Black Mirror: scienza ed implicazioni sociali in tv

Black Mirror è serie televisiva che senza troppi giri di parole, ci mette di fronte a scenari del tutto realistici, anche se di certo non ancora verificatisi e lo fa con una semplicità che può essere colta da chiunque, perché non è una serie di lunghi e controversi discorsi, teorie e opinioni volte a surrogarle, metafore e costruzioni onomatopeiche; Black Mirror usa ciò che tutti possono comprendere, le immagini e le emozioni.

Già, perché sono proprio le emozione ad essere l’ingrediente speciale di questa serie tv così apprezzata negli ultimi tempi da vincere un Emmy Award nel 2013, così come essere inserita tra le migliori serie trasmesse da Netflix. Emozioni, perché rispecchiano ogni nostra esperienza e perché per quanto poca attenzione se ne faccia, sono proprio quelle che vengono maggiormente influenzate dallo sviluppo tecnologico.

Così, al centro di ogni episodio ideato da Charlie Brooker, non è tanto l’impatto sulla società di questa o quella speciale tecnologia che viene esaminato, né le reazione del mondo scientifico, né le teorie alla base di determinate scoperte. Brooker non vuole far altro che mettere in risalto come cambia il nostro immaginario e con questo la nostra realtà quando la tecnologia diventa una droga, della quale prima si abusa richiamati dal senso di estasi che questa rilascia nel corpo, per poi procedere verso un meccanismo ormai a tutti noto, adattamento, stanchezza, rifiuto e infine tentativo di disintossicazione.

La serie tv Black Mirror ha una struttura sui generis, per quanto come ha dichiarato lo stesso creatore, s’ispira ad una delle science fiction televisive più riuscite, l’americana The Twilight Zone.

Anche in questa infatti, gli episodi non hanno tutti lo stesso schema né una trama univoca spalmata nel corso della stagione. Ma ancor più di questa, ritenuta globalmente come una delle creazioni più riuscite nel campo così come dimostrano i due revival succedutisi nel corso di svariati decenni, Black Mirror adotta una struttura che tende a cambiare completamente nel corso degli episodi, sotto molteplici punti di vista.

Anzitutto, come ogni sceneggiatura che si rispetti, il lead o meglio l’attacco, ciò che introduce gli spettatori nel centro della vicenda, varia a seconda dell’episodio e quindi della particolare tecnologia di cui si sta parlando, così come di conseguenza in base al punto emotivo che si vuol mettere in risalto.

La trama di ciascun episodio infatti, oltre ad aver protagonisti ed attori sempre differenti, si sviluppa in maniera del tutto particolare a secondo della tecnologia così come della particolare emozione che vuol esser messa in risalto, quando le persone iniziano ad usare uno strumento apparentemente innocuo in maniera erronea, cioè senza tener conto di quali sono i risvolti di un utilizzo perverso.

Anche nella risoluzione del problema creato dalla tecnologia sotto esame, Black Mirror utilizza una serie di accorgimenti diversi che variano naturalmente anche e soprattutto in base al messaggio etico che si vuol dare. Non vi sono happy ends costanti né il contrario, ma quasi sempre la fine dell’episodio rispecchia quell’ambiguità di fondo di cui è infarcita tutta la nuova tecnologia così come il nostro immaginario che fortemente da questa dipende. Si può comunque notare una costante, nel senso che quasi sempre si ha una rappresentazione della vita pubbliche delle persone che differisce alquanto da quella della loro vita privata.

Quasi come a voler sottendere che qualunque cosa accada, dal momento che non si parla di stragi o catastrofi, se non quelle appartenenti all’animo umano, la fine ricalca sempre una situazione nella quale il mondo continua imperterrito nel suo avanzamento, dimenticando e spesso assimilando il problema presentato, fino a considerarlo normale, un’abitudine. Mentre d’altra parte, la vita personale di coloro che rimangono “scottati” emotivamente tende sempre verso una qualche negatività. Come la tecnologia, la vita è un bicchiere che va visto mezzo piene e mezzo vuoto, perché entrambi i lati della medaglia sono esistenti.

Secondo quanto rilasciato dallo stesso creatore nel corso di un’intervista, si potrebbe dire che questa serie sia più paragonabile ad uno dei capolavori di J. Verne che al fantastico mondo di Wells. Brooker infatti non vuole esplorare mondi possibili o portare all’estremo sviluppo le tecnologie esistenti. Egli ci mostra un mondo comune, il nostro presente, dove certo la tecnologia è portata agli estremi di ciò ch’è quella che oggi conosciamo, ma sono degli estremi del tutto compatibili con quella che è la nostra immagine del mondo che viviamo. Così è facile per lo spettatore immedesimarsi e assorbire in parte il problema sul quale ci viene richiesto di riflettere.

Il punto fondamentale comunque c’è, lo scontro realtà e finzione, con una tesi sempre posta di sottofondo: qual è la realtà? Quale la finzione?

Il nostro mondo tecnologico infatti non ci permette facilmente di distinguere questi aspetti del nostro vivere. Quasi ogni rapporto umano ha un risvolto sui social, le informazioni le apprendiamo da internet, viviamo con un alter ego nel web. Eppure tutto ciò è reale, i social esistono, esiste quella persona che ti risponde se gli mandi un messaggio su twitter, il nostro alter ego non siamo altro che noi.

Black Mirror si presenta così come una science fiction televisiva, in cui ciò che conta non è presentare possibili sviluppi di mondi tecnologici, ma dare un’immagine al telespettatore di un processo che lento ma costante soggiace alle vita di noi tutti.

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