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Intelligenza artificiale: Il computer intelligente

Esiste un computer intelligente? Cosa si intende per computer intelligente? Il tema dell’intelligenza è di sicuro uno dei più difficili sui quali ci si può soffermare. Sia da un punto di vista filosofico, che biologico matematico o evoluzionistico, vi sono molte definizioni ma nessuno in grado di cogliere questa facoltà nella sua vera essenza. Bisogna dire subito che con il passare dei secoli e quindi, con l’acuirsi di tutte le branche del sapere, anche l’intelligenza è stata esaminata sotto molteplici aspetti sicché oggi se ne tengono in conto diversi tipi.

Non tutti sanno ad esempio che anche nel regno vegetale vi si trova siffatta capacità, anche se in uno stato che dal punto di vista umano potremmo definire embrionale. Per non parlare poi del mondo animale, nel quale come si sa, vi sono molte creature simili all’uomo e che possiedono vari gradi e tipi di intelligenza. Ma dal momento che ciò che ci interessa è l’intelligenza artificiale, è su questa che conviene focalizzarsi.

Nei primissimi anni del XX secolo, quando si cercava di mettere appunto tutte quelle tecniche atte a misurare il cosiddetto QI, il quoziente intellettivo, l’intelligenza veniva considerata limitatamente al campo logico-matematico e non a caso la psicologia venne spesso accusata di razzismo. Simili test infatti andavano a misurare non tanto le capacità cerebrali dei soggetti in questione, quanto più che altro la loro abilità nel districarsi in problemi logici, grammaticali, matematici che naturalmente comportano una maggiore facilità per quelle persone che li affrontano quotidianamente.

Come dire, un bianco europeo facilmente risultava più intelligente, o con un quoziente più elevato di un nero africano. Ci volle un po’ poi per comprendere che questa non era altro che una specifica parte dell’intera intelligenza che caratterizza gli individui distinguendoli dalle altre specie in circolazione. Così allora si ricominciò da capo sino ad arrivare al grande H. Gardner che negli anni Ottanta fu sicuramente tra i primi a riconoscere la presenza di vari gradi di intelligenza nella specie umana.

Oggi questa facoltà, fondamentale nella vita di qualsiasi essere autonomo e indipendente, viene generalmente riconosciuta come la capacità di adattarsi ad ambienti mutevoli tramite un ragionamento di tipo apprensivo: non è semplicemente istinto, ma un processo che ci porta a formulare delle conclusioni delle quali prendiamo coscienza. Intelligente è quindi chi riesce a non farsi sopraffare dall’ambiente circostante, ad eseguire calcoli, emettere suoni, eseguire lavori in modo non automatico.

Esiste un computer intelligente?

Ma per le macchine il discorso è abbastanza più complesso. Una macchina ha un’intelligenza che per quanto sviluppata, per ora rimane ancora limitata a ciò che potremmo definire il calcolo logico-matematico. Per quante informazioni i circuiti di un calcolatore possano elaborare, questi sono sempre dati che partono da informazioni preconfezionate e che quindi ancora poco hanno a che fare con un vero e proprio cervello.

Ma anche qui le cose stanno cambiando e non a caso l’intelligenza artificiale è oggi uno dei fenomeni più attraenti per quanto temuti. A detta di Reil Kurzweil, direttore ingegneristico di Google, l’intelligenza artificiale sarà così tanto sviluppata che il mondo non avrà bisogno dell’uomo. Ma è ancora tutto da vedere.

Apparso a metà degli anni ’50 nel campo matematico, il termine ha espanso la sua portata fino a scivolare in ambiti del tutto disparati, dalla informatica, alla bio-medicina, alla filosofia. Ed oggi il dibattito non solo ostenta a fermarsi, ma si fonde con altre branche del sapere fin al punto da non poterlo isolare se si vuol comprenderlo adeguatamente. In breve però, come disse Marvin Minsky, l’intelligenza artificiale la si applica quando cerchiamo di far fare alle macchine delle cose per le quali servirebbe l’intelligenza dell’uomo.

Se ci si limita a questo punto alle maggiori correnti filosofiche, è possibile distinguere due concezioni. Quella funzionalista, secondo la quale le macchine possono arrivare ad avere un’intelligenza del tutto simile a quella umana. Quella cognitivista, la quale sostanzialmente bolla la precedente come pura fantasia. L’uomo ha un inconscio pensante che è alla base della sua esistenza. Le macchine, per quanto intelligenti possano diventare, saranno sempre creature sconnesse da ciò che le circonda. Certo, le si può connettere tramite la rete, ma l’intrigo di sensazioni, emozioni, pensieri, illusioni che caratterizza l’essere umano, il filtro della sua esistenza, questo non può essere replicato.

Intelligenza razionale allora è probabilmente una parola che ben si adatta a quella posseduta dagli svariati calcolatori elettronici, anche se è pur vero però che un simile ragionamento potrebbe anche essere accusato di semplicismo. Oggi lo sviluppo tecnologico è sempre più accelerato secondo un ritmo che potrebbe essere definito quasi esponenziale ed il concetto di intelligenza è ancora abbastanza complesso.

L’intelligenza è infatti una capacità che nasce nei meandri più nascosti dell’essere, l’inconscio. Certo, parte si sviluppa e viene esplicata consciamente, ma le sue radici sono ancora a noi del tutto sconosciute proprio perché intimamente connesse con le emozioni, sentimenti, tensioni interne del soggetto pensante. Anche analizzando i limiti del Test di Turing, il cosiddetto gioco dell’imitazione, ci si rende conto di quanto sia difficile stabilire se un calcolatore sia o meno intelligente.

Di sicuro si sa solo che la tecnologia sta progredendo, così come sempre più profonde sono le conoscenze dell’uomo sui meccanismi cerebrali.

Solo avanzando nello sviluppo scientifico, forse un giorno qualcuno darà una risposta determinante alla domanda, “può essere un computer considerato intelligente?”

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