Microplastiche e nanoplastiche, minaccia emergente

Il problema ambientale e sanitario dei rifiuti plastici galleggianti

L’invenzione dei materiali plastici è stata una vera e propria rivoluzione. Il suo impatto su tutti gli aspetti della vita umana è stato enorme grazie alla comodità, alla versatilità ed ai costi contenuti di questo materiale. L’utilizzo su larga scala della plastica, in particolar modo di quella monouso, ha però portato all’accumulo di grandi quantità di rifiuti che, non sempre gestiti adeguatamente, hanno col tempo finito per causare una vera e propria emergenza ambientale.

Plastica in mare

L’abbandono dei rifiuti nell’ambiente, che si parli di terraferma o di acque, non è certo un argomento nuovo. Tuttavia l’impatto di questo tipo di inquinamento è stato spesso sottovalutato, soprattutto quando i rifiuti, cullati dalle onde, si allontanano dalla vista: “lontano dagli occhi, lontano dal cuore” come si usa dire.

Una volta in mare però la plastica non scompare, anzi: può finire spiaggiata lungo le coste anche a grande distanza dal luogo dell’abbandono oppure può imbarcarsi per un lungo viaggio che, a causa delle correnti oceaniche, la porta ad accumularsi in aree marine ben precise. Qui si formano vere e proprie isole di spazzatura che gli studiosi, con l’aiuto dei satelliti, stanno catalogando. Il primo a scoprire e dare un nome a questi ammassi costituiti prevalentemente da plastica è stato l’oceanografo Charles Moore che, nel 1997, denunciò l’esistenza della Grande Chiazza di Rifiuti del Pacifico, situata nell’Oceano Pacifico Settentrionale.

Da allora diversi studiosi si sono occupati dell’argomento, anche se è il recente utilizzo dei satelliti che ha permesso una vera e propria quantificazione in termini di numero e dimensioni dei rifiuti plastici galleggianti, dimostrando come tutti gli oceani del mondo siano soggetti a questo fenomeno. Il più grande ammasso tra quelli finora censiti è proprio la Grande Chiazza, che arriva ad occupare, secondo le stime più pessimistiche, una superficie più vasta di quella degli Stati Uniti (secondo le stime più ottimistiche è comunque più grande della penisola iberica, quindi c’è poco da stare allegri!).

A questo punto qualcuno potrebbe pensare: “ora che sappiamo dove si trovano i rifiuti, non resta che raccoglierli ed il gioco è fatto”. Ma è qui che il quadro si complica.

Frammentazione dei rifiuti plastici

Nel 2014 l’ecologo marino Andres Cozar ed il suo gruppo di ricerca hanno fatto il punto della situazione sulla questione, completando quella che può definirsi la prima mappa dei rifiuti degli oceani. Analizzando i dati raccolti ci si è però accorti che i conti non tornano. Considerando la quantità di plastica prodotta a livello globale ci si sarebbe aspettati infatti di trovarne una quantità molto superiore alle decine di migliaia di tonnellate evidenziate dalla ricerca.

La spiegazione sembrerebbe essere fornita dal limite dimensionale delle particelle oggetto di studio: i frammenti più piccoli di pochi millimetri sfuggono ai monitoraggi, rendendo i dati ottenuti una notevole sottostima del dato reale. La plastica quindi c’è, ma non è facile vederla.

I rifiuti plastici dispersi negli oceani infatti non vanno incontro a degradazione e col passare del tempo l’azione dell’acqua marina, del sole e delle correnti provoca una frammentazione della plastica, riducendo i rifiuti in parti molto piccole, grandi dai 5 millimetri ad alcuni micrometri, dette microplastiche.

Le microplastiche

Le microplastiche sono particolarmente difficili da recuperare proprio a causa delle ridotte dimensioni e vengono disperse molto facilmente e molto lontano dalle correnti marine. Sempre uno studio di Cozar e della sua squadra dimostra infatti come ad essere inquinati non siano solo gli oceani ma anche i bacini semichiusi, come il nostro Mar Mediterraneo. Inoltre esistono evidenze della presenza di microplastiche mescolate ai sedimenti ed addirittura presenti nella composizione di alcune rocce.

La pericolosità delle microplastiche è evidente innanzitutto per quanto riguarda gli ecosistemi marini e costieri. Se già i rifiuti plastici di grandi dimensioni determinano un grave pericolo per la fauna marina – chi di noi non ha mai visto l’immagine di una tartaruga marina incastrata in un imballaggio per lattine o di un gabbiano impigliato in una rete da pesca abbandonata – le microplastiche sono ancora più insidiose, essendo di dimensioni tali da essere ingerite dagli animali. Un esempio su tutti è quello degli uccelli marini: una volta ingerite, le microplastiche non vengono assimilate e si accumulano nell’apparato digerente, generando dei fatali blocchi intestinali, oppure, appagando ingannevolmente il senso dell’appetito, portano l’animale alla morte per denutrizione, come descritto dalle forti immagini che compongono il lavoro Midway del fotografo Chris Jordan.

Inoltre le ridotte dimensioni delle microplastiche fanno sì che esse possano finire non solo nella dieta di animali di grossa taglia, come mammiferi, rettili e uccelli, ma anche in quella di organismi più piccoli, compresi pesci, crostacei e molluschi. A questo punto è facile capire come una minaccia finora prettamente ambientale possa riguardare l’uomo molto da vicino.

Dalle microplastiche alle nanoplastiche

Con la crescita degli studi relativi all’inquinamento da materiali plastici, si è scoperto che il problema è ancora più intricato di quanto detto finora.

Le microplastiche infatti vanno incontro ad un ulteriore processo di frammentazione, che porta alla formazione di particelle ancora più piccole, di dimensioni inferiori ad alcuni micrometri, dette nanoplastiche. Un recente studio australiano ha dimostrato che questa frammentazione può avvenire anche a carico del sistema digerente dei microscopici crostacei che costituiscono il krill antartico, evidenziando la necessità di approfondire l’interazione tra plastica e sistema digerente animale, ancora tutta da studiare.

Considerato quanto detto finora sembra chiaro che l’inquinamento da materie plastiche sia diventato anche un problema sanitario, tanto che nel 2016 l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA) ha identificato la dispersione di microplastiche e nanoplastiche come minaccia emergente per l’uomo. Recentissima è poi la notizia del ritrovamento di tracce di plastica nelle feci umane: la causa precisa è oggetto di studio ma la contaminazione dei cibi è uno degli indiziati principali.

Conclusione e scenari futuri

Lo studio del problema della plastica abbandonata negli oceani è molto giovane. Ci si occupa infatti seriamente della questione solo da pochi decenni. Tuttavia è possibile trovare, anche in rete, un’abbondante letteratura in merito, che approfondisce l’argomento sotto vari aspetti.

Molti enti di ricerca, università ed aziende private si stanno occupando del problema su più fronti: sviluppare tecnologie per il recupero dei frammenti di plastica, monitorare la situazione in modo sempre più accurato, sviluppare sinergie con le istituzioni per gestire i rifiuti in maniera sostenibile, sensibilizzare l’opinione pubblica. Ma anche i non addetti ai lavori possono e devono fare la loro parte, gestendo i rifiuti in maniera corretta e magari sostituendo la plastica monouso con materiali ecosostenibili.

Referenze

  • Andrés Cózar, Fidel Echevarría, J. Ignacio González-Gordillo, Xabier Irigoienb, Bárbara Úbeda, Santiago Hernández-León, Álvaro T. Palma, Sandra Navarro, Juan García-de-Lomas, Andrea Ruiz, María L. Fernández-de-Puelles, and Carlos M. Duarte, Plastic debris in the open ocean. 2014
  • Andrés Cózar, Marina Sanz-Martín, Elisa Martí, J. Ignacio González-Gordillo, Bárbara Ubeda, José Á. Gálvez, Xabier Irigoien, Carlos M. Duarte, Plastic Accumulation in the Mediterranean Sea. 2015
  • chrisjordan.com
  • Amanda L. Dawson, So Kawaguchi, Catherine K. King, Kathy A. Townsend, Robert King, Wilhelmina M. Huston & Susan M. Bengtson Nash, Turning microplastics into nanoplastics through digestive fragmentation by Antarctic krill. 2018
  • National Geographic, giugno 2018
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