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Comportamento animale: cos’è e come si studia?

Fattori essenziali da tenere a mente quando si studia il comportamento animale

Spesso quando si inizia a studiare qualcosa non è perché si pensa che possa tornare utile: la scienza è prima di tutto scoperta, e soltanto dopo applicazione. In Italia, stando ai dati Istat, circa il 23% della ricerca è ricerca di base, cioè dedicata al solo obiettivo di ampliare le conoscenze, senza puntare ad applicazioni pratiche (in contrapposizione alla ricerca applicata[1]. L’Etologia sicuramente rientra ampiamente nella ricerca di base. I comportamenti degli animali sono spesso affascinanti e talvolta incredibili: osservarli e conoscerli può essere appagante di per sé. Però anche questa scienza può avere molte applicazioni pratiche.

Conoscere ciò che sta dietro al comportamento degli animali e quali sono i comportamenti specifici può essere utile negli allevamenti, in agricoltura, in ecologia. Ad esempio, per proteggere una coltivazione da un certo insetto può servire sapere come interferire con le modalità di accoppiamento di questa specie. Ma l’etologia, anche quando significa studiare animali non umani, può servire anche a comprendere meglio le dinamiche psicologiche, sociologiche, fisiologiche che riguardano l’uomo. Questa scienza ha dunque applicazioni che hanno risvolti economici, di salute pubblica, di protezione animale e ambientale[2].

Iniziamo allora il nostro emozionante corso per comprendere meglio come e perché gli animali attuano certi comportamenti.

La scienza è come il sesso: certo, dà molti risultati pratici,
ma non è il motivo per cui lo facciamo.

Anonimo
(attribuita erroneamente a Richard Feynman)

Cos’è il comportamento animale?

È molto difficile (se non impossibile) studiare qualcosa senza averne una definizione precisa. A quanto pare, però, biologi e naturalisti che studiano il comportamento animale adottano definizioni diverse, talvolta in contraddizione tra loro. La definizione di comportamento non è dunque codificata in modo preciso. Noi adotteremo quella proposta da Levitis e colleghi: il comportamento è una risposta coordinata (azioni o assenza di azioni) a stimoli interni o esterni attuata da organismi viventi (individualmente o in gruppo). Non sono comportamenti le sole risposte fisiologiche e i cambiamenti degli organismi durante lo sviluppo[3].

Quindi non sono comportamenti lo sviluppo puberale e la produzione di latte nelle mammelle, mentre sono comportamenti: attività di gruppo come le migrazioni per alcuni animali (alcune specie migrano in solitaria); azioni volontarie come la selezione del partner sessuale; azioni istintive e stereotipate (cioè fisse e non modificabili) come l’immobilizzazione di fronte a un predatore.

È importante ricordare che ogni specie ha un suo repertorio comportamentale, cioè mostra specifici comportamenti che non sono comuni a tutti gli animali. Questo repertorio dipende dall’ambiente in cui la specie si è evoluta, dal ruolo che ha nella rete alimentare e dalla particolare fisiologia dell’animale. Ad esempio, in una situazione che genera paura una specie generalmente predata mostrerà probabilmente comportamenti di fuga. Una specie predatrice invece scappa molto raramente: in generale tenderà a “sfidare” il pericolo (per esempio ingrossandosi per mostrare di essere minacciosa)[4].

Come si studia il comportamento animale?

L’etologia si basa sull’osservazione, ma non può limitarsi a questo, quindi la cosa si complica. Probabilmente la più importante lezione sull’etologia riguarda l’interpretazione dei comportamenti che si stanno osservando, e in particolare come questa non deve essere effettuata. Per capire meglio facciamo un piccolo esperimento. Guardate questo video e rispondete alla domanda: i cani si sentono colpevoli quando compiono un’azione che sanno che il padrone rimprovererà loro?

Probabilmente la risposta che avete dato è sì. Il volto dell’animale sembra dire: “qua l’ho fatta grossa e il mio padrone me la farà pagare”. Ma la realtà è probabilmente diversa. In un esperimento è emerso che i cani manifestano questa espressione colpevole quando il padrone è arrabbiato o li rimprovera, a prescindere che abbiano commesso un “reato” oppure no. In effetti, le trasgressioni canine spesso avvengono ore prima che i padroni se ne accorgano, dunque il cane non può collegare i due eventi, il proprio atto “criminale” con la ramanzina[4]. Per questo motivo non si dovrebbero punire i cani se non si assiste alla trasgressione: se la punizione non giunge subito dopo la disubbidienza l’animale non impara.

Ci è possibile interpretare le emozioni e i pensieri altrui grazie all’introspezione e alla proiezione sull’altro dei nostri pensieri ed emozioni. Semplificando, possiamo dire che la proiezione di noi stessi sugli altri è il modo in cui li capiamo. Ma se questo metodo non è del tutto efficace nemmeno con la nostra specie (e abbiamo difficoltà a interpretare persino noi stessi, in verità), come può funzionare applicarlo ad altri animali? Attribuire i nostri stati emotivi, le nostre intenzioni, le nostre capacità cognitive ad altre specie è spesso uno sbaglio, che ci rende non obiettivi nella valutazione dei comportamenti che stiamo osservando[4]. La nostra tendenza spontanea ad attribuire elementi propri della nostra natura ad altri animali, eventi od oggetti è chiamata antropomorfizzazione (dal greco anthropos, uomo, e morphe, forma)[5].

I delfini “sorridono”; ma è la conformazione del loro volto, non ci comunica nulla sul loro stato emotivo. I cani “fieri” di aver vinto una competizione probabilmente sono solo felici dell’attenzione e dei premietti che ricevono in cambio[4]. E la danza delle api non è una forma di esercizio ginnico ma un modo per comunicare (come vedremo più avanti nel corso)[2].

delfino che "sorride"
Tursiope che mostra il suo “sorriso” a centinaia di denti. L’impressione che esso sorrida è data dalla forma della sua bocca. Foto di Fabrizio Frigeni, utilizzo libero (attribuzione CC0).

Come non studiare gli animali

Bisogna quindi evitare l’antropomorfizzazione. Ma non bisogna nemmeno eccedere in senso opposto; un errore battezzato dal celebre etologo Frans de Waal come anthropodenial (rinnegazione di umanità). Non dobbiamo dimenticare che siamo animali anche noi, che esiste una continuità evolutiva fra noi e le altre specie. La fisiologia e l’anatomia di tutti i mammiferi è praticamente identica, così che, per esempio, nessuna emozione è a esclusivo appannaggio dell’uomo[4].

In particolare i comportamenti degli altri primati sono generalmente comuni ai nostri; gli studi mostrano sempre più similitudini fra Homo sapiens e scimmie antropomorfe e non solo. Bisogna infatti ricordare sempre che due specie simili che agiscono in modo simile in simili circostanze sono probabilmente motivate in modo simile. È un’assunzione che facciamo per specie vicine come zebre e cavalli, o lupi e cani, dunque è sensato applicarla anche a uomini e altri primati. Quindi probabilmente l’uomo non è l’unico animale che ride, perché per esempio gli scimpanzé e i bonobo ridono in modo simile e nelle stesse situazioni in cui ridono gli umani[4].

Ma occorre prestare molta attenzione: sono necessari esperienza in campo etologico e ulteriori studi per poter interpretare correttamente i comportamenti attribuendo caratteristiche e motivazioni “umane”. Nel dubbio è sempre meglio evitare l’antropomorfizzazione, considerando le enormi differenze che possono esistere fra due specie come, appunto, la nostra e quella che vogliamo studiare. D’altronde spesso, in natura, l’apparenza inganna[2].

Conclusioni

Siamo animali che studiano altri animali, per cui è facilissimo cadere nella tentazione di attribuire loro nostri pensieri. È facile sbagliare. Ma l’obiettività richiesta dalla ricerca scientifica vuole che ci atteniamo soltanto a quanto stiamo osservando. Il modo giusto per raggiungere questo obiettivo è evitare di attribuire pensieri e stati d’animo, quindi limitarsi a descrivere i comportamenti sulla base delle azioni osservate. Soltanto in seguito ad analisi anatomiche e fisiologiche, confronti con altre specie e ulteriori studi sarà possibile capire le ragioni retrostanti al comportamento.

Abbiamo quindi visto come si studia il comportamento dal punto di vista dell’approccio da tenere. Vedremo come si studia dal punto di vista pratico nel corso di Etologia Applicata.

Referenze

  1. Giorgio Sirilli, 1994. Ricerca e Sviluppo. Treccani.
  2. John Alcock, 2017. Etologia, un approccio evolutivo. Zanichelli editore, terza edizione italiana. Copyright 2007. ISBN: 978-88-08-06799-9.
  3. Levitis et al., 2009. Behavioural biologists do not agree on what constitutes behaviour. Animal Behaviour 78(1) pp. 103-110. DOI: 10.1016/j.anbehav.2009.03.018.
  4. Frans de Waal, 2018. Mama’s Last Hug. Animal Emotions and what They Tell Us about Ourselves. W. W. Norton Company. ISBN13: 9780393357837.
  5. Stewart E. Guthrie, 2020. Anthropomorphism. Encyclopedia Britannica.
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