Fossa delle Marianne: il luogo più misterioso della terra

Nell’Oceano Pacifico, in un punto al centro della triangolazione tra le coste di Giappone, Nuova Guinea e Filippine, c’è uno dei luoghi più misteriosi e affascinanti del pianeta, il punto più profondo di tutti i mari. La Fossa delle Marianne.

La scoperta

Verso la fine del diciannovesimo, la marina reale britannica commissionò all’equipaggio della corvetta H.M.S Challenger, una delle navi di punta della flotta navale inglese, di circumnavigare il globo. Tra le molteplici rilevazioni effettuate, una in particolare destò l’attenzione della comunità scientifica. In un punto al largo dell’Oceano Pacifico venne misurata una profondità di quasi novemila metri, mai registrata in alcun altro punto della Terra sino ad allora esplorato.

Alcuni anni dopo un’altra imbarcazione inglese, la Challenger II, effettuò in quella stessa area dei rilievi idrografici che corressero le misurazioni dalla Challenger I per 40 metri di profondità aggiuntivi.

Fu a tutti gli effetti scoperto il punto più profondo degli oceani, soprannominato Abisso Challenger.
Fu solo nel 2011 però che una nave da ricerca pubblicò la profondità ufficiale dell’abisso, stimata oggi in circa 11,000 metri (per la precisione, 10.994 ± 40).

Geologia

Al contrario di come la immagineremmo, la Fossa delle Marianne non è solo un solco profondo nel mezzo del fondale marino. Essa si è formata a partire da milioni di anni fa per via della subduzione della placca tettonica del Pacifico sotto a quella delle Filippine.

La Placca del Pacifico è infatti molto più antica, densa e pesante rispetto a quella delle Filippine ed è quindi affondata al di sotto di quest’ultima creando l’abisso come lo conosciamo, un arco di circa 2500 chilometri costituito da una ripida discesa che termina in un fondale desertico e apparentemente povero di forme di vita.

La vita nell’abisso

Nel 1960 la Fossa venne per la prima volta esplorata in tutta la sua profondità. Il Batiscafo Trieste e il suo equipaggio alle 13:06 del 23 gennaio ne raggiunsero il fondo con l’aiuto di una zavorra composta da pallet di ferro e un boiler colmo di benzina, più leggera dell’acqua, per favorirne il galleggiamento.

Il fondale sembrava una spianata desertica e gli esploratori erano sicuri che non avrebbero trovato alcun tipo di organismo vegetale a causa dell’assenza di radiazione solare. Furono perciò sorpresi dal trovare varie specie di alghe unicellulari che riuscivano a riprodursi anche in un ambiente così ostico alla vita. Ma la spedizione che più passò al vaglio la vita marina della depressione fu quella di un’altra, ulteriore, nave Challenger che con l’ausilio di strumenti tecnologici come videocamere di profondità resistenti alle alte pressioni sottomarine riprese ogni tipo di strane creature, alcune della quali mai viste prima e con forme e colori totalmente differenti rispetto alle specie sino ad allora osservate nelle limitrofe aree a profondità inferiori.

Per esempio vennero ritrovati dei gamberetti della ragguardevole dimensione di 30 cm totalmente bianchi, che avevano colonizzato il fondale in gruppi di pochi individui ognuno. Sembra che le colorazioni chiare dei pesci o crostacei del mare profondo (pelagici) sia legata all’assenza di luce: al buio la produzione di pigmentazioni colorate non avrebbe alcuna funzione ma sarebbe solo uno spreco di energie.

Ad una profondità di circa ottomila metri, invece, fu filmato una nuova specie di pesce appartenente alla famiglia dei Liparidi, anch’esso completamente bianco e con delle sottili espansioni laterali trasparenti necessari per gli spostamenti sui fondali rocciosi e sabbiosi
Oltre che per la singolare livrea anche i suoi movimenti sinuosi gli costarono l’appellativo di pesce fantasma, considerato inoltre il primo pesce ad abitare queste considerevoli profondità.

Solo nel 2016 la NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration) ha intrapreso una spedizione per raccogliere nuove informazioni e campioni all’interno della fossa, mediante la quale è stato possibile osservare altre nuove specie abissali. Una di queste è la stella gorgone. Osservata ad una profondità di circa 5000 metri appartiene alla famiglia delle Gorgonocephalidae.

Le sue “braccia” (tentacoli che si dipartono dal disco centrale) si arricciano e intrecciano, arrotolandosi l’un l’altra come farebbero le foglie di un vitigno, formando inusuali matasse filamentose, facendo così somigliare questo echinoderma ad un’alga dal colore perlaceo.

Un’altra singolare creatura è stata invece scoperta ad una profondità intermedia tra i cinquemila e seimila metri, un’enorme aragosta che abita ripidi altipiani sabbiosi della fossa. Oltre ad avere delle dimensioni maggiori rispetto alle aragoste conosciute, ha assunto una colorazione rosea, per meglio adattarsi alla sottile sabbiolina di foraminiferi che la ospita.

Un’altra importante differenza con le aragoste “di superficie” è che mentre esse hanno occhi composti che permettono loro una visione a 180 gradi dell’ambiente che le circonda, questi crostacei abissali non hanno alcun sistema oculare, inutile in assenza di luce, ben rimpiazzato però da recettori di movimento che gli permettono di capire quando un predatore passa nelle sue vicinanze per catturarlo.

Però l’animale probabilmente più strano scoperto nella stessa spedizione è l’anguilla trasparente.
Non si è ben riusciti a comprendere l’ecologia di questo animale, che se pur ben ripreso non ha ricondotto i tassonomi ad associarlo ad alcuna delle famiglie del regno animale esistenti.
O almeno non ancora. Infatti la sua fisionomia è tutt’altro che normale, ha un corpo allungato e quasi totalmente trasparente e lucido che termina in punta con una colorazione bluastra che tende al grigio.

Proprio in questo punto l’anguilla ha una bocca arrotondata, al di sopra della quale si aprono due occhi totalmente neri e privi del cristallino, la “lente” che permetterebbe loro di guardare forme definite e distinte. Questi occhi semplificati permettono loro di captare solo i flash luminescenti prodotti dalle loro prede, quanto basta per raggiungere l’obiettivo di consumare il prossimo pasto.

La minaccia degli abissi

Tutte queste spedizioni hanno condotto il mondo scientifico alla scoperta di tante nuove informazioni, aggiungendo un nuovo importante tassello al mondo dell’esplorazione marina.
Nonostante ciò queste ultime hanno portato anche a scoperte poco piacevoli, l’inquinamento prodotto dall’uomo è arrivato anche nel punto più profondo della terra.

Sono state infatti rinvenute non solo le ormai onnipresenti buste di plastica, ma anche latte in alluminio per alimenti e numerosi altri prodotti dell’attività umana, mostrando quanto la nostra influenza possa arrivare lontano da dove abitiamo, fino a raggiungere le ultime frontiere che avremmo voluto poter continuare a chiamare “vergini”.

Bibliografia:

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