Il Mediterraneo del futuro: un mare tropicale

I cambiamenti climatici e l’inquinamento ambientale rappresentano attualmente due realtà confermate scientificamente, delle quali si sente spesso parlare e che sono ormai un comune tema di dibattito tra i banchi di scuola (e non solo). Tuttavia queste problematiche risultano spesso poco tangibili con mano, essendo rappresentate come proprie di un futuro non ben precisato e di luoghi esotici che magari non visiteremo mai; ma gli anni passano, e ciò che una volta era destinato ad avverarsi nel prossimo secolo, ora si sta già avverando, essendo di fatto “il prossimo secolo” ormai iniziato.

Il Mediterraneo, così come l’Italia, non è esente da questi cambiamenti, anzi le loro conseguenze vi si manifestano spesso in maniera più accentuata; nel giro di qualche decennio, la cara vecchia spiaggia in cui da bambini andavamo la domenica potrebbe dunque essere profondamente diversa, con nuovi abitanti e molta meno sabbia.

Storia biogeologica del Mediterraneo

L’attuale Mediterraneo discende direttamente da quello che, nel Triassico (250 milioni di anni fa), era l’Oceano della Tetide, il mare tropico-equatoriale posto tra i due supercontinenti della Laurasia e della Gondwana. Circa 230 milioni di anni più tardi, nel Miocene, la placca africana e la placca euroasiatica collidono, formando il primo abbozzo del bacino del Mediterraneo che a ovest è collegato all’Oceano Atlantico in formazione. Durante il Missiniano (ultime fasi del Miocene, circa 6mya) lo stretto di Gibilterra si chiude, troncando ogni collegamento fisico con l’Atlantico: il Mediterraneo inizia quindi lentamente a scomparire e la maggior parte delle specie marine presenti si estingue (crisi del Missiniano). Circa 5 milioni di anni dopo, con l’avvento del Pliocene, lo stretto si riapre e il bacino viene rapidamente colonizzato da specie termofile (quindi nuovamente tropicali) provenienti dall’Atlantico. Le alte temperature subiscono però un brusco calo nel Pleistocene (1,8mya), dove una serie di glaciazioni alternate a periodi interglaciali più miti sottopone gli organismi del Mediterraneo a una forte pressione evolutiva, selezionando tutte quelle specie più prettamente euriterme (ossia in grado di tollerare ampie variazioni di temperatura) e favorendo la migrazione di nuove specie proveniente dall’Atlantico boreale.

Ricostruzione della deriva dei continenti a partire da circa 250mya (triassico); è possibile seguire lo sviluppo del mar Mediterraneo, nel cerchio rosso.

La flora e la fauna autoctona attualmente presente nel Mediterraneo trae quindi le sue origini da antenati provenienti dalle coste dell’Atlantico che sono stati poi sottoposti più volte a fenomeni di speciazione ed estinzione. Non a caso, il Mediterraneo è ad oggi considerato un hotspot di biodiversità che conta il 18% delle specie marine conosciute (11 000 specie di metazoi e 2 000 di macrofite descritte), tra le quali si annoverano numerosi endemismi.

Tropicalizzazione: cause e conseguenze

Il fenomeno della tropicalizzazione non è riferito semplicemente al cambiamento climatico in atto, come si potrebbe pensare a primo impatto, bensì è un fenomeno molto più complesso che trae sì le sue origini dall’innalzamento delle temperature globali medie, ma che riguarda inevitabilmente anche l’intero ecosistema marino del Mediterraneo e con esso tutte le attività umane connesse. Il repentino aumento delle temperature e dei gas serra che sta interessando il nostro pianeta dall’avvento della seconda rivoluzione industriale (metà del XIX secolo) è largamente aldilà delle capacità degli ecosistemi di reagire ed adattarsi ad esso: secondo alcuni studi, le 380ppm (parti per milione) di COoggi presenti in atmosfera rappresentano addirittura la più alta concentrazione di questo gas negli ultimi 800mila anni. Non solo, ma sembrerebbe che il 25% della COimmessa nell’atmosfera si solubilizzi negli oceani, abbassandone a lungo andare il pH (in acqua la COforma acido carbonico, un composto solubile).

Il Mediterraneo, in qualità di mare a conformazione semichiusa (lo stretto di Gibilterra è di fatto l’unico sbocco naturale), risente maggiormente di questi effetti in quanto il rimescolamento delle acque è limitato; la sua temperatura e pH stanno non a caso conoscendo tassi di variazione molto maggiori rispetto a quelli registrati nell’oceano aperto. Se pertanto le specie autoctone (provenienti dall’Atlantico boreale, ricordate?), da un lato, si ritrovano a dover fronteggiare l’aumento di temperatura, dall’altro sono anche costrette a dover competere per le risorse con nuove specie tropicali.

Ma da dove provengono queste forme aliene, e come sono arrivate fin qui?

Esemplare di “Siganus luridus”, un pesce osseo
migrato dal Mar Rosso attraverso il canale di Suez. Nel Mediterraneo è oggi una specie invasiva diffusa prevalentemente lungo le coste orientali, con segnalazioni provenienti anche dalle coste francesi e dalmate.

Le attività umane hanno sicuramente svolto un ruolo decisivo: acque di zavorra e chiglie di navi provenienti ad esempio dall’Australia, nonché esercizi di acquacoltura, sono sicuramente alcuni dei vettori che hanno favorito l’introduzione di specie alloctone nel Mediterraneo; ma è con l’apertura del canale di Suez nel 1871 che si è inaugurato un vero e proprio corridoio per la migrazione massiva di specie tropicali provenienti dal Mar Rosso e dall’Oceano Indiano. Immaginate: acque calde, ricche di cibo e praticamente prive di predatori naturali; il Mediterraneo rappresenta una sorta di eden per tutti quei pesciolini colorati che una volta eravamo abituati a vedere solo a Sharm el-Sheikh.

UN PO’ DI TERMINI…

  • Una specie è considerata autoctona di una determinata regione se si è originata ed evoluta in quella stessa regione; il contrario è rappresentato dalle specie alloctone.
  • Una specie è considerata endemica di una regione se è diffusa esclusivamente in quella stessa regione (il canguro è endemico dell’Australia).
  • Una specie è considerata aliena se è stata introdotta intenzionalmente o accidentalmente dall’uomo in un habitat diverso da quello di origine (quindi è anche alloctona).
  • Una specie aliena è anche considerata invasiva se si insedia stabilmente nel luogo di introduzione e espande il suo areale al di fuori di questo.
L’innalzamento delle temperature e l’acidificazione delle acque favorisce la diffusione di spugne in grado di erodere i substrati rocciosi su cui si sviluppano le colonie di corallo rosso (“Corallium rubrum”, in foto).

Se nonostante tutto la tropicalizzazione del Mediterraneo sembra comunque ai nostri occhi un fenomeno non troppo allarmante, analizziamo allora i suoi effetti sulla società. Così come ogni altro ecosistema, il mare ci fornisce una serie di servizi da cui le nostre vite dipendono più o meno strettamente; pensiamo solo agli animali marini che serviamo sulle nostre tavole, al sale che utilizziamo per insaporirli o al corallo rosso largamente utilizzato come decorazione pregiata. Se queste risorse, come tante altre, venissero meno (a causa ad esempio della tropicalizzazione appunto) tutte le economie che girano attorno ad esse collasserebbero, provocando inevitabili disagi nelle comunità umane interessate. La nostra società è in altre parole completamente sostenuta dall’integrità e dalla salute dell’ambiente e il nostro benessere come popolazione dipende allora in larga misura anche dai servizi ecosistemici di cui possiamo usufruire.

Salvaguardia dell’ambiente

Ciascuno di noi, in qualità di cittadino, può agire in prima persona per tutelare la natura: non serve necessariamente prendere parte a spedizioni di volontariato con zaino in spalla, ma è già sufficiente adottare piccoli accorgimenti quotidiani; dalla raccolta differenziata in casa, all’utilizzo senza sprechi delle risorse naturali, sono tante le possibilità che ci permettono di costruire un futuro migliore.

D’altra parte, la comunità scientifica e le istituzioni politiche hanno l’obbligo di agire in sincronia per tenere le redini dello sviluppo e promuovere una maggiore informazione riguardo alle problematiche ambientali, aumentando ad esempio i finanziamenti della ricerca, sostenendo le cosiddette green economy e favorendo la sensibilizzazione delle masse.

Bibliografia e sitografia

Articoli correlati