Il Plateosauro: uno tra i dinosauri più antichi

Comparso nel Triassico superiore, oltre 200 milioni di anni fa, non solo è stato uno tra i primi dinosauri vegetariani comparsi sulla Terra, ma è anche uno dei meglio conosciuti, grazie alle numerose testimonianze fossili giunte fino ai nostri giorni. Il plateosauro è presente in molti documentari naturalistici sui dinosauri, tra i quali “Il Pianeta dei Dinosauri” del 1993, condotta da Piero e Albero Angela e in “Nel Mondo dei Dinosauri” (Walking with Dinosaurs) del 1999, realizzato dalla BBC.

Il plateosauro è uno di quei dinosauri di cui è praticamente impossibile non tenerne conto specialmente se si parla del periodo Triassico. Fu proprio a questo periodo, in particolare tra i 230 e i 225 milioni di anni fa che risalgono i più antichi dinosauri conosciuti, come Eoraptor, Herrerasaurus e Coelophysis.

Una ricostruzione paleoartistica di Plateosaurus. © Mproart

Attualmente il genere Plateosaurus (von Meyer, 1837) comprende due specie:

  • P. engelhardti
  • P. gracilis

Il primo ritrovamento risale al 1834 in Germania, ad opera del medico Johann Friedrich Engelhardt, da allora sono stati oltre 100 gli esemplari di plateosauro ritrovati in diverse località europee. Tre anni dopo, nel 1837, la specie Plateosaurus engelhardti fu descritta dal paleontologo tedesco Christian Erich Hermann von Meyer, lo stesso che nel 1861 istituirà la specie Archaeopteryx lithographica.

Descrizione

Il paleontologo tedesco Christian Erich Hermann von Meyer. Pochi anni dopo aver descritto Plateosaurus, descrisse Archaeopteryx basandosi su un’unica piuma fossile. Immagine di pubblico dominio.

Plateosaurus rappresenta uno dei prosauropodi più evoluti: con una lunghezza compresa tra 7 e 9 m, era ancora ben lontano dalle colossali dimensioni dei sauropodi del Giurassico, tuttavia si iniziavano a intravedere alcuni caratteri distintivi che avrebbero contraddistinto le generazioni di dinosauri successive. Per quanto riguarda le proporzioni del corpo, esse sono quelle tipiche dei dinosauri primitivi, ovvero coda e collo lunghi e arti posteriori lunghi circa il doppio di quelli anteriori. Era però dotato di un cranio piccolo e gli arti, con estremità munite di artigli sul primo dito, erano strutturalmente molto robusti, dato che l’animale avrebbe potuto raggiungere anche le 3-4 tonnellate di peso. Esso poteva in ogni caso assumere sia una posizione bipede che quadrupede. I caratteri più evoluti del plateosauro furono descritti da Galton (1984) e si concentravano sugli arti e sulle vertebre, e comprendono: la capacità di assumere una postura eretta, le ossa pelviche sottili e le peculiari vertebre nel collo, nel tronco e in fondo alla schiena.

Abitudini alimentari

Sono state al centro di diverse controversie. In genere sono stati considerati vegetariani, per via della grande massa corporea, per l’elevato numero di esemplari e per i denti a forma di foglia e piuttosto deboli. Ipotesi su una possibile alimentazione carnivora sono state effettuate dopo il ritrovamento di alcuni scheletri in associazione con denti tipici dei carnivori (a forma di pugnale).

Galton (1985) contestò però questa ipotesi, sostenendo che tali denti non appartenevano a dei plateosauri, ma ad animali spazzini che si sono cibati delle carcasse di quei plateosauri, e che avevano perso alcuni denti o perché vecchi o perché avevano incontrato qualcosa di molto duro, come le ossa. Peraltro questo fenomeno accade anche al giorno d’oggi con i coccodrilli. In effetti i denti tipici di Plateosaurus avevano una seghettatura lungo i margini che ricordava più da vicino quelli delle attuali lucertole erbivore, piuttosto che le seghettature “a coltello da bistecca” tipiche dei dinosauri carnivori. Anche l’articolazione delle mascelle suggerisce una dieta a base di vegetali, in quanto è situata in basso, in una posizione tale da permettere un morso forte e ben distribuito su tutta la dentatura, ideale con i vegetali particolarmente fibrosi.

Una ricostruzione di Plateosaurus engelhardti esposta nel museo delle scienze di Trento (MUSE). © Federico benzan

Tuttavia il plateosauro non era in grado di masticare, in quanto le sue mandibole non potevano muoversi lateralmente, pertanto esso era costretto ad inghiottire il cibo intero. Il modo in cui questi dinosauri evitavano una indigestione è testimoniato dal frequente ritrovamento di gastroliti all’interno della zona superiore della gabbia toracica degli scheletri. Essi non sono altro che ciottoli che i plateosauri inghiottivano in modo che potessero fare da “mulino” gastrico, triturando i vegetali ingurgitati a livello del ventriglio, un compartimento muscolare dello stomaco attualmente presente in alcuni pesci, alcuni rettili, compresi i coccodrilli e in tutti gli uccelli.

È una struttura dotata di una spessa parete muscolare e di un rivestimento interno proteico duro. Citando letteralmente Benton (2000), si può dire che: “ un branco di plateosauri al pascolo, deve aver rimbombato, brontolato e ruttato furiosamente mentre il loro cibo vegetale grezzo veniva reso digeribile ”.

Riferimenti bibliografici

  • Barsotti G., Gnoli M., Guerrini A. (2015) – Storia Naturale del Pianeta Terra – Vol. 2 – Evoluzione della Vita. Pacini Editore, Pisa 903 pp.
  • Benton M. (2000) – Paleontologia dei Vertebrati. Franco Lucisano Editore, Milano, 504pp.
  • Liem K.F., Bemis W. E., Walker W.F.Jr, Grande L. (2012) – Anatomia comparata dei Vertebrati: una visione funzionale ed evolutiva. EdiSES. Napoli, 741 pp.
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