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Star bene sorridendo. Il clowning

Storto, luminoso, caldo, col ghigno, iracondo, demenziale, ognuno sorride in modo particolare. Potrà sembrare cosa da niente parlare di sorrisi, ma in questo periodo in cui l’angoscia rapisce gli animi e le preoccupazioni sempre più futili quanto destabilizzanti la fanno da padrona, tornare a sorridere potrebbe essere una valida cura. Attenti però, che come si diceva prima, un sorriso non è sempre sinonimo di gioia. Molte emozioni vi si possono nascondere dietro, come ci danno esempio gli animali. In fin dei conti, il loro mostrare i denti, non è conseguenza d’aver udito una battuta. Ma il sorriso giocondo, gaio, sincero e di buon cuore è un elisir che solo chi ha l’animo troppo buio e sprofondato cerca di rifuggire.

Lo sa bene Patch Adams, 70 anni ad oggi, ma dal sorriso ancora puerile. La sua è una dura lotta che va avanti da oltre quarant’anni, alleviare il dolore dei malati tramite il sorriso. Alcuni l’hanno definita clownterapia, ma il suo ideatore, non così avvezzo a simili etichette, preferisce il termine clowning, più neutrale e meno legato al fattore terapico.

Certo, questa è una vera terapia, ma viviamo in un mondo in cui le terapie sono spesso la fonte di grossi introiti per ospedali e medici, mentre un sorriso che restituisce un po’ di salute al bambino oppresso già nel suo piccolo percorso di vita da qualche male profondo, non può avere un prezzo.
Adams così, dopo aver sofferto lui stesso di una grave depressione che lo portò sull’orlo di un tentativo di suicidio, scoprì l’amore per la vita, la gioia delle relazioni umane, la bellezza dell’esser utile a chi ne ha veramente bisogno perché non riesce da solo a guarire dal suo dolore.

Cominciò così a studiare medicina e già dal primo anno, frapporsi ai metodi ortodossi che ancora oggi governano la maggior parte degli ospedali nel mondo occidentale. Venne accusato, allontanato, deriso e portato a processo, ma la sua visione ludica della società primeggiò sull’oscurantismo delle anime buie.

Cominciò così ad invadere le corsie degli ospedali vestito da clown, determinato nella sua concezione che qualsiasi cura inizia prima da un nuovo approccio del malato alla vita. Ridere ed imparare a conoscersi scherzando, superare i propri limiti con spirito giocondo, ma soprattutto vedere il medico come un amico profondo, perché la guarigione deve essere un interscambio amorevole, non una transazione commerciale, perché da sempre “l’antidoto di tutti i mali è l’umorismo”.

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