Calamaro di Humboldt, il diavolo rosso dell’Oceano Pacifico

Un cefalopode ben adattato al suo ambiente reagisce ai cambiamenti climatici

Dal mito alla realtà. Il calamaro gigante è il protagonista di suggestive leggende dei mari e di avventure letterarie; egli è il Kraken, il mostro che affonda le navi con i suoi tentacoli della mitologia norvegese ed è anche la piovra con cui dovrà vedersela il Capitano Nemo in Ventimila leghe sotto i mari.  Nell’iconografia marinara lo vediamo spesso in lotta con i capodogli, dei quali piuttosto che antagonista, è preda. La specie mitologica, dal temperamento battagliero, altro non è che dal punto di vista anatomico paragonabile al vero calamaro gigante,appartenente al genere Architeuthis, dal carattere invece piuttosto elusivo. Chi gli somiglia nel temperamento da attivo predatore è invece una specie di dimensioni molto inferiori, seppur notevoli (fino a 1,5 metri di lunghezza, tentacoli esclusi), che viene a buon titolo soprannominato il diavolo rosso del pacifico, e non solo per la colorazione rosso scuro del mantello.

Identikit di un predatore

Il calamaro di Humboldt (Dosidicus gigas) appartiene alla famiglia degli Ommastrephidae, detti anche calamari volanti, per la capacità da parte di alcune specie di compiere piccoli balzi sulla superficie del mare. Tra le caratteristiche morfologiche distintive della famiglia, vi è l’intersezione tra mantello ed imbuto a forma di T capovolta e la clava tentacolare munita di due file di ventose. Inoltre, a completare la dotazione dell’arsenale da vero predatore, possiede occhi molto grandi (utili per un predatore visivo che abita le buie profondità dell’oceano), ventose uncinate in numero molto superiore rispetto ad altre specie (circa 200 paia per ogni tentacolo, rispetto alle 30-35 degli altri ommastrefidi)  ed infine un becco molto potente, atto a frantumare le ossa dei pesci di cui si nutre preferenzialmente.

L’areale di distribuzione della specie segue il flusso della corrente di Humboldt, lungo la fascia orientale del Pacifico, dalla California al Cile. Tra le specie di cefalopodi oceanici, è quella che si avvicina di più alla  costa, mantenendosi lungo la piattaforma continentale a profondità che variano dalla superficie fino a 1000 m. In particolare, effettua migrazioni verticali quotidiane a scopo alimentare, durante le quali sale a profondità comprese tra 0 e 200 m di notte, quando preda e si nutre, per ridiscendere di giorno a 800-1000m. La struttura di popolazione vede la specie distribuirsi in gruppi numerosi, segregati in base alle dimensioni corporee; vi sono infatti gruppi di individui relativamente piccoli (circa 20 cm di lunghezza in media) e individui che raggiungono ragguardevoli dimensioni, oltre il metro. E’ stato osservato come i gruppi di individui grandi tendano a popolare gli estremi nord e sud dell’areale di distribuzione, mentre invece quelli medio-piccoli tendano a restare lungo la fascia equatoriale ed intertropicale.

Il talento del calamaro di Humboldt: una grande adattabilità

Una distribuzione così ampia in direzione Nord-Sud, l’attitudine a compiere migrazioni sia verticali che orizzontali in un tratto molto vasto di oceano, sono possibili solo se altrettanto ampio è il range di tolleranza alle varie temperature dell’acqua; esso infatti varia tra 4°C  32°C. Dal punto di vista riproduttivo, Dosidicus gigas è una specie molto feconda; sebbene si riproduca una sola volta nell’arco della vita, quando ciò avviene, la specie rivela il potenziale di fecondità più elevato tra tutti i cefalopodi. Le femmine più grandi possono produrre fino a 32 milioni di ovociti, sebbene in media tale numero resti compreso tra 300.000 e 13 milioni.

Dosidicus gigas è un attivo predatore, le sue migrazioni verso aree o in periodi di elevata abbondanza di prede sono noti. Insegue la preda, che varia in base allo stadio di accrescimento, in rapporto dimensionale del 5-15% rispetto a quelle del calamaro. Le prede dei giovanili sono copepodi ed altri crostacei e molluschi del microplancton, mentre l’attenzione degli adulti è rivolta verso pesci ossei, (con marcata preferenza per la famiglia dei Mictophida, i pesci lanterna) altri molluschi e perfino conspecifici, non essendo infatti raro il cannibalismo, soprattutto in caso di alimentazione su un medesimo individuo  preda.

Il talento messo a frutto: il calamaro di Humboldt e i cambiamenti climatici

Vi è un altro importante fattore ambientale al quale sono legati molti organismi marini: il livello OMZ, ovvero la Oxygen Minimum Zone. Questo parametro negli oceani varia in risposta ai cambiamenti climatici, influenzando la presenza e la distribuzione degli organismi marini sia orizzontalmente che verticalmente. I livelli di ossigeno disciolto nella colonna d’acqua diminuiscono con la profondità, fino ad un livello tale, chiamato appunto Oxygen Minimum Zone, al quale si registra il livello più basso di ossigeno disciolto.

Negli ultimi 50 anni, a causa dell’aumento delle temperature superficiali dei mari, si è registrato un innalzamento della OMZ, con conseguente cambiamento della distribuzione degli organismi marini nonché delle dinamiche preda-predatore nella catena alimentare. Si pensi al vantaggio dei predatori visivi, che potendo agire più in superficie, individuano la preda più facilmente, dato che essa non gode più del mimetismo derivante da una colorazione scura come in acque buie e profonde.

Con l’innalzamento della OMZ la disponibilità di preda per il calamaro di Humboldt è diventata nel tempo molto maggiore e molto più costante. Ciò ha determinato una espansione dell’areale di distribuzione in direzione degli estremi nord e sud. Questa dinamica sembra destinata a persistere se i cambiamenti climatici continuano nella direzione attuale. Sebbene secondo la IUCN lo status di conservazione di Dosidicus gigas sia” DD” (Data Deficient) gli studiosi stanno registrando ed ipotizzano per il futuro un trend in crescita, sebbene ulteriori studi siano necessari. I predatori di Dosidicus gigas sono ai livelli apicali della catena alimentare: squali, tonni, gabbiani, pescispada, foche, capodogli ed orche.

Il ruolo centrale di Dosidicus gigas nella catena alimentare, risulta più evidente se pensiamo che questa specie reagisce in maniera marcata agli eventi climatici anche a breve termine e se consideriamo quali siano gli organismi su cui ha impatto. Un esempio macroscopico: durante il fenomeno El Niño del 2009-2010, l’aumento della temperatura delle acque superficiali del Golfo di California ha generato una doppia risposta adattativa nelle popolazioni locali di Dosidicus gigas, con conseguenze anche sull’industria della pesca. In condizioni ordinarie, Dosidicus gigas raggiunge la maturità sessuale a circa un anno di età e 55 cm di lunghezza del mantello e solo a questo stadio di sviluppo possono essere pescati.

Durante El Niño una parte della popolazione presente nel Golfo di California è attivamente migrata verso nord, dove ha ritrovato le condizioni di temperatura per maturare secondo il regolare ciclo vitale, costringendo la flotta peschereccia a seguirne gli spostamenti. La parte stanziale, invece, ha raggiunto la maturità sessuale anticipatamente a 6 mesi circa raggiungendo una lunghezza inferiore ai 30 cm e rimanendo troppo piccoli per essere pescati. Questo ha conseguentemente provocato un aumento della dimensione della popolazione.

La cattiva notizia

Raggiungere rapidamente la maturità sessuale per una specie già di suo altamente feconda è un adattamento di successo, ma l’abilità di rispondere rapidamente ai cambiamenti climatici rende il calamaro di Humboldt una specie potenzialmente invasiva per gli ecosistemi marini. Le conseguenze più tristemente note dei cambiamenti climatici sono la riduzione di habitat e la riduzione delle popolazioni di specie vulnerabili.

Tuttavia, altre conseguenze magari meno evidenti, meno scioccanti, ma non meno importanti sono quelle  dovute alla eccessiva presenza di specie divenute invasive che hanno riflessi sulle catene alimentari, ma anche impatti economici ed ecologici sull’uomo. Quando un equilibrio naturale viene turbato si innescano processi che il più delle volte comportano riassetti dolorosi.

Bibliografia

  • Stewart et al., Global Change Biology (2014), doi: 10.1111/gcb.12502
  • Nigmatullin et al., Fisheries Research, 54 (2001) 9-19
  • Hoving et al., Global Change Biology (2013) 19, 2089–2103, doi: 10.1111/gcb.12198
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