Cure parentali nell’uomo: ecco perché tutti amano i cuccioli

Come i cuccioli possano far leva sull'istinto umano legato alle cure parentali

Nel mondo di oggi, i social sono ormai parte della vita di ciascuno di noi e sono divenuti uno strumento imprescindibile di comunicazione e informazione. In pochi saranno dunque coloro che non si sono mai imbattuti in post con foto di cuccioli, che riscuotono un enorme successo per la tenerezza che ispirano dentro di noi. Quando ci si trova di fronte a delle foto o a dei video di cuccioli, magari anche un po’ goffi, sembra quasi impossibile rimanere impassibili. Ed in effetti lo è. L’essere umano non può fare a meno di provare tenerezza ed empatia di fronte a questi cuccioli e la ragione è scritta nel nostro genoma. Le foto di questi animali, giudicati carini e irresistibili, risvegliano infatti una parte dei nostri istinti e in particolare quella predisposizione alle cure che un genitore prova nei confronti di un figlio. L’istinto legato alle cure parentali è una caratteristica che ci accomuna alla quasi totalità dei mammiferi, e a moltissimi altri vertebrati.

L’istinto

Per comprendere come la foto di un gattino possa suscitare l’espressione di un istinto umano volto alle cure parentali, occorre prima chiarire cosa si intende per istinto. Cercare di definire l’istinto come un concetto o un sistema unitario è molto complesso. Semplificando, potremmo definire l’istinto come un insieme di comportamenti che sono scritti nel nostro DNA e si innescano in determinate situazioni specifiche per assolvere ad un compito importante per la sopravvivenza dell’individuo. Quest’ultima caratteristica deriva dal fatto che, essendo una componente scritta nel genoma, l’istinto è soggetto all’evoluzione per selezione naturale al pari dei caratteri anatomici più evidenti, e si è dunque perfezionato in funzione adattativa nel corso del tempo. Ciascun istinto è scatenato da un particolare stimolo, che sia esso esterno o interno all’individuo.  In genere si parla di diversi istinti, ad esempio di caccia o di fuga, suddivisi sulla base della loro funzione teleonomica (ovvero in ottica di adattabilità evolutiva).

L’istinto nell’uomo

Tale insieme di moduli comportamentali innati già presenti in ciascuno di noi all’atto della nostra nascita, pronti ad innescarsi in situazioni specifiche, costituisce la componente del nostro comportamento più “animalesca”. È da sottolineare l’improprietà di quest’ultimo termine che porta spesso ad immaginare una distinzione netta tra l’Homo sapiens e il resto del regno animale, una distinzione che in effetti si manifesta molto più flebile di ciò che pensiamo. L’uomo è innanzitutto un animale, un primate per essere più precisi, e come tale porta con sé tutto il bagaglio genetico di adattamenti legati alla sua famiglia tassonomica, compresa, appunto, la componente istintiva del proprio comportamento. Quest’ultima comprende, tra gli altri, anche quei moduli comportamentali legati alla cura della prole, che sono in qualche modo collegati al senso di tenerezza che proviamo dinanzi alla foto di un cucciolo.

Separare l’istinto dai suoi fattori scatenanti

Per analizzare più nel dettaglio come questo possa avvenire, occorre separare le azioni di un’istintiva cura della prole dagli stimoli che le scatenano. Oskar Heinroth, uno dei primi studiosi a occuparsi dell’istinto, considerava le singole azioni istintive specifiche come insieme di un meccanismo scatenante innato e un conseguente movimento a coordinazione ereditaria da esso innescato. Nel nostro caso, occorre considerare le cure parentali nella specie Homo sapiens, ma ciò che ci interessa maggiormente è proprio il meccanismo che scatena un senso di empatia tipico della cura della prole, anche dinanzi a stimoli come la foto di un gattino o di una piccola lontra.

L’importanza delle cure parentali

L’insieme di comportamenti volto alla cura della prole ha un enorme importanza in tutti i mammiferi, ed è legato a strategie riproduttive di tipo K che comportano generalmente la genesi di un numero di piccoli ristretto caratterizzati da uno sviluppo lento e quindi da una lunga “infanzia” prima di giungere all’età adulta. In situazioni di questo tipo, i piccoli raggiungono solo in una fase tardiva la completa autosufficienza e diventa dunque fondamentale per la loro sopravvivenza l’apparato di cure messo in atto dai genitori. Quest’ultimo consiste principalmente in un’azione di difesa e protezione dai predatori e in un approvvigionamento alimentare parziale o completo del piccolo. Il risultato è la necessità di un enorme dispendio energetico parentale, senza il quale qualsiasi piccolo di mammifero sarebbe condannato a morte certa.

L’importanza delle cure nell’uomo

L’uomo non fa eccezione, e possiede anche lui un bagaglio comportamentale legato alle cure parentali, ancor più forte e ricco di quello degli altri primati, in virtù delle maggiori necessità di assistenza dei piccoli umani rispetto a quelli di uno scimpanzé o di un gorilla. Tale necessità può essere spiegata in ottica adattativa considerando il percorso evolutivo che ha portato l’uomo a separarsi dalle linee filetiche delle attuali scimmie antropomorfe circa 6 milioni di anni fa. Uno degli adattamenti fondamentali sviluppati dai primi ominidi progenitori del genere Homo è infatti una postura eretta accompagnata da un’andatura bipede. Tali caratteristiche, in fase di sviluppo nelle forme australopitecine preumane e poi consolidate nel genere Homo, hanno portato innumerevoli vantaggi, ma hanno anche causato dei problemi relativi al parto per il restringimento del canale del bacino legato alla nuova postura bipede.

L’evoluzione ha fatto fronte a tale problematica anticipando i parti, ovvero accorciando il periodo di gestazione e favorendo la messa al mondo di piccoli più inetti, ma con un’iniziale sviluppo esponenziale di carattere quasi embrionale. Tale adattamento, seppur possa apparire dannoso, in realtà ha permesso lo sviluppo delle nostre funzioni cognitive superiori. Per ciò che ci riguarda, però, questa caratteristica ha fatto sì che si rendessero necessarie cure parentali accurate e prolungate. Siamo quindi in qualche modo “programmati” dall’evoluzione per sentirci legati a tutto ciò che ci sembra un cucciolo bisognoso di cure. L’oggetto delle nostre attenzioni, ovvero nostro figlio, dovrà apparirci dunque tenero, carino, buffo e indifeso, di modo che noi possiamo occuparcene con volontà e dedizione.

Ecco però che questa perfetta macchina messa in piedi dall’evoluzione per permetterci di crescere al meglio i nostri figli, viene come ingannata dalla foto, o dalla presenza fisica, di un cucciolo di un’altra specie. Si tenga conto che la componente istintiva rappresenta solo una parte del nostro comportamento e che quindi noi naturalmente siamo in grado di discernere un bambino da un esemplare di un’altra specie, ma nonostante questo, ci risulta impossibile non sentirci emotivamente vicini a quegli animali così goffi e graziosi. Le ragioni di tale vicinanza sono da ricercare nel meccanismo scatenante che fa sì che i moduli legati alle cure parentali si inneschino.

Il meccanismo scatenante innato

Definiamo meccanismo scatenante innato quell’insieme di processi fisiologici che innescano in un qualsiasi animale la messa in atto di una serie di movimenti a coordinazione ereditaria concatenati. Tali processi sono essenzialmente elaborazioni interne al sistema nervoso e interazioni fra questo e l’apparato locomotore che permettono l’attuarsi del modulo comportamentale in situazioni specifiche ben definite. Lo scatenarsi del comportamento dipende da fattori interni ed esterni all’individuo. I fattori interni sono delle dinamiche legate all’interazione neuronale che rendono l’organismo propenso ad attuare un determinato comportamento. Essenzialmente tali fattori possono essere riassunti in una sorta di potenziale d’azione interno legato a ciascun modulo, come fosse una grandezza in grado di accumularsi e di innescare il movimento istintivo superato un determinato valore soglia.

Una trattazione esaustiva di tali argomenti richiederebbe molto più spazio, per chi volesse approfondire, maggiori informazioni possono essere trovate nel corso di Etologia presente nell’area didattica.

Ciò che ci interessa maggiormente nel nostro discorso sulle foto di animali teneri, sono i fattori esterni, ovvero degli stimoli provenienti dall’ambiente in cui l’animale vive che possono innescare comportamenti particolari. Nel set completo di movimenti istintivi di un individuo, non tutti sono innescati da uno stimolo esterno, ma la gran parte di quelli che regolano interazioni con altri animali, come le cure parentali, dipendono strettamente da tali fattori esterni. Gli stimoli a cui l’animale reagisce non sono però rappresentazioni d’insieme della globalità del mondo che li circonda, ma singoli particolari specifici che sono sufficienti, da soli, ad innescare il modulo comportamentale ad essi associato. Il concetto può essere chiarito meglio con un esempio.

Il caso del pulcino di gabbiano reale

Nikolaas Tinbergen, uno dei padri dell’etologia moderna, compì degli esperimenti sul comportamento dei piccoli di gabbiano reale (Larus argentatus). In particolare egli studiò la risposta istintiva messa in atto dai piccoli quando un genitore tornava al nido per imboccarli. Il gabbiano reale adulto presenta un becco giallo piuttosto allungato con una vistosa macchia rossa semicircolare presente nella zona inferiore. I pulcini picchiettano con il becco su tale macchia e poi aprono il becco in attesa del pasto. Tinbergen mostrò che tale comportamento è legato non alla percezione complessiva di un gabbiano adulto, ma a singoli stimoli specifici quali la forma e il colore del becco, e soprattutto il colore della macchia.

gabbiano in volo

Ne consegue che se si presenta al piccolo una riproduzione fedele di un gabbiano adulto, uguale in tutto e per tutto al proprio genitore, tranne che per la forma del becco e il colore della macchia, volutamente distorti, il piccolo non reagirà affatto. Sono assenti, in questo caso, gli stimoli chiave che innescano il modulo comportamentale istintivo. Se si presenta però al pulcino uno zimbello costituito da un uccello di forme e dimensioni completamente diverse da quelle di un adulto di gabbiano, ma dotato di un becco giallo allungato con macchia rossa, questo risponderà mettendo in atto i comportamenti tipici della richiesta di cibo. Tale modulo comportamentale in un contesto naturale è influenzato da altri fattori, ma questa semplificazione di laboratorio illustra bene la necessaria presenza di stimoli chiave specifici. 

Gli stimoli e il senso di tenerezza

Il concetto di caratteristiche specifiche necessarie illustrato in merito ai pulcini di gabbiano vale anche per l’uomo, che riconosce la propria prole in base a determinati stimoli chiave, e si sente istintivamente portato a proteggerla e accudirla. Stiamo trattando naturalmente solo la parte istintiva del nostro comportamento, che rappresenta una minima componente delle interazioni con i nostri figli e, in generale, con il mondo circostante.

Tuttavia, se si volessero elencare i caratteri, gli stimoli chiave, che innescano in noi la tenerezza e la propensione alle cure parentali verso un bambino piccolo, questi sono:

  • Fronte alta e convessa
  • Predominanza delle ossa del cranio su quelle facciali
  • Occhi grandi
  • Guance paffute
  • Estremità brevi e grassocce
  • Forma del corpo tondeggiante
  • Movimenti goffi e approssimativi

Tali caratteri costituiscono ciò che Lorenz chiamò “baby schema” e suscitano in noi quel senso di tenerezza ed empatia che ci permette di giudicare “carini” i nostri figli. Ma perché proprio queste caratteristiche? La risposta è ancora una volta nell’evoluzione, che ha portato allo sviluppo di un’attenzione verso quelle peculiarità che erano tipiche e quasi esclusive dei nostri piccoli, nati più immaturi ed inetti rispetto a quelli degli altri primati per le ragioni sopra esposte.

Sono però obbligato a scrivere “quasi esclusive”, poiché alcuni di questi caratteri sono facilmente riscontrabili anche in cuccioli o animali adulti di altre specie. Particolari come una fronte alta, degli occhi grandi, delle estremità tozze, o una forma tondeggiante, sono infatti tipiche anche dei gattini, dei cagnolini, dei ricci, e di molti altri animali le cui foto spopolano sui social. Ecco dunque spiegato perché non possiamo fare a meno di apprezzarli, siamo geneticamente programmati per farlo. Tali foto, in effetti, ingannano i nostri meccanismi scatenati innati basati su stimoli chiave, proprio come gli zimbelli con becco verosimile ingannano i piccoli gabbiani studiati da Tinbergen.

Sfruttare i nostri istinti

Abbiamo chiarito che è la nostra istintività a farci amare così tanto le foto di cuccioli, ma ora siamo in grado di notare anche come questa propensione istintiva venga spesso sfruttata per catturare la nostra attenzione, non solo sui social, ma anche in ambito pubblicitario. Non è difficile immaginare che la foto di un bel ragazzo o di una bella ragazza riesca a catturarci facendo leva sulla nostra sessualità, ma occorre ricordare come allo stesso modo l’immagine di un animale con le caratteristiche illustrate può parimenti catturare la nostra attenzione badandosi su nostri istinti. Non a caso spesso in contesti pubblicitari è possibile riscontrare i caratteri che costituiscono gli stimoli chiave della nostra propensione alle cure parentali, volutamente esagerati. Basti pensare agli spot con bambini piccoli, ai cartoni con personaggi dotati di teste e occhi esageratamente grandi, alle bambole costruite a partire da un mix di caratteristiche infantili. Il “baby schema” sembra essere ovunque.

Conclusione

Risulta evidente, per concludere, come i cuccioli di animali con determinate proporzioni, al pari dei bambini, riescano a suscitare in noi una tenerezza ed un’empatia di matrice istintiva difficilmente trascurabili. Ecco spiegato il successo dei gattini su Instagram e di innumerevoli altri messaggi pubblicitari che chiamano in causa la nostra istintualità per catturare la nostra attenzione.

Bibliografia

  • “L’Etologia, fondamenti e metodi” (Konrad Lorenz, 1978)
  • “il comportamento degli animali, atlante illustrato di etologia” (Emanuele Coco, Rita cervo – Giunti editore, 2008)
  • “Umani da sei milioni di anni” (Gianfranco Biondi, Olga Rickards – Carocci editore, 2012)
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