Lucy e gli Australopithecus: quando imparammo a camminare su due piedi

Tra i fossili più famosi al mondo sicuramente c’è “Lucy“, scoperta nel 1974 da Donald Johanson nella regione dell’Afar, in Etiopia, e divenuta simbolo di uno dei gruppi di ominidi più studiati: le Australopitecine. Da allora molti nuovi fossili sono venuti alla luce e il genere Australopithecus si è allargato: questa è la sua storia.

Australopithecus afarensis: ovvero, Lucy

A. afarensis (in copertina) è una delle specie di ominidi meglio conosciute: può contare, infatti, sui resti di oltre 300 individui! Lucy e i suoi compagni vissero in Africa orientale fra 3.85 e 2.95 Ma (milioni di anni) fa, ovvero circa 3 volte il tempo trascorso sulla Terra da Homo sapiens (i cui resti più antichi risalirebbero a 300 mila anni fa). Come tutti i primi ominidi, aveva caratteristiche miste ‘ape-like’ (tipiche delle scimmie antropomorfe) e ‘human-like’ (tipiche dell’uomo). Il cervello era ancora piccolo: circa 500 centimetri cubi (1/3 di quello umano, simile a quello degli scimpanzé). Come nell’uomo moderno, vi erano delle differenze nelle dimensioni fisiche tra i due sessi: i maschi raggiungevano i 150 cm di altezza e i 40 kg di peso, mentre le femmine in media erano alte 100 cm per 30 kg di peso.

Il resto del gruppo

Altre tre sono le specie che compongono il gruppo: Australopithecus anamensis, A. africanus e A. gahri. Australopithecus anamensis visse circa 4 Ma fa nella stessa area di Lucy, ma è conosciuto solo grazie a denti e reperti frammentari. Sempre in Africa orientale troviamo anche Australopithecus gahri, scoperto nel 1990 e datato a 2.5 milioni di anni. Anche in questo caso i materiali disponibili sono pochi e frammentari, ma hanno permesso comunque di distinguere questa specie dalle altre. Il quadro si completa, infine, con Australopithecus africanus, la specie più giovane: visse tra 3 e 2 Ma fa in Africa meridionale. Il “bambino di Taung” (com’era stato soprannominato il fossile), fu portato alla luce nel 1924 da Raymond Dart. La scoperta provò che l’origine dell’uomo era da ricercarsi in Africa, e per questo è considerata una delle pietre miliari della paleoantropologia.

Raymond Dart, ormai anziano, con il famoso cranio del “Taung Child”

Il bipedismo

Le prime evidenze di una locomozione su due zampe posteriori (le nostre gambe) risalgono a 6 milioni di anni fa e sono attribuite ai primi ominidi (ne ho parlato qui). Ma ci vorranno altri due milioni di anni di evoluzione affinché il bipedismo diventi il metodo di locomozione preferito dai nostri antenati. Solo con Australopithecus, infatti, dai 4 Ma troviamo ossa di gambe e bacino tipiche di chi si muove regolarmente su due piedi. Ma Lucy e i suoi compagni erano anche in grado di arrampicarsi sugli alberi: braccia lunghe e robuste e mani con dita ricurve permettevano loro di muoversi ancora agilmente nella foresta.

Anche le orme ci danno prova del fatto che gli Australopithecus fossero soliti spostarsi su due piedi, e pure in gruppo. La pista fossile più nota si trova a Laetoli, in Tanzania, e risale a oltre 3.5 milioni di anni fa (ne ho parlato qui). Quello che le orme ci dicono è che questi ominidi avevano un alluce addotto, ovvero parallelo alle altre dita del piede: carattere tipico e necessario per il bipedismo. Le scimmie che si muovono sugli alberi hanno invece un alluce di tipo ‘everso’, simile al pollice opponibile della nostra mano, che consente loro di far presa sui rami anche con le zampe posteriori.

Successo evolutivo e relazione con l’uomo

Il successo degli Australopithecus è dovuto probabilmente proprio alla loro capacità sia di camminare su due zampe, sia di arrampicarsi sugli alberi. Questo avrebbe permesso loro di sfruttare, in base alle necessità, sia l’ambiente aperto della savana africana, sia la fitta foresta (in cui, magari, rifugiarsi dai predatori o passare la notte).

In un ambiente aperto come la savana, infatti, stare dritti sulle sole zampe posteriori permette di essere più alti e vedere più lontano, elemento utile per cercare acqua e cibo, ma anche per avvistare in tempo eventuali predatori.

Attualmente non sappiamo nello specifico qual è il rapporto tra i generi Homo e Australopithecus: il gruppo di Homo potrebbe discendere direttamente da quello di Lucy, ma potrebbero anche essere due gruppi indipendenti (in tal caso avrebbero un antenato in comune non ancora identificato). Quello che sappiamo è che, dopo oltre 2 milioni di anni di evoluzione, le Australopitecine sono scomparse, lasciando spazio ad altri due gruppi con cui stava già dividendo lo spazio: i Paranthropus e gli Homo.

Sicuramente, un carattere che accomunerà tutti gli ominidi dai 4 milioni di anni fa, fino alla comparsa di Homo sapiens, sarà proprio la capacità di camminare su due piedi. Capacità che, insieme ad altri fattori, ha fatto prosperare i discendenti di Lucy e compagni per due milioni di anni e renderà possibile la conquista di tutti i continenti da parte della nostra specie.

Bibliografia e approfondimenti:

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