 390 specie di avifauna ai sensi della direttiva Uccelli[6].

Complessivamente, in Italia vi sono 2625 siti inclusi nella Rete Natura 2000. Le regioni con il maggior numero di siti protetti sono la Sicilia e la Lombardia (245 siti), mentre il numero più basso di siti è riportato per la Valle d’Aosta. Seppur quello della Valle d’Aosta possa sembrare un numero ridotto, quando rapportato all’estensione del territorio mostra in realtà una percentuale di territorio soggetto a protezione del 30%: questa percentuale è di gran lunga superiore a quella della Lombardia, dove la superficie protetta è del 15%.

Per quanto riguarda la protezione delle aree marine italiane, primeggiano la Toscana e la Sardegna, rispettivamente con il 27% e il 18%. Attualmente, il dato percentuale minimo della protezione in ambiente marino è registrato nelle Marche, dove solo lo 0,32% è soggetto a tutela[6].

Conclusione

Dati gli obiettivi fissati e i risultati raggiunti con l’Agenda 2020, risulta ancora molto lavoro da fare per rendere lo sviluppo sostenibile, non solo in Italia ma in tutta Europa. Considerando con quale tasso l’ambiente sta mostrando le conseguenze negative dovute alle attività umane, l’azione sugli obiettivi riguardanti l’ambiente risulta urgente. Tale urgenza è già stata sottolineata dal Panel delle Nazioni Unite nel 2018 (riunione in Corea del Sud) con il monito “Ci restano 12 anni prima del disastro, prima di varcare la soglia del non ritorno”.

Referenze

  1. Gazzetta Ufficiale della Comunità Europea N.L.206/7 (22.07.92);
  2. ISPRA – Manuali per il monitoraggio di habitat e specie di interesse comunitario in Italia;
  3. ISTAT – Rapporto SDGs 2019;
  4. Lengyel, S., et al. (2008). A review and a framework for the integration of biodiversity monitoring at the habitat level. Biodiversity and Conservation, 17(14), 3341-3356;
  5. Ministero dell’Ambiente (MATTM) – Direttiva Habitat;
  6. Ministero dell’Ambiente (MATTM) – SIC, ZSC e ZPS in Italia (Aprile 2020);
  7. ONU Italia – Agenda 2030;
  8. SIC – Sito di Interesse comunitario.
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