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Carne in provetta: un cibo veramente green

I retroscena poco etici dei cibi "veg" e la carne prodotta in laboratorio

In risposta all’insostenibilità ambientale degli allevamenti animali, in molti hanno scelto di seguire la dieta vegana e vegetariana, considerata “eticamente corretta”. Tuttavia pare che i regimi vegetariani possano addirittura peggiorare le problematiche socio-ambientali mondiali. Scopriamo in questo articolo un cibo veramente green, la carne in provetta.

I numeri della carne

Bestiame

Si prevede che la popolazione mondiale supererà i 9 miliardi entro il 2050, determinando un sovraffollamento globale. Secondo gli stati membri della FAO (Organizzazione per l’Alimentazione e l’Agricoltura delle Nazioni Unite) il fabbisogno di prodotti alimentari aumenterà del 60%, in particolare quello di fonti proteiche ad alto valore biologico.

Attualmente la produzione di carne da bestiame richiede circa un quinto delle risorse idriche di tutto il pianeta (primariamente per l’irrigazione delle piante da destinarsi a mangime). Inoltre, come affermato dalla FAO, “l’evidenza suggerisce che il settore dell’allevamento è la più importante fonte di inquinanti delle acque, principalmente per deiezioni animali, antibiotici, ormoni, sostanze chimiche delle concerie, fertilizzanti e fitofarmaci usati per le colture foraggere e sedimenti dai pascoli erosi[1].

Gli allevamenti animali inquinano anche l’atmosfera producendo gas serra: sempre la FAO ha stimato che essi generano il 18% delle emissioni globali totali prodotte dalle attività umane, percentuale superiore a quella relativa all’intero settore dei trasporti. Il metano e l’ammoniaca corrispondono al 35-40% e al 65% delle emissioni globali per questi due composti e derivano rispettivamente dalla fermentazione enterica dei ruminanti, dal letame e dalle urine.

Ittico

Problematiche simili sussistono anche per quanto riguarda il consumo alimentare di prodotti ittici. La pesca marittima è considerata il principale fattore antropogenico d’impatto sugli ecosistemi marini di tutto il mondo.

L’acquacoltura viene spesso invocata come una soluzione ecologicamente sostenibile al sovrasfruttamento dei mari. Tuttavia la quantità di mangime necessario ad allevare pesci carnivori e molto diffusi sul mercato – come salmoni, orate o spigole – è tale da determinare un considerevole prelievo di specie ittiche marine. Infatti, occorrono dai 2,5 kg ai 5 kg di pesce pescato e trasformato in mangime per produrre un solo chilo di pesce d’acquacoltura. Per alcune specie la quantità è maggiore: ad esempio, per accrescere di un chilogrammo il peso corporeo di un tonno sono necessari da 20 kg a 25 kg di pesce pescato.

Un altro grave problema è rappresentato dalla dispersione nell’ambiente acquatico di sostanze e
microorganismi nocivi provenienti dagli allevamenti d’acquacoltura: additivi chimici, residui antibiotici, disinfettanti, deiezioni e scarti di mangime, insieme a parassiti di vario genere, contaminano le acque decimando la popolazione ittica locale. Spesso poi, alcuni pesci riescono a fuggire dalle reti d’allevamento, alterando l’equilibrio della fauna autoctona[1].

Chi sono i “veg”

Tali premesse hanno portato molte persone ad optare per un regime vegetariano o vegano. Il primo esclude la carne ma concede latticini e uova, sarebbe infatti meglio definirlo latto-ovo-vegetariano, il secondo rifiuta invece ogni derivato animale.

In realtà spesso il veganesimo rientra in una vera e propria filosofia che comporta eliminare ogni prodotto di origine animale non solo dalla tavola, ma da ogni ambito della propria vita, per esempio anche dai cosmetici e dal vestiario. In questo contesto pare doveroso citare anche i fruttariani, che si nutrono solo di frutti maturi per evitare di assumere cibo proveniente dalla morte di altri esseri viventi, animali o piante che siano.

Oltre all’attenzione per l’ambiente, difatti, ciò che spinge le persone ad adottare diete “veg” è la volontà di evitare sofferenze ad altre creature. C’è anche chi lo fa per questioni salutistiche, ritenendo un’alimentazione priva di prodotti animali più salutare di una tradizionale (quest’ultimo punto in realtà è controverso e meriterebbe un discorso a parte).

Perché veggie e vegan non sono la soluzione

Possiamo però affermare con relativa certezza che l’alimentazione veg è meno etica di quanto possa sembrare.

Impatto sociolculturale

La quinoa è spesso usata nelle diete vegane e vegetariane in quanto ritenuta molto nutritiva per l’alto contenuto proteico, in aggiunta a minerali e grassi polinsaturi. Oltre ad avere in realtà dubbio valore nutrizionale (contiene anche ossalati, saponine, e acido fitico che interferiscono con l’assorbimento dei nutrienti), la quinoa ha poco di solidale. Infatti, con il diffondersi della cultura veg  il prezzo di questo pseudocereale, tipico di paesi poverissimi quali Perù e Bolivia, è enormemente aumentato: ne risulta lo stravolgimento dell’economia di sussistenza di entrambi gli stati[2].

Dunque in Bolivia, dove il 45% delle persone vive con meno di 2 dollari al giorno, gli agricoltori hanno dovuto cambiare la loro secolare dieta a base di quinoa perché diventata ormai insostenibile. Inoltre, la diversità biologica delle coltivazioni è stata completamente annullata, convertita in una monocultura di quinoa. In Perù la situazione è simile. Un chilo di quinoa costa più del pollo e quattro volte il riso. Siamo al paradosso: per queste popolazioni conviene mangiare l’hamburger di una multinazionale piuttosto di cibarsi di coltivazioni autoctone, ormai riservate ai paesi ricchi[3].

Impatto ambientale

Con il diffondersi del veggie e del vegan sono poi sorte diverse imprese che producono cibi somiglianti alla carne a partire solo da proteine vegetali. La maggior parte dei prodotti contiene però olio di cocco per riprodurre la componente lipidica della carne. Sebbene l’olio di cocco presenti, al contrario di quello di palma, buone caratteristiche nutrizionali, contribuisce alla deforestazione al pari di quest’ultimo. Le palme sono per l’appunto coltivate a scapito di migliaia e migliaia di chilometri quadrati di foresta selvaggia, usando concimi e antiparassitari chimici ed espellendo le popolazioni autoctone che in queste foreste trovavano i mezzi per la propria sopravvivenza.

Secondo una ricerca dell’Università di Oxford, il 73% dei vegani consumerebbe ogni giorno almeno 11 grammi di proteine provenienti dalla soia. Ma per coltivare la soia destinata all’alimentazione umana ogni anno è raso al suolo l’1% della foresta pluviale[4].

Una ricerca del 2009 della Cranfield University è giunta alla conclusione che “sostituire carne con analoghi alimenti vegetali raffinati potrebbe aumentare l’estensione di terreno arato necessario per soddisfare il fabbisogno alimentare”. Inoltre, molti alimenti consumati dai vegani richiedono una lunga filiera di lavorazione, per esempio la soia per diventare tofu. Tutto ciò si converte in emissioni d’inquinanti atmosferici[5].

Carne in provetta

Un’alternativa valida e molto interessante è invece quella della produzione di carne sintetica in laboratorio da cellule staminali. Sono già stati sviluppati prodotti a partire da cellule staminali di bovino, pollo, maiale, tacchino, anatra, gamberi e ostriche. Le staminali vengono coltivate e fatte proliferare in particolari bioreattori fin quando raggiungono determinate concentrazioni. In seguito, l’aggiunta di specifici fattori di differenziamento induce le staminali a esprimersi in cellule muscolari e miotubi fino a formare muscoli scheletrici. L’addizione di succo di barbabietola rossa, zafferano e sale conferiscono poi sapore e colore simili alla carne tradizionale[6].

A quest’ultimo scopo una soluzione più efficace potrebbe essere impiegare della leghemoglobina di soia geneticamente modificata. Il gruppo eme contenuto nel sangue è ciò che conferisce il caratteristico sapore alla carne, oltre che colore e odore. L’eme è presente in forma identica anche nella soia; tuttavia estrarlo richiederebbe coltivazioni estensive poiché nei vegetali si trova a basse concentrazioni. I ricercatori hanno allora studiato come riprodurre in laboratorio grandi quantità di leghemoglobina di soia sfruttando la ricombinazione con lievito Pichia pastoris (Saccharomycetaceae).

Il prodotto ha superato tutti i test necessari previsti negli Stati Uniti, in particolare quelli della FDA. Test su ratti eseguiti facendo consumare agli animali 200 volte più eme della dose consigliata a un essere umano, non hanno riscontrato criticità[7].

Conclusioni

Scegliere di eliminare i prodotti animali dalla propria dieta, sebbene condivisibile dal punto di vista del benessere animale, non è altrettanto sensato quando si intenda tutelare anche  l’ambiente e la microeconomia. Creare carne artificialmente, potrebbe invece rappresentare una soluzione a entrambe le problematiche e mettere d’accordo perfino i fruttariani.

Referenze

  1. FAO – Edible insects – Future prospects for food and feed security – Rome (2013)
  2. Friedman J – Quinoa: The Dark Side of an Andean Superfood – Time. (2012)
  3. Collyns D – Quinoa brings riches to the Andes – The guardian. (2013)
  4. Messina M & Messina V – The role of soy in vegetarian diets – Nutrients. (2010)
  5. WWF – How low can we go? An assessment of greenhouse gas emissions from the UK food system and the scope to reduce them by 2050 – UK. (2009)
  6. Dolgin E – Sizzling interest in lab-grown meat belies lack of basic research – Nature,Volume 566. (2019)
  7. Fraser RZ et al. – Safety Evaluation of Soy Leghemoglobin Protein Preparation Derived From Pichia pastoris, Intended for Use as a Flavor Catalyst in Plant-Based Meat – Int J Toxicol. (2018)
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