Allarme Microplastiche

I rifiuti microscopici che invadono i nostri mari e la nostra tavola

I detriti di plastica sono considerati uno dei maggiori problemi ambientali e sono identificati, assieme al cambiamento climatico, come questione emergente che potrebbe in futuro compromettere la nostra capacità di preservare la biodiversità. A causa delle loro dimensioni ridotte le microplastiche costituiscono una minaccia diretta negli ecosistemi acquatici, in particolar modo per i più piccoli organismi marini.

É possibile però che si trasferiscano ed accumulino di organismo in organismo seguendo la catena alimentare, rendendoli così un pericolo anche per l’uomo. La preoccupazione sul possibile impatto ambientale causato dal rilascio in natura delle microplastiche è un tema attuale quanto purtroppo ancora poco esplorato.

Nonostante le prime pubblicazioni sulle microplastiche risalgano agli anni ’70, articoli che ipotizzavano che gli organismi marini fossero in grado di ingerire le particelle di plastica ricevendone danni sia chimici che fisici, l’opinione pubblica sembra essersi interessata al problema solo più di recente.

Fino a tempi recenti c’è stata una tendenza diffusa a trattare l’oceano come un posto conveniente dove disfarsi di ogni sorta di materiale indesiderato, sia deliberatamente che inconsapevolmente. Anche l’oceano, pur grandissimo, ha però una capacità massima! Le sostanze non degradabili (o, come nel caso della plastica, degradabili su tempi scala molto lunghi come centinaia di anni) non si perdono quindi in una infinità dalla quale mai torneranno ma tendono invece ad essere trasportate delle correnti oceaniche e ad accumularsi in certe località.

Questo processo è iniziato con la produzione e il consumo di massa dei prodotti in plastica a partire dagli anni ’50, aggravato dalla moda dell’usa-e-getta.

Cosa sono le microplastiche e da dove derivano?

Per parlare di microplastiche bisogna prima definire il termine “plastica”. Quelle che chiamiamo plastiche sono in realtà un insieme di differenti polimeri organici, cioè composti principalmente da carbonio, accomunati dal fatto di possedere molecole molto grandi con architettura a catena lunga e quindi con alto peso molecolare medio.

Questi polimeri sono spesso sintetizzati modificando opportunamente altri composti organici, soprattutto contenuti nei combustibili fossili e in secondo luogo dalla resina vergine.
In alcuni passaggi della loro lavorazione possono essere mescolati ad additivi per migliorarne le proprietà fisico-chimiche. La maggior parte delle plastiche (in particolar modo polietilene e polipropilene) viene usato negli imballaggi e ha quindi tempi di vita relativamente brevi, venendo presto scartato come rifiuti.

Le plastiche usate invece nell’edilizia, come il PVC, hanno tempi di utilizzo molto più lunghi ma in termini di volume rappresentano solo un terzo di tutte le plastiche prodotte.

Secondo la definizione della National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA), le microplastiche sono frammenti di plastica di grandezza inferiore ai 5 millimetri e si distinguono in primarie e secondarie.

Le cosiddette microplastiche primarie sono prodotte già nelle loro dimensioni finali per via del loro utilizzo, includendo infatti gli “esfolianti” usati per la cura del corpo. Dentifrici, docciaschiuma, prodotti per il peeling, creme viso, sapone e cosmetici sono tutti esempi di prodotti che contengno microplastiche primarie. Questi materiali, a causa della loro ridottissima misura, non possono essere filtrati dai sistemi di depurazione delle acque prima di essere rilasciati in mare.

Le microplastiche secondarie vengono prodotte invece direttamente in mare a partire da oggetti di plastica più grandi, come ad esempio bottiglie, reti da pesca e buste della spesa per via della loro frammentazione meccanica, della degradazione microbica e dell’erosione ad opera di agenti atmosferici come le radiazioni solari.

Una volta che la plastica ha raggiunto l’oceano sarà la sua densità a determinare se sarà destinata a galleggiare o affondare. Questo determina direttamente quanto lontano potrà essere trasportata dal luogo in cui è stato rilasciata in mare.
Al momento non esistono metodologie standard per determinare l’età delle microplastiche.
Esse sono diffuse negli oceani, sia in acque temperate che tropicali, sulla costa vicino a centri popolati così come in luoghi più distanti e remoti grazie al trasporto a lunga distanza nell’oceano superficiale.
Sono anche state rinvenute anche in sorgenti d’acqua dolce. La microplastica si accumula lungo strutture spaziali estese negli oceani subtropicali, dove le correnti oceaniche superficiali convergenti concentrano e trattengono i rifiuti per lunghi periodi, e in mari chiusi come il Mediterraneo.

I rischi per l’ambiente

La microplastica può essere assorbita e trattenuta dagli organismi marini attraverso l’ingestione o la respirazione e questi possono, come anche le correnti oceaniche, trasportarla per grandi distanze.

I detriti sono ingeriti da una grande varietà di esseri viventi: ne sono state trovate tracce in uccelli che si nutrono di pesce, mammiferi marini, pesci e invertebrati. In alcuni casi si è osservato che possono accumularsi nei tessuti animali, muovendosi lungo la catena alimentare mediante la predazione di organismi che le contengono a loro volta. Se ingerita da uccelli di mare o foche la microplastica può anche essere rintrodotta in ecosistemi di terraferma, microplastiche sono state rinvenute in prodotti come birra, miele e sale, così come nell’acqua in bottiglia.

I primi problemi causati dalle microplastiche agli animali che le ingeriscono potrebbero messere di tipo fisico come abrasioni interne, ostruzione dell’apparato nutrizionale e del tratto digestivo o falso senso di sazietà. Considerando però che le microplastiche hanno anche la capacità di concentrare sulla loro superficie sostanze inquinanti idrofobe che galleggiano nell’acqua, gli effetti possono anche essere di tipo tossico.

Il potenziale accumulo di microplastiche nella catena alimentare potrebbe avere conseguenze anche per la salute del consumatore umano. Questo è in particolare il caso del consumo di mitili e ostriche in Europa, e granchi, cetrioli di mare e pesci in altre parti del mondo. Il rischio potenziale per la salute umana e dell’ambiente è al momento materia di studio e rimane ancora grande incertezza relativamente a questo tema.

Soluzioni

Nonostante sia chiaro che gli esseri umani sono esposti alle microplastiche attraverso la loro dieta, la nostra comprensione del destino e della tossicità della microplastica è ancora largamente limitata, così come l’attuazione di misure preventive per ridurne la produzione e il rilascio nell’ambiente.

In seguito alle preoccupazioni sorte in relazione all’ambiente e alla salute umana, alcuni Stati membri dell’UE hanno proposto a livello nazionale divieti relativi all’uso di microplastica in prodotti cosmetici a risciacquo contenenti microgranuli. In generale, un miglior controllo sulle sorgenti dei rifiuti di plastica attraverso l’applicazione dei principi delle tre “R” (Reduce, Re-use, Recycle) ed una economia circolare rappresentano la maniera più efficace per ridurre la quantità di plastica e quindi di microplastica che si accumula negli oceani.

Fonte Sources, fate and effects of microplastics in the marine environment: A global assessment (GESAMP) The physical impacts of microplastics on marine organisms: A review (Wright, Thompson & Galloway)
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